Opinioni / La riforma del mercato del lavoro. Sullo sfondo, The family e un poker di donne


Ripubblichiamo da Uninomade un commento di Cristina Morini: “Di equità non v’è ombra e la riforma consentirà un ulteriore ribasso delle garanzie e dei diritti nel lavoro, e la sua definitiva precarizzazione”

10 aprile 2012 - 14:59

di Cristina Morini

Mentre le vicende di The family annichiliscono il Paese con beffarda e insieme crudele evidenza fisiognomica, è stata presentata la riforma del mercato del lavoro. Riforma storica eppure derubricata dai media a notizia collaterale, con la metà delle redazioni d’Italia a pedinare l’uomo di Gemonio.
La misera telenovelas padana non ci ha distratti e non ci sfugge la portata della transizione, giocata tra favolose coincidenze, ponti pasquali e ruoli di donne. Elsa Fornero, sempre più compresa nella parte dell’allieva modello (nel nome del padre) del professor Monti, da lui rimproverata o sorretta a seconda dei casi. Susanna Camusso che, grazie all’incredibile fair play dell’“altra parte sociale”, Emma Marcegaglia, si trova servita la possibilità di sfuggire a quello che parrebbe, al semplice buonsenso, l’obbligo di respingere il contropacco dicendo finalmente qualcosa di sinistra. La presidente di Confindustria, che calca esageratamente i toni, disponibile a tradursi in caricatura quando in un’intervista rilasciata al Financial Times si spinge addirittura a sostenere che il testo del duetto è pessimo e che tanto valeva non fare alcunché. Ecco allora che Camusso difende il Ddl, sperando possa funzionare l’equivoco argomento “se non piace ai padroni allora abbiamo vinto noi” (“Si tratta di un importante risultato della Cgil e della mobilitazione unitaria dei lavoratori”). Sulle prime pagine, intanto, le leghiste Rosy Mauro e Manuela Marrone rubano la scena a tutte loro con “scuole bosine” (sic) finanziate con soldi pubblici e lauree acquistate (pare) in Svizzera. Son queste le quote rosa che ci confondono, siamo sincere.
Istantanee da un’Italia stordita dalla crisi, con progressivo aumento del numero dei suicidi, dei casi di rapina finiti male per pochi euro, dove i giovani sono sempre più disoccupati perché i vecchi sono costretti a restare al lavoro fino all’ultimo respiro – e sul tema la retorica si spreca ma mai nessuno che dica la verità.

Nel nome dei precari

Veniamo finalmente ai 72 articoli che compongono il Ddl (per quanto è dato capire) ora pronto per l’iter parlamentare che comincerà nei prossimi giorni.
La propaganda per mesi ha assicurato una riforma improntata sul tema della giustizia, agitata nel nome delle “giovani” (sempre meno giovani) generazioni di precari, tenute fuori da un sistema di garanzie tutte sbilanciate in favore degli anziani insider. E’ giusto dunque pronunciarsi in merito alla promessa equità del testo partorito dall’accoppiata Fornero-Monti. In sintesi, di equità non v’è ombra e la riforma consentirà un ulteriore ribasso delle garanzie e dei diritti nel lavoro, la sua definitiva precarizzazione, in cambio solo di un’illusoria quanto fantomatica “eguaglianza”. Equilibrio cercato al ribasso, armonizzazione alla situazione peggiore, cancellazione di ciò che esiste senza capacità di costruzione né di innovazione che guardi al futuro.

Quello che doveva essere il fatale “contratto unico” si è trasformato in “dominante” rappresentando, nel concreto, la 47a tipologia di contratto esistente in Italia. Essa andrà semplicemente ad aggiungersi a tutte le altre, già presenti. Del “buon lavoro per i giovani”, che si doveva cercare licenziando meglio e di più i vecchi, non troviamo traccia. Meglio: troviamo traccia del secondo movimento (fuori) ma non del primo (dentro), come era facile prevedere. Su questo aspetto concorda anche Camusso nelle sue dichiarazioni successive all’intesa sulla bozza: “I giovani sono stati solo usati, tutte le tipologie di contratto atipico sono rimaste”.

Tutto cambia perché nulla cambi

Le diverse tipologie di contratto precario rimangono tutte invariate, dicevamo con Camusso. Vengono aggiunti alcuni vincoli, che saranno facilmente raggirabili come sempre, e viene aumentata la contribuzione sociale sui contratti a termine, guarda caso quelli, tra i contratti precari, che offrono maggiori garanzie e diritti. Già ora estremamente rari, l’effetto di questa manovra sarà, da un lato, la loro trasformazione in contratti atipici meno costosi e, dall’altro, quello di riversare sui salari il previsto aumento contributivo. Nella tendenza, è possibile presagire la loro sparizione.
L’invenzione essenziale della riforma di Elsa Fornero è il contratto “dominante” che dovrà essere “quello a tempo indeterminato”, ripetono in tandem, lei e il professore. Esso ha origine primigenia dall’“apprendistato” (sul quale le imprese risparmiano fino al 100 per cento dei contributi sociali) che avrà una durata minima di sei mesi e massima di tre anni. Ovviamente non è prevista la conversione automatica del contratto di apprendistato in contratto a tempo indeterminato. Vigono le nuove disposizioni sulla libertà di licenziamento individuale o la possibilità del non rinnovo una volta terminato il periodo stabilito. Come sempre e tanto più, verrebbe da dire, vista la contemporanea abolizione dell’art. 18. Sarà possibile assumere tre apprendisti per ogni lavoratore “dominante”. E sarà possibile non rinnovare gli apprendisti, allo scadere del contratto. Di fatto, l’apprendistato andrà a sostituire i contratti a termine, risultando, visto lo sgravio contributivo che consente, particolarmente conveniente per le imprese. Che età avranno gli “apprendisti”? Al momento attuale, se ci basiamo sulla riforma Sacconi dello scorso settembre, l’apprendistato potrebbe riguardare i giovani tra 16 e i 29 anni. E chi saranno gli “apprendisti”? A leggere, sembrerebbe, tutti e tutte (dall’operaio al ricercatore). Il concetto di apprendistato, di origine ottocentesca, legato alla figura dell’operaio di mestiere, viene nostalgicamente recuperato e applicato ai lavoratori cognitivi, forse proprio per il desiderio di ancorare simbolicamente il lavoro cognitivo a quelle matrici “manuali e umili” del lavoro, tante volte evocate proprio dall’ex ministro del lavoro Sacconi – che non è mai riuscito a rassegnarsi al fatto che i giovani proletari fossero usciti in massa dalle officine per frequentare le scuole.
Nonostante l’apprendistato, lo stage (anche esso collegato a esigenze fintamente formative) mantiene invariata la sua posizione: il governo si è impegnato “entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente riforma” a fare un intervento legislativo sul tema. Nel frattempo, il profitto fondato sul lavoro gratuito può proseguire senza rischi di spread.
Se proviamo a spostare l’attenzione sul fronte delle partite Iva, la riforma prevede che esse vengano trasformate in prestazione subordinata se si dimostra che il rapporto di lavoro supera i sei mesi all’anno e vale per oltre il 75 per cento dei ricavi del lavoratore. Esclusione però degli iscritti agli Albi professionali (notai, avvocati, architetti, giornalisti, eccetera). Curiosa rimozione visto che, ad esempio, tra i giornalisti il ricorso all’obbligo di aprire una partita Iva è estremamente frequente, se non normale. Si è assistito, negli anni, a un vistoso incremento di questa tipologia contrattuale connessa ai vincoli posti dalla precedente legge 30 alle collaborazioni che superavano i 5 mila euro lordi l’anno. Ogni riforma del mercato del lavoro alla quale abbiamo assistito in questi anni non ha fatto che peggiorare e complicare la situazione, generando, una sull’altra, contraddizioni ed effetti paradosso, forse neppure attesi dal legislatore.
Non viene fatta, ancora una volta, alcuna vera distinzione tra ciò che è apparente e ciò che è frutto di scelta davvero individuale, mentre si decide, in modo vessatorio, l’aumento della contribuzione previdenziale per i lavoratori “autonomi” (dal 28 per cento nel 2013 al 33 per cento nel 2018 per chi è iscritto alla gestione separata Inps – ma non a quella di altre casse previdenziali semi-private o semi-pubbliche): essendo tutta a carico del lavoratore (a differenza del lavoratore subordinato), andrà a incidere pesantemente sugli introiti del lavoratore.
La flessibilità in entrata, insomma, non verrà vincolata, non subirà alcuna sostanziale limitazione rispetto al quadro oggi in essere

La fine dell’articolo 18

Indistinta (precaria) l’entrata, quanto è invece chiara e ben segnalata l’uscita: Fornero e Monti, infelicemente preoccupati di rispondere alle critiche di Confindustria e non a quelle del paese sul quale regnano sono stati molti onesti. E si sono affrettati a dire che l’articolo 18 è stato completamente modificato (e “spacchettato”). Abolita la storica barriera della giusta causa, il licenziamento è stato suddiviso in due casistiche (discriminatorio ed economico), entrambe difficili da dimostrare, tanto più che l’onere della prova è a carico del lavoratore. Mario Monti si secca a sentir dire che la (formale) concessione a Bersani sui licenziamenti economici ha peggiorato il testo. Fa sapere a Marcegaglia che una riforma così, lei, qualche mese fa, “se la sognava” e il reintegro ci sarà “solo in casi estremi, manifestamente insussistenti”. Insiste: la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici “avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili”. Grazie della trasparenza.
Nel frattempo ci siamo persi per la strada, rispetto alla prima stesura, l’estensione del reintegro discriminatorio alle imprese sotto i 15 dipendenti. Rispetto alla prima formulazione, è stato inoltre ridotto l’indennizzo monetario nel caso di licenziamento: non più una somma compresa tra i 15 e i 27 mesi, ma tra i 12 e i 24 mesi. Pur di strappare un sorriso a Emma, questo e altro.

L’Aspi che verrà

L’ultimo punto riguarda gli interventi sugli ammortizzatori sociali. Vengono eliminati l’indennità di disoccupazione e di mobilità e la Cassa Integrazione Straordinaria (dal 2014) e introdotta l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (Aspi). La quale, tuttavia entrerà a regime tra cinque anni, nel 2017 e che verrà finanziata con i contributi sociali (in particolare con l’aumento dell’aliquota contributiva dell’1,4% a carico dei contratti a termine). Tra l’uno o l’altro sistema? Non si sa bene, contratti di solidarietà o una “mini Aspi” (forse per i precari, questo regime transitorio rischia di essere un po’ meglio di quello definitivo).
La grande Aspi, quando verrà, potrà essere usufruita da tutti purché abbiano due anni di anzianità contributiva e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio. Cioè, in queste condizioni, pochi. Rimangono inalterati i parametri di accesso già oggi in vigore per il sussidio di disoccupazione e che tagliano fuori da qualsiasi forma di sostegno al reddito la maggior parte dei precari. Cioè, ancora una volta, nessuna equità, mentre intanto, per risparmiare, si son tagliati gran parte degli ammortizzatori sociali esistenti al momento.
Di novità, di reddito, di forme di sostegno al reddito che garantiscano i precari durante l’intermittenza della prestazione lavorativa non se ne parla. Il tema era stato toccato dalla ministra Fornero poco dopo il suo insediamento. La riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali poteva essere l’occasione per affrontare seriamente l’introduzione di un reddito minimo. Non foss’altro perché il rapporto tra produzione e riproduzione è cambiato rispetto al fordismo, avendo assunto la riproduzione sociale un ruolo primario e tuttavia disconosciuto. Oggi, il precariato metropolitano che produce addirittura vivendo, consumando, comunicando, inventando stili, linguaggi, forme di vita, è paradossalmente obbligato a prescindere da qualsiasi forma di distribuzione della ricchezza, costretto dalla condizione precaria ad adattarsi a un regime di tendenziale gratuità del/nel lavoro. La precarietà si affina e diventa metodo di coazione al lavoro. Il reddito viene vissuto come elemento che può sottrarre energie a quel lavoro non buono e soprattutto brutto che Mario Monti ha cercato di andare a procurarci con il suo recente viaggio in Cina e in Corea. L’Italia si è infine, grazie all’apporto dei professori, davvero trasformata in quel paese da subfornitura che anni fa paventavamo, alla disperata ricerca di qualche cascame della produzione fordista delle economie in espansione del Far East? Quali argomenti avrà usato il serio professore, tanto diverso dal precedente barzellettiere? “Venite a investire in Italia, abbiamo i precari più belli del mondo”?

Pari opportunità?

Un appunto importante: il fatto che nella riforma siano stati inseriti tre giorni di congedo di paternità obbligatorio per tutti gli uomini e si sia posto qualche doveroso limite alla pratica indecente delle dimissioni in bianco per le lavoratrici in gravidanza, non cambia il giudizio negativo sul complesso dell’impianto, vecchio, padronale, distruttivo, sessista. Il “sessismo democratico” (efficace definizione) che impregna i nostri tempi fa la sua comparsa paternalista anche qui. Lungi da noi sottovalutare la portata determinante delle questioni in gioco, siamo convinte che questi miseri e indispensabili interventi rappresentassero solo, nel contesto, una specie di bandiera da brandire per dire “io c’ero”. Che senso ha salvaguardare la madre lavoratrice nel periodo di gravidanza quando, contemporaneamente, nello stesso testo, non le si garantisce alcuna continuità di prestazione né di reddito? Che scopo ha obbligare un padre a tre giorni di aspettativa, se l’impresa non può parlare il linguaggio della vita ma pretende solo di catturarla, soprattutto vuole il tempo della vita, è avida del tempo della riproduzione? Dà l’impressione che questi ritocchi siano solo una sorta di premio di consolazione per garantire da un lato la continuità del processo di lavorizzazione delle donne, salvaguardando il loro ruolo destinale di madri. Con questa riforma l’apparato di cattura e di dominio dell’impresa, il suo potere unilaterale, si approfondiscono e si ampliano un po’ di più, grazie al ricatto (già ora esistente) del licenziamento individuale perenne. Sarà possibile, per le madri chiedere permessi e orari elastici, senza incorrere in liste di proscrizione? Nell’ideologia organizzata della crisi permanente, la quotidiana minaccia di veder cancellato il “posto” riproduce un dispositivo eccezionale che consente di ottenere una sempre più pesante forma di dipendenza e consenso (questo lo scopo principale dell’introduzione del licenziamento individuale). Il controllo sociale va inteso come normalizzazione e regolazione della accumulazione capitalistica che può modificare, a seconda delle fasi, le proprie regole di ingaggio (donne, uomini o stranieri, a seconda dei casi). Tutto questo è stato amplificato enormemente e drammaticamente.

Qualche conclusione

Si conferma insomma la tendenza generale, che segnaliamo da anni: il lavoro atipico, lungi da rappresentare una congiuntura, un episodio, un passaggio all’interno della vita lavorativa dell’individuo, si fa strutturale. E si allarga, si approfondisce: la progressiva amplificazione del numero delle figure flessibili ammesse a norma di legge, compreso oggi il contratto “dominante”, consente al datore di lavoro la più ampia discrezionalità, con l’effetto progressivo di un sempre minor ricorso alle forme di flessibilità appena più strutturate e garantite (come i contratti a termine, per esempio). La legge 30 ha già convogliato e tradotto una serie di contratti di collaborazione nella formula della partita Iva. Verso, cioè, quel “lavoro autonomo di seconda generazione”, quel “farsi impresa del singolo soggetto” che fa ricadere sul singolo lavoratore tutti gli effetti distorsivi del rischio, pur in presenza di eterodirezione e, spesso, di monocommittenza (ma, chissà perché, Monti e Fornero si sono accorti solo parzialmente del meccanismo). In questa fase del ciclo lungo del capitale all’interno del sistema flessibile di accumulazione, il lavoro è perdente: esso non ha valore per l’impresa. Di conseguenza non si ritiene profittevole adoperarsi per fidelizzarlo, trattenerlo, strutturarlo, all’interno di un’organizzazione che punti allo sviluppo in termini qualitativi. Si preferisce il respiro corto del breve periodo, la logica del dumping e del turnover: si sceglie selettivamente non ciò che è migliore, ma ciò che costa meno, laddove e nelle forme in cui costa meno. Le traiettorie della riforma Fornero continuano ad andare esattamente in questo senso. Lo stesso che ci viene propinato da vent’anni.
Ciò che potrebbe avvenire a valle di questa nuova riforma, di questi tempi, è uno scivolamento ulteriore verso il basso delle già complesse condizioni di vita delle persone. L’abbassamento ulteriore della “soglia del dolore” imposto a tutti, comprese le donne, per rispondere alle compatibilità economiche dettate dall’Europa della finanza, avrà riverberi scomposti sulle vite e sulle speranze, non garantendo alcuna equità. D’altro lato, il principio che l’equità si raggiunga non elevando ma riducendo i diritti è francamente curioso e contraddice secoli di storia del diritto. Si perderanno posti di lavoro e le precarie e i precari resteranno tali, sotto diverso nome (precari dominanti?), in deroga all’articolo 18. Con la deregulation dei licenziamenti individuali, si corre il rischio non solo e non tanto di favorire l’avvio di licenziamenti di massa (comunque possibili), ma di avviare processi selettivi di licenziamento, aumentando il grado di potenziale minaccia e di ricatto nel controllo della forza-lavoro.
Mario Monti grazie anche al crollo leghista si prepara, probabilmente, a restare a lungo tra noi. Per ottenere la fuoriuscita dalla crisi economia, sarebbe stato saggio che prima puntasse a garantire sicurezza sociale, come condizione necessaria per stabilizzare i redditi, ridurre il dumping sociale, favorire l’accesso ai servizi di base e invertire la concentrazione della ricchezza allo scopo di incoraggiare la crescita della produttività sociale. Si sarebbe dovuta immaginare una razionalizzazione del mercato del lavoro fondata non sulla coercizione al lavoro ma sulla libertà di scelta.
A ben guardare, tuttavia, dal nostro punto di vista, il contesto degradato dalla riforma Fornero ci pone di fronte forse a inedite possibilità ricompositive. La divisione tra le varie tipologie di lavoro che registriamo si dà, nella sostanza, come simulazione, ma ha costituito oggettivamente un ostacolo, un grave inciampo, ai processi di ricomposizione del lavoro. L’esperienza del lavoro nella fase attuale è infatti unica ed è eminentemente ed esclusivamente quella di una ineludibile impermanenza. La lettura che sta alla base di questa riforma, attesa dalle imprese e attenta ai dettati dei mercati, ovvero l’esistenza di un dualismo orizzontale del mercato del lavoro, tra iper-garantiti e iper-precari, base di un dualismo verticale e anagrafico, tra vecchi e giovani lavoratori, è “ideologica”. Essa è inscindibile dalla struttura produttiva organizzata dal capitalismo bieoconomico contemporaneo che volutamente produce all’infinito questa dicotomia, funzionale al capitalismo stesso a questo livello dello sviluppo. Ed è, d’altro lato, segno della carenza di consapevolezza del lavoro sans phrase, che non si riconosceva tutto dentro questa contraddizione, denunciando con ciò la sua fragilità, la sua debolezza nei rapporti con la controparte. L’impermanenza è elemento costitutivo della prestazione lavorativa del presente. Ma il fittizio infingimento della stabilità ha generato, nei lavoratori a tempo indeterminato, l’angoscia di poter perdere qualcosa rispetto ad altri. Evidentemente, le condizioni in cui già viene attualmente mantenuto il lavoro “stabile” testimoniano che tutto si è già consumato. Ma questa condizione non ha ancora assunto le caratteristiche di un rispecchiamento consapevole, capace di creare forme di reazione adeguate.
E’ possibile dire – sul filo di un paradosso che andrà comunque discusso – che l’articolo 18 costituiva un problema anche per noi? Incapaci di comprendere e di affrontare collettivamente l’impermanenza nel suo significato di trasformazione, abbiamo lasciato che essa venisse agitata come un’arma contro di noi, in questo modo spalancando i precipizi della nostra singola debolezza. Rassegnandoci, al di là delle dichiarazioni e dei proclami, a vedere ma soprattutto a vivere come separate le presunte categorie del lavoro, noi ci siamo allontanati dalla ricomposizione.
La riforma del mercato del lavoro e la presa d’atto della nostra adesso evidente e comune condizione precaria consentirà al mondo del lavoro, precario comunque e sempre ma da oggi senza più alcuna scusante consentita da alcun falso distinguo, una comune agency, adeguata alla gravità degli attacchi che da troppo tempo stiamo subendo?

 

(da Uninomade)

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