Opinioni / Memoria come dispositivo comune


Trenta anni fa le stragi del DC9 e della Stazione di Bologna. Riceviamo da G.M. De Pieri (Tpo) e pubblichiamo.

27 giugno 2010 - 23:06

La ragione di stato che uccide. 27/06/1980, il volo della strage.

Trenta anni fa un missile Nato abbatteva il DC9 Itavia decollato da Bologna e diretto ad Ustica.
Questo missile fermò per sempre la vita, i sogni, i progetti, il diritto alla felicità di ottantuno cittadini di Bologna.
E aprì un’altra lunga cicatrice nella storia collettiva del nostro territorio politico.
Questo missile ebbe una storia ed una causalità precisa.
Nacque in casa Nato, seguì il Dillinger degli anni 80 chiamato Muammar Gheddafi, combattuto da Francia e USA, e si concluse sulla fusoliera del DC9 incosciente colpevole di essere l’hidden trasponder del leader libico.
Non ci furono bombe, non ci furono cedimenti strutturali. Solo un omicidio di massa compiuto dagli stessi alleati dell’italia. Ed il goveno Cossiga lo seppe immediatamente, così come seppero l’Areonautica, lo Stato Maggiore dell’Esercito, i Sottosegretari dei partiti di governo.
Anzi, lo sapemmo tutti noi. Ma a differenza nostra e dei famigliari dei nostri cittadini, loro ebbero fin da subito le prove e la precisa cronistoria dei fatti.
E lavorarono per occultare, per insabbiare, confondere. Produrre non verità. Furono suicidati gli anelli deboli della catena della disinformazione, i tracciati radar sparirono, gli archivi i incendiati, i generali divennero gli addetti al depistaggio, le rogatorie seppellite sotto quintali di ragioni di stato, i colpevoli sostanzialmente (e politicamente) prescritti.
Trentacinque giorni dopo Bologna subì la strage della stazione, con ottantacinque morti ed oltre duecento feriti gravi e gravissimi.
Ciò che rimane è una verità giudiziaria limitata e mai storicamente piena.
Annualmente i giornali sono appesi al lancio di agenzia del Presidente Depistatore K., che ridendo ed ammiccando, spara, di volta in volta, il tassello “di verità” che più gli serve o diverte.
La memoria non è faccenda di ricordo, né esso può essere solo la cerimonia del lutto. La memoria è un processo collettivo di lotta, un dispositivo di sapere che ci deve servire come antidoto per l’oggi.
La memoria rima con la rabbia per le schifezze che lo stato ha rovesciato sulla nostra città chiamandosi di volta in volta “segreto di”, “ragione di”, “rispetto per”.
Tra qualche giorno leggerò gli appelli a non fischiare il rappresentante del governo in piazza medaglie d’oro il 2 agosto. Se ne stia a casa. Rappresenta la continuità della violazione al diritto alla verità ed alla giustizia.
Infine, perchè non prendiamo atto che in questi anni non vi è stata la sedimentazione di un ragionamento condiviso e che l(la ragione di)o stato rischia di vincere con i suoi oblii ? Gli studenti dei licei attribuiscono la strage della stazione alle Brigate Rosse ed associano Ustica solo al diving.

Mi piacerebbe che questa volta ci fossero meno “autorità da palco ” e che la cerimonia evolvesse in una grande assemblea pubblica di tutti e tutte, in cui si possa prendere parola, costruire un lessico di verità comune che serva non solo per ieri ma anche per il nostro futuro prossimo. Perchè non provarci? E’ meno rituale? Meglio.
Si tratta di riallacciare le fila di un percorso cittadino che ci appartiene.

GMDP_TPO

ps: con la legge bavaglio i più importanti articoli di Purgatori per il Corriere non sarebbero potuti uscire.

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