Opinioni / Ilva di Taranto. La fabbrica della paura


“La produzione innanzitutto, anche se uccide. Repressione in Val di Susa, solidarietà con la famiglia Riva. Questo è il ceto politico della provincia italiana”. Gianni Giovannelli su Uninomade.

29 luglio 2012 - 22:25

di GIANNI GIOVANNELLI

Il GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) di Taranto, ovvero la dottoressa Patrizia Todisco, ha cambiato l’agenda politica e sindacale di fine luglio. Con una prima ordinanza ha sequestrato il più importante stabilimento siderurgico italiano e con una seconda ordinanza ha disposto l’arresto di otto dirigenti dell’Ilva (fra questi il mitico Emilio Riva, capo dell’impero, grande inquinatore). Sono 600 pagine complessive, precise, documentate, un atto d’accusa impressionante, fondato su perizie dettagliate, convincenti, oggettive, inattaccabili.

La dottoressa Todisco è riuscita (anche se non se lo era proposto, probabilmente) a ricomporre l’unità dei tre sindacati metalmeccanici; non avevano scioperato insieme per opporsi alla macelleria sociale organizzata dal governo Monti e dal ministro Fornero, ma si sono trovati subito d’accordo nel ritenere che sia logico (o almeno necessario) crepare di lavoro. Il ceto politico della sinistra democratica, dal canto suo, o tentenna o delira, abbandonandosi a considerazioni sconnesse o alla traccia di percorsi impossibili (lavorare e contemporaneamente risanare); sempre e rigorosamente senza affrontare il nodo delle sconvolgenti risultanze peritali.
Slopping definisce il fenomeno della fuoruscita di gas e delle nubi rossastre; Maurizio Landini ha incontrato cinquemila operai in assemblea in questo paesaggio surreale affermando (si veda l’intervista all’unità del 28 luglio 2012): bisogna tenere aperta la fabbrica ed evitare lo stop alla produzione. Se si vuole il risanamento l’idea che per risanare l’Ilva bisogna chiuderla non sta in piedi. Ma nel lungo tempo necessario per risanare lavorando (ipotesi peraltro sostanzialmente inattuabile) i lavoratori crepano (ricordate?: in the long run we’re all dead!).

La perizia epidemiologica contiene numeri davvero sorprendenti: in sette anni 11.590 morti (1650 all’anno) e 26.399 ricoveri (3.857 all’anno). E nei soli quartieri della città che sono prossimi all’Ilva, nei sette anni, i morti sono 637 (91 all’anno) e i ricoveri ospedalieri 4.536 (648 all’anno). Non è un semplice dato statistico. È una strage! Il camino E 312 dell’acciaieria è dal 26 luglio 2012 il brand di Taranto, di una fabbrica in cui si produce, regalando la morte, anche la paura dell’instabilità. Come in guerra. Per sopravvivere devi lavorare, anche se lavorare ti toglie, a rate, la vita, rubandola al tempo. La paura dell’instabilità e della precarietà è un prodotto necessario per assicurare la governance nell’economia finanziarizzata di cui Emilio Riva (perfino in Alitalia!) è protagonista. Ilva produce acciaio e paura; entrambi sono pilastri del profitto, inscindibili.

Taranto è un laboratorio di esperienze estreme. Il forte napoleonico era affidato a Choderlos de Laclos, cui si debbono Les liaisons dangereuses; il soldato scrittore vi morì nel 1803 ma qualche anno dopo, nel 1814, per odio verso i francesi, il corpo fu disseppellito e gettato in mare. Forse per rimediare, o magari per ricordarlo appieno, la città dimostra, da allora, una tendenza costante e smodata a vivere pericolosamente (o quanto meno attrae guai come una calamita). La notte fra l’11 e il 12 novembre 1940 Taranto fu bombardata dall’aviazione alleata; l’attacco imprevisto fu studiato come un modello dal Giappone che preparava Pearl Harbour. Ebbene: in quella che è passata alla storia come la notte di Taranto i morti furono 85, molti meno di quelli prodotti da Ilva in un anno solare e nei soli quartieri di Tamburi e Borgo. Il governo Mussolini nel 1940 (bollettino n. 158 del 12 novembre) scrisse (mentendo) che a causa del bombardamento non vi erano stati morti; ed anche oggi lo stato italiano nega (mentendo) che ci siano vittime (al più si tratta di effetti collaterali).

E’ vero quel che dicono i sindacalisti, gli industriali ed il governo: una quota rilevante della popolazione (6% circa) trae da Ilva l’unica fonte di reddito. Sono 11.454 gli operai e 1.386 gli impiegati su una popolazione totale di 195.882 abitanti. Quel che non dicono è altro. Nascondono che la popolazione era di 244.100 abitanti pochi anni addietro e che circa 50.000 abitanti sono scappati via, invertendo il ciclo tradizionale di incremento precedente; nascondono che l’inquinamento ha determinato il divieto di pascolo in un’area di circa dieci chilometri intorno alla città; nascondono i capi di bestiame abbattuti, la diossina nel latte animale, l’impossibilità di controllare davvero i prodotti caseari e agricoli, occultano i danni al patrimonio ittico. E poi la diossina.
Nel 2002 si calcolava che il 36% dell’inquinamento da diossina provenisse da Ilva di Taranto. Dopo la chiusura di Cornigliano (e con buona pace dei piani di risanamento) la percentuale è ormai prossima al 90% e forse oltre. Sostiene la direzione (ora nelle mani dell’ex prefetto Bruno Ferrante, il candidato sindaco milanese imposto dal Partito Democratico e puntualmente sconfitto dal centrodestra) che la soglia sia inferiore a quota 100; ma i rilievi del 2008 hanno accertato un minimo di 172. La Regione Puglia aveva approvato nel 2008, con decorrenza aprile 2009, una legge con il limite di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Ma la soglia nel febbraio 2009 (ovviamente per salvaguardare l’occupazione) fu elevata a 2,5. In ogni caso Ilva ha sempre ignorato, fino al 26 luglio impunita, leggi e limiti. La legge a Taranto non esiste per Riva, il rottamaio come lo chiamavano negli anni ’50 i liguri.

L’inquinamento non è l’unico primato della città. Lo abbiamo detto: qui si amano le esperienze estreme. Ben prima del Minnesota (ed anzi prima del crollo del subprime) Taranto era riuscita a realizzare il più consistente dissesto finanziario che mai un comune europeo avesse raggiunto. Il 18 ottobre 2005 il deficit pubblico era pari a 357 milioni di euro; ma il liquidatore Francesco Boccia, nel 2007, accertò che la somma reale del default era di 637 milioni di euro. Questa somma è tuttavia quasi ridicola rispetto al fatturato di Ilva! Le acciaierie comprendono 200 chilometri di ferrovia, 50 chilometri di strada, 190 chilometri di nastri. E’ una città nella città.
Con l’arroganza del potere Ilva rifiuta di accettare limiti e ordini; impone il dilemma fra insicurezza (precarietà, disoccupazione, indigenza) e lavoro in coabitazione con la morte. Il ricatto funziona. Lo accettano; la società è rispettata. Racconta Landini nell’intervista: con Ilva siamo di fronte ad un’azienda che vuole dialogare con il sindacato, che vuole mantenere la produzione in Italia. Purché non ci sia da spendere naturalmente. Ferrero a sua volta si schiera, dice, con chi vuole lavorare; contro Riva, ma lasciandolo fare. Il ministro per l’ambiente del governo Monti e la Confindustria invocano la continuità della produzione. Ma di fronte a questo scenario di morte davvero non abbiamo altro da dire, se non queste giaculatorie? Comprendiamo la crisi esistenziale della vecchia sinistra, che ritiene (Vendola, articolo del 27 luglio, l’Unità) la vita operaia un ecosistema da proteggere. Non è una questione risolvibile soltanto con facile ironia e neppure con invettive o scontato radicalismo; è invece una questione politica, nata in modo imprevisto (o almeno inatteso) e sviluppatasi poi nell’ambito di uno sciopero promosso dal governo, dalla disperazione, dalla famiglia Riva, dalla paura. Non va accantonata, va coltivata. Nel terzo numero dei Quaderni di San Precario (pagine 167-174) un lucido articolo a firma di Franco Fratini (pseudonimo di persona assai nota nel movimento antagonista ligure) poneva il problema delle cosiddette lotte di resistenza nella siderurgia; e ricordava lo scontro fra operai e popolazione (con reciproche accuse di essere reazionari) a Cornigliano, proprio in ragione del rapporto lavoro-salute. Il potere politico cartolarizza a suo modo il proprio credito (di storia e di idee) ed è remunerato con i finanziamenti pubblici ed europei a perdere, mentre consolida il suo sistema di consensi e complicità. Approfondire e smascherare la realtà di questo curioso sistema di produzione politica travestita da produzione siderurgica è tabù per tutti.

Una giovanissima giornalista pugliese, Teresa Serripierro, ha raggiunto gli operai in sciopero che tentavano di bloccare la città per affermare la loro ferma decisione di lavorare anche a rischio di morte; li ha ascoltati ed ha infine osservato: nessun Tribunale potrà,ora, fermare la forza dell’Ilva, al di là del fumo che esce dai camini. Perché la forza dell’Ilva sta in chi dentro lavora, e lo fa sapendo di poter morire; preferendo lavorare finché si può. Tutti sapevamo che questo 26 luglio 2012 sarebbe arrivato.

Le perizie ci hanno avvertito. E’ un disastro ambientale; ogni giorno la produzione Ilva uccide donne, uomini, bambini, natura. Il governo tecnico, quello che deruba precari e pensionati, immediatamente ha messo a disposizione 336 milioni di euro, come riferisce Corrado Cini, il ministro. A disposizione di chi? Non delle vittime, ma degli arrestati, dei responsabili! Il governatore Vendola e il ministro Cini concordano nell’esigere (loro dicono auspicare) la cancellazione del sequestro e degli arresti ad opera del Riesame, per poi consentire a Bruno Ferrante di mettere le mani sui fondi stanziati a beneficio di Ilva.

La produzione innanzitutto, anche se uccide. Repressione in Val di Susa, solidarietà con la famiglia Riva. Questo è il ceto politico della provincia italiana.
Gli operai dell’Ilva hanno il pieno diritto (dopo aver pagato un prezzo fin troppo alto) al reddito; ma senza morire e senza uccidere la popolazione di Taranto. Più che riprendere la produzione inquinante forse sarebbe meglio risanare l’ambiente tarantino, quello che il poeta Orazio (Ode a Settimio, II, 6) descrisse in modo indimenticabile (ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet; quell’angolo di terra più degli altri mi sorride). E’ un modo anche questo di costituire il comune. Sequestrare ed espropriare la famiglia Riva riprendendo il territorio di cui si era con arte impadronita, modificando la destinazione prima che ci pensi il capitale finanziario come a Cornigliano.
Oggi Ilva produce disastro e paura; la paura è anzi il principale prodotto della fabbrica, quello necessario ad assicurare la governance del potere. Impongono lavoro e morte insieme, come unica alternativa all’incertezza e alla povertà. Ma sono corni falsi del dilemma, l’uno e l’altro. Se ne convincano Vendola e Landini; soprattutto se ne convincano i protagonisti reali, i lavoratori dell’Ilva e la popolazione vittima inerme di questi fuorilegge. Non va chiuso solo il famigerato camino E 312; deve essere chiusa ed eliminata la fabbricazione di paura.

(da Uninomade)

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