Opinioni / L’idea di società della riforma del mercato del lavoro


Un commento di Quintostato: provvedimento inadeguato, aumenteranno “l’illegalità, il sommerso, il lavoro irregolare, nuove e vecchie forme di ricatto”

28 giugno 2012 - 12:34

Con 393 si, 74 no e 46 astenuti, l’eufemistica riforma del “mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” è stata approvata il 27 giugno dal Senato in ossequio della scadenza imposta dall’appuntamento del consiglio europeo di oggi. Un titolo beffardo per un Paese che entra nel quarto trimestre consecutivo di recessione, in cui l’unica cosa che cresce è il tasso di disoccupazione, prossima ufficialmente all’11%, ma se misurata realmente sfiora il 20%, mentre quella giovanile è già intorno al 35%. E’ un successo assai misero per una maggioranza governativa da grande coalizione, chiamata ad approvare “riforme di struttura” e “salvare il Paese”.

La sincope impressa ai tempi di approvazione di un provvedimento che, è stato detto da tutte le forze di maggioranza oltre che dallo stesso presidente del Consiglio Mario Monti, “verrà modificata”, può essere spiegato in vari modi. Penalizzare il lavoro indipendente, quello degli autonomi e dei collaboratori – atipici, parasubordinati, occasionali – quasi 7 milioni di persone la cui unica cittadinanza ammessa sarà quella di versare il 6 per cento di contributi previdenziali in più (entro il 2018 passeranno dall’attuale 27,72 per cento al 33) senza ottenere in cambio tutele e garanzie sociali per la maternità, gli infortuni e la malattia, una continuità di reddito per i periodi di non lavoro, la certezza che i contributi versati corrisponderanno al termine della carriera lavorativa ad una pensione effettiva.

La riforma impone un tetto di 18 mila euro al reddito degli autonomi per dimostrare di essere “vere” partite Iva. Una decisione che sembra orientata a deprimere ulteriormente le condizioni di lavoro, spacciando micro-interventi di settore (su circa un decimo del lavoro autonomo, indipendente e precario) per un falso e inesistente universalismo; provocando un serio rischio di ritorno al nero di molte attività autonome-indipendenti, costrette a una sopravvivenza a rischio Working Poors. E’ noto che il reddito medio in questi settori oscilla attorno a quota 10 mila euro.

Molto è stato detto sulla distinzione tra “vere” e “false” partite Iva. Dalle forme di deterrenza previste vengono di fatto escluse le finte partite iva laureate, gli iscritti agli ordini, chiunque guadagni più di 800-900 euro mensili, cioè il reddito netto che corrisponde a 18 mila euro lordi stabiliti dal decreto. Obbligare all’assunzione le partite Iva che lavorano da più da otto mesi presso un unico committente produrrà un altro equivoco. Il problema delle “finte” partite iva è l’essere un dipendente, e non un collaboratore a progetto che non ha vincoli di orario e presenza esattamente come le partite iva. Imponendo l’assunzione il governo faciliterà l’aumento dei finti contratti a progetto. Con una differenza: il rischio è che il contrattista si vedrà negare una postazione “fissa”, cioè la scrivania, ma in compenso potrà usare solo il telefono.

La riforma non introduce inoltre alcun “equo compenso” per le lavoratrici e i lavoratori autonomi e indipendenti non appartenenti a ordini, soprattutto delle nuove generazioni, condannandole quindi al permanente ricatto del “lavoro a tutti i costi e a tutte le condizioni”, anche gratuite e/o semi-schiavistiche.

Alla luce di questi fatti, non basta che il Partito Democratico, come sempre in ordine sparso e in affanno, si divida tra le certezze dei suoi relatori al Senato e alla Camera, Tiziano Treu e Cesare Damiano, e i dubbi del suo responsabile lavoro Stefano Fassina, esprimendo disilluse certezze. Al “primo provvedimento parlamentare utile”, dicono tutti pensando al nuovo governo, la “riforma” verrà cambiata nei contorni, perché la sostanza resta. Ma la riforma non è inadeguata per i suoi singoli provvedimenti (il pasticcio sugli “esodati”, l’odiosa querelle sull’articolo 18, e nemmeno l’aumento dei contributi previdenziali per gli autonomi), ma per la sua idea di società.

Non diversamente da quelle che l’hanno preceduta, compresa quella “Treu” del 1997 che diede la stura al mostro del precariato, solletica le costanti antropologiche, e la cancellazione del diritto del lavoro in quanto tale, la riforma che entrerà in vigore dal 2017 è in assoluta continuità nel rimuovere e mistificare la realtà quotidiana. Lo conferma la giovane deputata Pd, Marianna Madia, già promotrice di una proposta di legge sul lavoro, e famosa capolista nel Lazio autrice della dichiarazione: “metterò a disposizione del partito tutta la mia straordinaria inesperienza”. Madia, nella dichiarazione di voto effettuata per il suo partito, ha confermato l’appoggio alla visione della società contenuta nel decreto, e lo ha fatto in nome dei “giovani” come lei.

Per chi lavora in questo paese, e riconosce il modo in cui evita dal 1992 di regolarlo rispetto ai criteri minimi della certezza del diritto, sa bene che queste (non) decisioni non solo non riguarderanno i “giovani”, ma incrementeranno l’illegalità, il sommerso, il lavoro irregolare, nuove e vecchie forme di ricatto, prevedendo radicalmente il contrario di quanto imporrebbe una progressiva inclusione di nuove garanzie per i nuovi lavori.

A questa visione punitiva, e sacrificale, del lavoro non dipendente, bisogna purtroppo aggiungere un laissez-faire tutto italiano. La cosiddetta Riforma Fornero non solo non semplifica il panorama coatico e irresponsabile delle 47 forme contrattuali “precarie”, ma aggrava questo panorama confuso con l’assenza di qualsiasi forma di garanzia del reddito di base, intesa almeno come misura universalistica di protezione sociale. E’ stato detto che l’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego, interesserà lavoratori dipendenti, apprendisti fino a 29 anni e “artisti”. E’ palese l’irrisorietà di questo elenco rispetto alla complessità del lavoro contemporaneo, basato sull’intermittenza e la mobilità tra una forma contrattuale e l’altra, tra un’identità sociale e l’altra. Ma lo è soprattutto perché è stato calcolato che 9 “precari” su 10, già oggi, non potranno accedere a questa misura che ripropone – sotto un nome improbabile – i limiti clamorosi del vecchio sussidio di disoccupazione.

Ma tutto questo sembra essere nulla rispetto al fatto che questa riforma entrerà in vigore nel 2017, nella parte degli ammortizzatori sociali. E che nel frattempo non cambierà nulla della vita dei lavoratori indipendenti. La riforma, anzi, fotografa la realtà attuale, la peggiora e la congela per cinque anni, sperando che tra una legislatura tutto resti come oggi. Ma non sarà così, visto che domani le condizioni peggioreranno per il semplice fatto che non si fa nulla per cambiarle oggi, e che tra cinque anni (a dispetto della crisi del debito sovrano in Europa) saranno mutate le condizioni economiche e politiche. I prossimi governi interverranno su questa riforma e la cambieranno ancora.

L’attuale ministro del Welfare Fornero ha detto, in inglese, che il “posto di lavoro” (“Job”, non “work”, prendiamo per buona l’ultima interpretazione all’intervista rilasciata al Wall Street Journal) non sia un “diritto” e che bisogna tutelare il lavoratore. In queste condizioni, tra cinque anni difficilmente il suo provvedimento potrà vantare ancora il diritto ad essere chiamata una “riforma”, visto che non tutela né le persone delle lavoratrici e dei lavoratori, né il loro posto di lavoro.

(da Quintostato)

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