Opinioni / L’ira di una generazione senza domani


Ripubblichiamo due interventi sulla rivolta del 14 dicembre da “Non ci rappresenta nessuno”, foglio prodotto da attivisti bolognesi e stampato dal Circolo Berneri

26 dicembre 2010 - 14:13

L’ira di una generazione senza domani
All’assalto del futuro

Siamo di fronte ad una “svolta”, c’è chi parla di “salto di qualità”, “nuova fase”, io credo ad un fascio di mutamenti e cambiamenti, a livello di composizione, d’espressione, organizzazione, radicalità, del movimento, o meglio dei movimenti che si sono formati negli ultimi mesi contro la riforma Gelmini (per parlare solo della direttrice trainante) ma che alla prova dei fatti hanno dimostrato la capacità di convogliare e coinvolgere anche altri settori precari, lavoratori e non, così come comitati e coordinamenti territoriali, campani e aquilani in primis. Il tratto comune è quello della consapevolezza di una generazione di avere un futuro sbarrato e minato dai prestigiatori della politica e dell’economia, presenti e prossimi venturi (tra gli slogan ricorrenti, “Nessuno ci rappresenta”, “Que se vayan todos”, “Il futuro è nostro”).
Una generazione dunque protagonista di un processo di radicalizzazione sociale; la manifestazione a Roma ne è stata testimonianza ma anche certe risposte, prese di posizione, i giorni seguenti. Non solo sui diversi portali del movimento antagonista, nelle sue diverse anime, v’è un’inusuale ed evidente complicità con la piazza in ogni sua espressione, anche le meno digeribili, ed una certa eterodossia nelle analisi, ma anche sulla stampa mainstream: dopo i primi articoli, che tuonavano fulmini e saette contro i manifestanti con patetiche analogie con la Genova dei “facinorosi”, è emersa una maggiore difficoltà a negare la novità di un movimento così dirompente e al contempo sostenuto da larghi settori della società.
Questo non significa che ‘tutto sia pronto’, come se bastasse un po’ di benzina ad accendere il fuoco del cambiamento, la simpatia più o meno espressa per gli insorti, qualche firma e appello democratico. Pare piuttosto urgere una (ri) tessitura e (ri)collegamento tra le diverse soggettività sociali in mobilitazione, non intenzionate a pagare la crisi ma a crearla e farla pagare, e il confronto, la composizione delle istanze, in modo che il vettore di trasformazione, le forze costituenti dei movimenti siano in grado di comunicarsi e attuarsi direttamente, ampiamente e profondamente. Il movimento universitario sta esprimendo già un incredibile fattore costituente autonomo, a partire dalle pratiche di autoformazione e di ricerca indipendente, per una (ri)costruzione di un’università dal basso. Guai a non valorizzare, o tanto peggio banalizzare, per una presunta metafisica dello scontro palingenetico, assoluto e totale (come è capitato di leggere ultimamente), questi tentativi e messe in pratica.
Qualsiasi movimento costitutivamente libertario, indipendentemente da come si professa (ciò lascia il tempo che corre), è la tensione verso la riappropriazione di quell’universo di relazioni sociali, produttive, culturali che lo costituiscono e che a suo volta contribuisce a costituire. Dunque il miglior auspicio è che si sia in grado, come altre volte si è fatto, di rimettersi al “tavolo” con tutte le soggettività in lotta, accantonando diffidenze che pur spesso vantano buone ragioni storiche. La partita è aperta, occorre giocarla; il 14 dicembre è stata una tappa per un oltre da definire e anche molti volti storici dei movimenti organizzati se ne sono resi conto: che “la solitudine di quei bravi ragazzi” venga meno e sia riempita dalla scesa in campo di tutt@ quell@ che a Roma non c’erano, che siano individualità anti-autoritarie, sindacati e movimenti di base.

Feder36 & bzK


Lasciare a loro paura e confusione

La piazza di martedì 14 a Roma, la sua forza e radicalità, se non ha dato l’auspicata “spallata” al governo in carica, l’ha data alla legittimazione sociale di palazzi del potere tutti, blindati nel loro spettacolo desolante e assediati da una sommossa di popolo che, come più d’uno ha notato, ricordava più i moti parigini del 1848 che l’immaginazione al potere del ‘68 o il “vogliamo tutto” del ‘77.
Paura. Paura nei palazzi, paura in un’intera classe politica incapace di parlare ad un popolo in sofferenza. Debolezza e paura hanno generato un primo fuoco di Reazione disordinato e scomposto. Ci hanno provato dapprima con la retorica giurassica della frangia estrema di violenti infiltrata nel corteo pacifico. I tg hanno iniziato da subito a lanciare l’allarme black block. Già mercoledì 15 i servizi stilavano (e fornivano alla stampa) una lista di centri sociali e collettivi “cattivi”, una “cabina di regia dietro la pianificazione degli scontri”. Su questa linea anche i partiti, tra tutti merita una citazione Bersani, che ha dato mostra dell’inossidabilità della vecchia scuola del Pci emiliano: «Non c’è nessuna ragione al mondo che giustifica la violenza – ha detto – ma ieri non c’erano solo i violenti, che andrebbero meglio isolati, ma migliaia di studenti che certamente non ascolta nessuno». Da manuale.
Arriva anche la dissociazione della segreteria nazionale della Fiom, per la quale «gruppi organizzati totalmente estranei alle regole hanno messo in pratica atti di violenza e di guerriglia urbana inaccettabili», che «hanno oscurato il senso della manifestazione ». Un nodo spinoso, alla luce del dialogo che da alcuni mesi intercorre tra il sindacato e molte realtà di base, e che aveva portato alla partecipazione dei movimenti alla manifestazione operaia del 16 ottobre scorso e al coinvolgimento di molti delegati della Fiom nella mobilitazione di martedì 14.
Ad ogni modo, nessuno nei giorni successivi ha potuto ignorare la mole impressionante di materiale video diffuso in rete. Filmati che raccontano una storia inequivocabile, a partire da un’intera piazza che applaude il primo dietrofront della polizia.
Così dopo qualche giorno è partito il contrattacco di un governo spiazzato anche dalla carenza di mostri da mettere dietro le sbarre: a 22 dei 23 fermati dopo gli scontri il gip non ha disposto misure cautelari più restrittivo dell’obbligo di firma. Solo un manifestante è detenuto ai domiciliari.
Ecco la “fase 2”. Mantovano, sottosegretario all’Interno, invoca l’applicazione alle piazze della legislazione sugli stadi: «L’estensione del daspo alle manifestazioni di piazza permette da un lato di contare su uno strumento in più sul piano della prevenzione; in generale, permette di conoscere preventivamente, e non sulla base di mere informative, i soggetti da tenere distanti dalla piazza». Maroni: «Interessante. C’è la possibilità di inserirlo già nel ddl sicurezza». Gasparri: «Qui ci vuole un Sette aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 [sbaglia, era il ‘79, NdR] in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo. Qui serve una vasta e decisa azione preventiva.»
Sarebbe abbastanza per parlare di deriva fascista e prodromi del totalitarismo, se non fosse che vengono da un governo tenace nel suo sopravvivere ma debole, dilaniato da beghe partitiche e corruzione, che è ben arduo immaginare possa resistere a lungo al fuoco incrociato del logoramento parlamentare e delle pressioni dal basso.
È una Reazione da operetta. Ora si può lasciare a loro paura e confusione. Per noi è tempo di determinazione e intelligenza.

bzK

(da “Non ci rappresenta nessuno“)

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