Opinioni / La Bce e l’austerity: una storia già vista


Le misure Draghi-Trichet rischiano di aumentare le diseguaglianze sociali e favoriscono il capitale, ma il rifiuto del debito apre nuovi terreni di lotta. Il commento di un nostro collaboratore.

30 settembre 2011 - 12:52

È di ieri la divulgazione da parte dei media mainstream della lettera ‘segreta’, firmata Trichet-Draghi, rivolta al governo italiano in cui la Banca Centrale Europea delinea le misure necessarie per uscire dalla crisi. Più che una ricetta per uscire dalla crisi, le direttive sembrano la ricetta ideale per socializzare i costi della crisi globale del capitalismo, in armonia con le direttive delle istituzioni finanziare internazionali: la Banca Mondiale (BM) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le misure che Draghi e Trichet suggeriscono non sono nuove, richiamano una storia già vista i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Durante gli anni settanta, i paesi del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ si trovarono di fronte ad una crisi del debito pubblico di dimensioni spaventose. La crisi petrolifera e finanziaria degli anni 70 portò i governi di molti paesi in Africa e Asia ad affidarsi ai prestiti della BM e del FMI, prestiti subordinati all’adempimento di cosiddette ‘condizionalità’, espresse nei Programmi di Aggiustamento Strutturale (Pas) proposti dagli esperti del Washington Consensus, una cricca di intellettuali gravitante intorno Washington e l’università di Chicago. La crème de la crème della classe capitalista internazionale.

I Pas prevedevano riforme strutturali volte a ristrutturare lo stato e le economie nazionali secondo l’emergente, e oggi dominante, ideologia neoliberista. Le ricette erano più o meno le stesse da Ouagadougou a Dhaka: riduzione della spesa pubblica, privatizzazione dei servizi sociali, ruolo minimo dello stato in favore del ‘libero mercato’, meno tasse sui capitali e la creazione di zone speciali di commercio al di fuori delle regolamentazioni nazionali in cui le imprese multinazionali potessero trovare terreno fertile per inasprire lo sfruttamento dei lavoratori e massimizzare i profitti.

Trent’anni dopo le conseguenze dei Pas sono sotto gli occhi di tutti. Le politiche neoliberiste hanno portato alla crescita delle diseguaglianze sociali. Lagos, Nuova Delhi, Lilongwe e altre capitali del sud del mondo sono la vetrina perfetta della società che il capitale immagina: nuclei ricchi in cui fiorisce il potere delle multinazionali e degli alleati di governo del capitale. Fuori dalle città il Pianeta di Slums che Mike Davis descriveva nel 2006, un esercito di immiseriti che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza. I ‘poveri’, in attesa di compiere il salto sociale verso lo sfruttamento e la proletarianizzazione.

Il mondo occidentale comincia a fare parte di questo progetto. I sobborghi di Parigi e di Londra somigliano sempre di più a quelli di Lagos, la Grecia è già crollata sotto il peso del debito e Spagna, Italia e Portogallo si preparano a seguire. La Bce suggerisce oggi all’Italia quello che una volta si riservava alle colonie: privatizzazioni generalizzate, negazione dei diritti dei lavoratori. Non ultimo, il completo asservimento delle già traballanti strutture democratiche al servizio delle banche e del capitale. Non solo, infatti, Draghi e Trichet suggeriscono misure draconiane che negli ultimi 30 anni hanno miseramente fallito nel ‘promuovere la crescita’ nei paesi in cui sono stati applicate. Dragi e Trichet definiscono anche l’agenda di governo, ‘suggerendo’ in che modo e con quali tempi le misure debbano essere adottate: decreti legge da convertire in parlamento prima della fine di settembre.

I sostenitori della riforma dello stato nazionale si passino la mano sulla coscienza. Le forme della democrazie liberali si declinano a seconda degli umori del capitale, e parlamenti e governi seguono la moneta e non il popolo. Anche chi invoca le elezioni anticipate non fa che fare lo stesso gioco del governo, ne è esempio la Grecia in cui i socialisti hanno giurato fedeltà ai dettami della Bce e del Fmi e ci sono tutte le ragioni per credere che i partiti di sinistra in Italia farebbero lo stesso.

Le direttive della Bce non sono un tentativo di portare l’Italia fuori dalla crisi. Sono un processo ragionato e razionale di immiserimento delle classi subalterne e intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori. I tagli alla spesa sociale e le privatizzazioni privano i lavoratori dei diritti sociali conquistati con le lotte e colpiscono ancora una volta le fasce più deboli. Il debito che loro hanno creato, con la deregolamentazione dei mercati finanziari e il predominio della speculazione sull’economia reale cade tutto sulle spalle delle classi lavoratrici e le classi media, entrambe coinvolte in una spirale di immiserimento.

Che fare? Thomas Sankara, leader rivoluzionario e presidente del Burkina Faso, scriveva:

‘Il debito non può essere ripagato. Se non paghiamo, i nostri creditori non moriranno. Di questo possiamo essere sicuri. D’altro canto, se paghiamo, saremo noi a morire. Di questo possiamo essere ugualmente sicuri’.

Il debito può essere un terreno di lotta per il cambiamento. Deve essere chiaro che questo non è il debito dei lavoratori, ma il frutto dei giochi sporchi del capitale. Non esiste nessun obbligo morale, nessuno sacrificio che tutti devono compiere. Non esiste nessun obbligo di negoziare o di adempiere, ma esiste la possibilità di rifiutare. Rifiutarsi di pagare il debito, sia in termini monetari che in termini sociali, rappresenta l’opportunità per capovolgere le dinamiche della crisi.

 

GC

 

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