Opinioni / Materie prime, business, amazzoni e hostess. Ma lo spettacolo di Gheddafi è più italiano che libico


Il governo vende Roma come set per lo show sessista del dittatore della Libia, che così santifica i propri affari nel belpaese.

30 agosto 2010 - 18:41

nique la police, da Senza Soste

Fin dall’inizio degli anni ’90 era evidente che questa fase di globalizzazione, seguita alla caduta del muro e al riemergere del liberismo, avrebbe evaporato pratiche e strategie residui della vecchia diplomazia coloniale. Recentemente se ne sono accorti gli americani quando sono andati in Cina per il viaggio di Obama nel novembre 2009. Mai si sarebbero aspettati che il nuovo Kennedy subisse un vero e proprio interrogatorio, da parte dei cinesi, sullo stato dell’economia americana e persino sulla tenuta finanziaria della riforma sanitaria e dello stato federale della California (settori dove sono cospicui gli interessi di Pechino a causa del finanziamento del debito pubblico Usa a livello federale ma anche di singoli ).

E’ anche pacifico che il vertice di Copenhagen, come il G20, sia fallito perché i paesi Bric non riconoscono più il soft power diplomatico occidentale. Residuo dell’epoca della colonizzazione e della postcolonizzazione. Che non serve più alla Francia, che sta perdendo il ruolo internazionale del passato, e che permette, nel suo dissolversi, di liberare un ruolo alla Germania. Che si aggancia più a Pechino che a Washington e gli permette una egemomia in Europa che, per quando schizofrenica, era semplicemente impensabile nel recente passato.
E l’Italia ha capito, durante la visita di Gheddafi, come le regole di diplomazia coloniale e postcoloniale siano semplicemente svanite. Non essendo più praticabile la supponenza del paese forte, che dona parte del proprio rango ai leader dei paesi ospitati, è adesso l’ora della colonizzazione all’inverso. Per cui al leader del paese ospitato, per motivi di affari, si dà una parte del proprio paese in appalto per permettergli di dire cosa vuole. Ed è proprio alla voce “appalto”, e non solo, che l’interesse italiano per la Libia assume caratteri spasmodici. Molte grandi imprese, in testa l’Eni, valutano infatti come ancora inesplorate le possibilità reali di sfruttamento del patrimonio di gas e di petrolio presenti in Libia.
L’isolamento internazionale, “goduto” per anni dalla Libia, ha trasformato il paese di Gheddafi in una sorta di parco giochi di materie prime praticamente ancora disabitato. Si pensi che, ancora oggi, la maggiore fonte economica delle entrate del paese libico risiede nelle rimesse degli immigrati. Questo significa che le risorse in materie prime e la necessità di infrastrutture in Libia rappresentano un affare di prima grandezza. E il vantaggio dell’isolamento politico internazionale di Gheddafi è rappresentato dal fatto che, una volta agganciato il colonnello, non c’è praticamente concorrenza delle imprese legate ad altri paesi.
Gheddafi rappresenta inoltre una utile soluzione per i problemi di assetto societario delle banche italiane. Le lodi che gli ha lanciato Geronzi, e le critiche della Lega, fanno capire che c’è aiuto libico (si stima quasi il 7% di Unicredit) alla conservazione degli assetti proprietari del mondo bancario italiano. Ma se la Lega protesta, perché Gheddafi può emarginarla dal gioco dei posti di amministrazione delle fondazioni bancarie italiane, c’è qualche dono anche per il Carroccio. Sotto forma della sinistra caccia alle barche di profughi che dalle coste libiche cercano di arrivare in Italia. Che ha fatto cessare gli sbarchi a Lampedusa, e le conseguenti riprese televisive, rappresentando carburante per la propaganda della Lega. Ma, proprio perché prende il potere in odio alle regole della diplomazia coloniale, Gheddafi ha preteso di santificare questi affari in un modo anomalo. Anzi del tutto coerente con le nuove regole della diplomazia.

Arrivando in Italia, prendendo in appalto un pezzo di questo paese, con tanto di hostess reclutate da una agenzia, e pretendendo di girarci il proprio reality. Che non è folklore, come dice il suo socio in affari per le tv via satellite del Maghreb ovvero Silvio Berlusconi, ma una precisa strategia di rovesciamento di rapporti diplomatici storici e di costruzione di messaggi verso l’occidente. Dal punto di vista diplomatico non è affatto trascurabile infatti che da Roma, simbolo universale della civiltà cristiana, Gheddafi abbia lanciato un appello per l’Islam come nuova religione continentale. Per quanto la stampa italiana minimizzi queste dichiarazioni all’estero hanno avuto davvero effetto. Il gradimento in Germania, e questo conterà, è stato meno di zero. Perché chi riesce ad accreditarsi come portavoce dei musulmani in Europa guadagna, giocoforza, grande peso politico nel continente. E per quanto Gheddafi possa sembrare folkloristico è a capo di un gruppo dirigente che è riuscito a navigare in decenni di guerra fredda e di post-muro. Sopravvivendo ai bombardamenti americani e ricollocandosi sulla scena internazionale.

Suscita ilarità che questa operazione di propaganda per l’Islam a Roma sia stata permessa da una maggioranza politica che definisce non negoziabili le “radici cristiane dell’Europa” (Frattini), che dice no “alla società multietnica” (Berlusconi) che vede l’”Islam come un pericolo per la nostra civiltà (la Lega da Bossi fino a Borghezio). Ma qui si ritorna alla questione dello sconvolgimento delle regole della diplomazia nel nuovo mondo globalizzato. Oggi l’ex paese colonizzatore, se vuol continuare gli affari, deve appaltarsi come piattaforma di comunicazione dell’ex paese colonizzato. Perché hai voglia di essere un paese del G8, sei un sistema che nella nuova economia mostra tutti i segni del declino e nei matrimoni di interesse chi porta la dote se la fa pagare. Per questo lo spettacolo di Gheddafi a Roma è tutto italiano. Di un paese che si vende come set, facendo usare i propri simboli come location, dello spettacolo dell’ex paese colonizzato. E il casting delle ragazze che ascoltano Gheddafi, con tre improvvise conversioni, mostra la cifra sociologica attuale di un paese più di tante riflessioni. Insomma, tra un casting per L’isola dei famosi e uno per Gheddafi la differenza la fa solo il possibile guadagno. Un paese pronto alla vendita, anche ideologica, all’incanto. E qui, non a caso, Gheddafi cerca di reclutare tra le donne.

Dal punto di vista antropologico di cui è espressione la conquista delle donne rappresenta (sic) la conquista di un paese. Fossimo il presidente nordcoreano, per rompere l’isolamento internazionale, faremmo un pensierino sull’Italia. E se l’affare fosse buono c’è da giurarci che, con l’accordo del governo italiano, potremo vedere coreografie da realismo socialista asiatico anche vicino Piazza San Pietro. Solo che c’è da affrettarsi: Berlusconi non ha una maggioranza e, a livello di diplomazia internazionale, questo spettacolo non è stato affatto gradito. E se possibile, negli sviluppi della crisi di governo, qualcuno cercherà di fargliela pagare. Ma questa è un’altra storia.

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