Parigi / Il 14 dicembre sia «una giornata europea di mobilitazione e conflitto»


Dalla capitale francese appello di studentesse e studenti, precarie e precari della conoscenza proveniente dall’Italia, «nuova generazione di migranti nell’Europa che si dichiara dei diritti ma che ci tratta come merci»

05 dicembre 2010 - 16:25

Siamo studentesse e studenti, precari e precarie della conoscenza, che hanno deciso di lasciare il proprio paese, che partecipano a progetti di scambio culturale, che sono alla ricerca di lavoro e di speranze. Siamo parte di una nuova generazione di migranti nell’Europa che si dichiara dei diritti ma che ci tratta come merci.

Senza alcun sostegno al reddito, schiacciati tra la precarietà delle relazioni produttive e sociali, siamo la prova vivente del fallimento dell’Europa sociale e delle conoscenze, delle politiche neoliberiste che negli anni hanno deturpato e privatizzato i beni pubblici svendendoli all’ideologia della crescita. Un’Europa asservita agli interessi delle imprese e delle banche che con i GATS, la direttiva Bolkestein ha minato alla base l’idea stessa di cittadinanza europea, privandola di ogni significato reale, diffondendo precarietà e nuove povertà.

Siamo la generazione vittima dell’idea del produttivismo, dell’iperspecializzazione, della selezione sociale mascherata da meritocrazia. Vittima di università e scuole che assomigliano a prigioni, che cadono a pezzi, prive di ogni legame con il territorio, che dispensano nozioni e formule sorde all’innovazione e ai bisogni dei principali protagonisti: le studentesse e gli studenti.

Conoscenze ridotte a merce di scambio attraverso il sistema del credito, frutto del processo di Bologna e della carta di Lisbona, legate a doppio filo alla dequalificazione dei saperi, l’aumento del costo d’istruzione e a maggiori sbarramenti all’accesso. Dall’altra parte l’Italia ha deciso di smantellare il diritto allo studio e il sistema pubblico di istruzione, di investire nell’istruzione privata, in un paese governato da logiche clientelari e discriminanti, con l’ovvio obbiettivo di ripristinare una visione della società gerontocratica e con forti divaricazioni sociali. Una Italia che invece di puntare sulla ricerca pubblica, ne ha tagliato le gambe, aumentando il numero di dottorandi senza borsa e ricercatori a contratto, bloccando le assunzioni e chiudendo corsi di studio.

Siamo la generazione dell’Europa, unita si, ma dalla crisi e dai piani di austerità: dopo aver lucrato per anni sui nostri sogni e progetti di vita, il sistema sta crollando. Siamo ancora una volta quelli a cui vogliono far pagare i loro sbagli, a cui chiedono ancora sacrifici. Siamo quelli che assistono al rapido smantellamento dello stato sociale: diritti essenziali come abitazione, formazione, sanità e pensioni diventano un ennesimo business per banche e imprenditori, tramite le privatizzazioni. E mentre a gran parte della popolazione viene negata un’esistenza dignitosa, gli stessi che hanno provocato la crisi, continuano ad arricchirsi sempre di più con la complicità dei governi.

Veniamo da quell’Italia violentata dalle Mafie; dall’Italia razzista, che respinge i diritti umani in mare in cambio di denaro e di favori personali e ghettizza le culture diverse tra squallide mure di periferia. Veniamo dal paese delle classi separate tra italiani e immigrati, delle aggressioni fasciste; il paese in cui le donne sono rappresentate come oggetti sessuali, ma che in realtà studiano il doppio per poi subire le conseguenze della precarietà e della totale mancanza di servizi sociali.

Siamo coloro che hanno lottato per anni nelle nostre città italiane per un mondo più giusto senza scalfire minimamente l’arroganza e la presunzione del potere e della politica italiana. Quando esprimiamo il nostro dissenso, abbiamo come risposta la repressione sorda dello Stato. Che lascia rovinare al suolo un patrimonio artistico millenario, rappresentazione del peso dato alla cultura. Un paese che ha dimenticato la propria storia, la propria Costituzione, i valori della convivenza, del rispetto e dell’integrazione

Ma apparteniamo anche ad un paese migliore, quello della resistenza all’oppressione, il paese che ritorna a costruire luoghi di partecipazione e democrazia, il paese che non si arrende e si riappropria dei beni comuni, che occupa i tetti delle università, delle scuole, dei centri di ricerca, che si riappropria dei luoghi simbolici della cultura e del patrimonio artistico, che sale sulle gru e sulle torri. Quello stesso paese che in questi giorni si sta ribellando e non attende una soluzione, ma la costruisce nel quotidiano. Donne e uomini, studentesse e studenti che resistono alle mafie, alla discriminazione, che non si fanno espropriare dei loro diritti, che accolgono, che costruiscono giorno dopo giorno una società migliore, inclusiva, plurale, antifascista, antirazzista, antisessista, inventando nuove forme di socialità. Contro i fondamentalismi, per tenere viva la speranza di un possibile cambiamento, aprendo spazi di partecipazione e autogestione, veri e propri cantieri di cittadinanza, facendo della nostra creatività un dono all’intera collettività e non invece uno strumento di mercato.

Siamo studentesse e studenti pieni di sogni, di speranze, di forza e ci uniamo alle lotte delle studentesse e degli studenti italiani, chiedendo le immediate dimissioni della politica dei tagli alla formazione e alla ricerca, che insiste oramai da decenni corrodendo il nostro futuro. Rivendichiamo un paese che investa in un’istruzione pubblica di qualità per tutti, che apra spazi di partecipazione e costruzione collettiva di un sistema di formazione diverso quanto dal modello Gelmini, quanto dai modelli aziendalisti che ci sono stati calati dall’alto da 30 anni di governi. Un paese che investa in misure di sostegno sociali universali e non in guerre e politiche repressive. Dall’altra parte ci uniamo alle lotte degli uomini e delle donne, precari e studenti, che animano le lotte di questi giorni, dal Portogallo all’Inghilterra alla Grecia, volte alla difesa dei beni comuni, del proprio futuro, di un lavoro stabile, contro la precarietà e per un modello decisionale partecipato.

Chiediamo a tutte le reti, le associazioni, gli individui europei di avviare percorsi di sensibilizzazione, confronto ed elaborazione e di convergere sulla data del 14 dicembre come giornata europea di mobilitazione e di conflitto. Noi a Parigi, apriremo il 10 dicembre, un’assemblea generale non solo tra studenti e ricercatori italiani, ma tra tutti coloro vogliono avviare un dibattito europeo sulla soluzione partecipata della crisi, che prima ancora che economica, è politica e culturale. L’obiettivo é quello di socializzare una medesima condizione sociale che non ha confini nazionali e che è pronta a rappresentare la contraddizione insanabile del neoliberismo e del capitalismo europeo.

Studentesse e studenti, precarie e precari della conoscenza in mobilitazione da Parigi

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on Tumblr


Articoli correlati