Opinioni / Alain Badiou: Tunisia, Egitto: quando un vento dell’est spazza via l’arroganza dell’Occidente


Pubblichiamo la traduzione di un’analisi del filosofo francese sulle recenti sollevazioni popolari nel mondo arabo.

23 febbraio 2011 - 17:08

Articolo tratto da Le Monde e tradotto dalla redazione.

Il vento dell’est vince sul vento dell’ovest. Fino a quando l’Occidente inattivo e crepuscolare, la “comunità internazionale” di coloro i quali si credono ancora i padroni del mondo, continueranno a dare lezioni di buona gestione e di buona condotta alla terra intera? Non è risibile vedere quegli intellettuali di servizio, soldati allo sbando del capitalo-parlamentarismo che ci mantiene in questo paradiso tarlato, fare dono delle loro persone ai magnifici popoli tunisino e egiziano, al fine di insegnare a questi popoli selvaggi l’a,b,c della democrazia? Che desolante persistenza dell’arroganza coloniale! Nella situazione di miseria politica che è la nostra da almeno tre decenni, non è ancora evidente che siamo noi ad aver tutto da imparare dai sollevamenti popolari del momento? Non dobbiamo forse studiare, in tutta urgenza e da vicino, tutto ciò che, laggiù, ha reso possibile il rovesciamento attraverso l’azione collettiva di governi oligarchici, corrotti e inoltre – e forse soprattutto – in situazione di vassallaggio umiliante nei confronti degli Stati Occidentali?

Si, noi dobbiamo essere gli scolari di questi movimenti, e non i loro stupidi professori. Poiché essi danno vita, nel genio delle loro invenzioni, ad alcuni principi della politica dei quali si cerca da tempo di convincerci che sono morti e desueti. E in particolare a questo principio che Marat non smetteva di ricordare: quando si tratta di libertà, di eguaglianza, di emancipazione, noi dobbiamo tutto alle rivolte popolari.

Si ha ragione a rivoltarsi. Così come la politica, i nostri Stati e quelli che li ostentano (partiti, sindacati e intellettuali servili) preferiscono la gestione, così alla rivolta preferiscono la rivendicazione, e a ogni rottura la “transizione ordinata”. Quello che i popoli egiziani e tunisini ci ricordano, è che la solo azione che sia all’altezza di un sentimento condiviso di occupazione scandalosa del potere di Stato è la levata in massa. E che in questo caso, la sola parola d’ordine che possa federare le diverse componenti della folla è: “Tu che sei là, vattene!” (Que se vayan todos!). L’importanza eccezionale della rivolta, in questo caso, la sua potenza critica è che la parola d’ordine ripetuta da milioni di persone da la misura di quella che sarà, senza dubbio e irreversibilmente, la prima vittoria: la fuga dell’uomo così designato. E qualunque cosa accada in seguito, questo trionfo, illegale per natura, dell’azione popolare sarà per sempre vittorioso. Ora, che una rivolta contro il potere dello Stato potesse essere assolutamente vittoriosa è un insegnamento dalla portata universale. Questa vittoria indica sempre l’orizzonte sul quale si distacca qualsiasi azione collettiva sottratta all’autorità della legge, quello che Marx ha chiamato “l’estinzione dello Stato”.

Ci fa sapere che un giorno, liberamente associati nello sviluppo della potenza creatrice che è la loro, i popoli potranno fare a meno della funebre coercizione statale. E’ proprio per questo, per quest’idea ultima, che una rivolta che abbatte l’autorità costituita scatena un entusiasmo senza limiti nel mondo intero.

Una scintilla può dare fuoco alla pianura. Tutto comincia dal suicidio di fuoco di un uomo ridotto in disoccupazione, al quale si vuole interdire il miserabile commercio che gli permette di sopravvivere, e che una donna-poliziotto schiaffeggia per fargli comprendere quello che, a questo mondo, è reale. Il gesto si allarga in qualche giorno, settimane, fino a milioni di persone che gridano la loro gioia in una piazza lontana e alla partenza di potenti potentati. Da dove viene questa espansione fantastica? La propagazione di un’epidemia di libertà? No. Come dice poeticamente Jean-Marie Gleize, “un movimento rivoluzionario non si diffonde per contaminazione. Ma per risonanza. Qualcosa che si produce qui risuona attraverso l’onda di shock emessa da qualche cosa che si è prodotta laggiù”. Questa risonanza, chiamiamola “evento”. L’evento è la brusca creazione, non di una nuova realtà, ma di una miriade di nuove possibilità.

Nessuna di esse è la semplice ripetizione di ciò che già si conosce. Ed ecco perché è oscurantista dire “questo movimento reclama la democrazia” (sottointeso, quella di cui noi godiamo in Occidente), oppure “questo movimento reclama un miglioramento sociale” (sottinteso, la prosperità media del nostro piccolo-borghese). Partita da quasi niente, risuonata ovunque, la sollevazione popolare crea per il mondo intero delle possibilità sconosciute. La parola “democrazia” non viene praticamente pronunciata in Egitto. Si parla di “nuovo Egitto”, di “vero popolo egiziano”, di assemblea costituente, di cambiamento assoluto dell’esistenza, di possibilità inaudite e prima sconosciute. Si tratta della nuova pianura che verrà al posto di quella che ha preso fuoco grazie alla scintilla della sollevazione. E si mantiene, questa pianura a venire, tra la dichiarazione di un rovesciamento delle forze e quella di una presa in mano di compiti nuovi. Tra quello che ha detto un giovane tunisino: “Noi, figli di operai e di contadini, siamo più forti che i criminali”; e quello che ha detto un giovane egiziano: “A partire da oggi, 25 Gennaio, io prendo in mano gli affari del mio Paese”.

Il popolo, il popolo è il solo creatore della storia universale. Colpisce molto che nel nostro Occidente i governi e i media considerano che le rivolte di una piazza del Cairo siano “il popolo egiziano”. Cosa? Il popola, il solo popolo ragionevole e legale, per queste persone, non era di solito ridotto o alla maggioranza di un sondaggio oppure a quella di un’elezione? Com’è che così, d’improvviso, centinaia di migliaia di ribelli siano rappresentativi di un popolo di 80 milioni di persone? Questa è una lezione da non dimenticare, che noi non dimenticheremo.

Passata una certa soglia di determinazione, di ostinazione e di coraggio, il popolo può in effetti concentrare la propria esistenza su una piazza, una strada, qualche fabbrica, un’università… Il mondo intero sarà testimone di quel coraggio e soprattutto delle stupefacenti creazioni che l’accompagnano. Queste creazioni avranno valore di prova del fatto che il popolo si mantiene là. Come ha detto fortemente manifestante egiziano: “prima io guardavo la televisione, ora è la televisione che guarda me”.

RISOLVERE DEI PROBLEMI SENZA L’AIUTO DELLO STATO

Nella calca di un evento, il popolo si compone di coloro i quali sanno risolvere i problemi che l’evento stesso pone loro. Come l’occupazione di una piazza: mangiare, dormire, guardia, bandiere e striscioni, preghiere, combattimento difensivo, tali che il luogo in cui tutto accade, il luogo divenuto simbolo, sia conservato dal suo popolo, ad ogni prezzo. Problemi che, su scala di centinaia di migliaia di persone venute da ogni parte, parrebbero irrisolvibili, a cui è da aggiungere il fatto che su quella piazza lo Stato è sparito. Risolvere senza l’aiuto dello Stato dei problemi irrisolvibili, è questo il destino di un evento. Ed è ciò che fa si che un popolo, all’improvviso, e per un tempo indeterminato, esista, là dove esso stesso ha deciso di riunirsi.

Senza movimento comunista, niente comunismo. La sollevazione popolare di cui parliamo è manifestamente senza partito, senza organizzazione egemonica, senza dirigenti riconosciuti. Verrà sempre il tempo di misurare se questa caratteristica sia stata una forza o una debolezza. E in ogni caso è proprio questo che ha fatto sì che ci siano stato, in forma veramente pura, senza dubbio la più pura dopo la Comune di Parigi, tutti i tratti di quello che bisogna chiamare un “comunismo di movimento”. “Comunismo” vuol dire qui: creazione in comune del destino collettivo. Questo “comune” ha due assi particolari. Prima di tutto, è generico, rappresentante, in un luogo, l’umanità nella sua interezza. In questo luogo, ci sono tutti i tipi di gente di cui un popolo si compone, ogni parola è ascoltata, ogni proposta esaminata, ogni difficoltà trattata per quella che è. E poi, il comune sormonta tutte le grandi contraddizioni di cui lo Stato pretende di essere il solo a poter gestire, senza mai oltrepassarle: tra intellettuale e manuale, tra uomo e donna, tra povero e ricco, tra musulmano e copto, tra genti di provincia e genti della capitale…

Migliaia di possibilità nuove, riguardanti queste contraddizioni, sorgono ad ogni momento, alle quali lo Stato – ogni Stato – è interamente cieco. Si vedono delle giovani dottoresse venute dalla provincia per curare i feriti dormire in mezzo ad un cerchio di giovani selvaggi, e sono più tranquille che mai, sanno che nessun toccherà loro neanche la punta di un capello. Si vede pure un’organizzazione di ingegneri rivolgersi ai giovani banlieusards per supplicarli di tenere la piazza, di proteggere il movimento con la loro energia nel combattimento. Si vede, ancora, una fila di cristiani appostata, in piedi, per vegliare sui musulmani piegati in preghiera. Si vedono i commercianti dare da mangiare ai disoccupati ed ai poveri. Si vede ciascuno parlare ai propri vicini sconosciuti. Si leggono mille cartelli in cui la vita di ognuno si mischia senza distacco alla grande Storia di tutti. L’insieme di queste situazioni, di queste invenzioni, costituiscono il comunismo del movimento. Ed ecco che da due secoli il problema politico unico è questo: come stabilizzare in durata le invenzioni del comunismo del movimento? E l’unico enunciato reazionario sta in : “questo è impossibile, o nocivo. Affidiamoci allo Stato”. Gloria ai popoli tunisini ed egiziani che ci riportano al vero e unico dovere politico: di fronte allo Stato, la fedeltà organizzata al comunismo del movimento.

Noi non vogliamo la guerra, ma non ne abbiamo paura. Si è parlato ovunque della calma pacifica delle manifestazioni gigantesche, e si è legata questa calma all’ideale di democrazia elettiva che si prestava al movimento. Nonostante ciò, constatiamo che ci sono state centinaia di morti, e che ce ne sono ancora ogni giorno. In molti casi, questi morti sono dei combattenti e dei martiri dell’iniziativa, poi della protezione del movimento stesso. I luoghi politici e simbolici della sollevazione hanno dovuto essere mantenuti al prezzo di combattimenti feroci contro i miliziani e le polizie dei regimi minacciati. E là, chi ha pagato con la vita se non i giovani provenienti dalle popolazioni più povere? Le classi medie, delle quali la nostra Michèle Alliot-Marie (ministro degli Esteri francese, ndTr), ha detto che lo sbocco democratico della sequenza in corso dipende da loro e solo da loro, si ricordino che, nel momento cruciale, la durata della sollevazione è stata garantita esclusivamente dall’impegno senza riserve dei distaccamenti popolari. La violenza difensiva è inevitabile. Essa prosegue, del resto, nelle condizioni difficili in Tunisia, dopo che si sono rinviati alle loro miserie i giovani attivisti delle province.

E possiamo seriamente pensare che queste innumerevoli iniziative e questi sacrifici crudeli abbiamo come solo scopo fondamentale di condurre le persone a scegliere tra Souleimane e El Baradei, come da noi ci rassegniamo pietosamente a scegliere tra Sarkozy e Strauss-Kahn (o tra un Bersani-Vendola-Fini e Berlusconin, ndTr) ? Questa è l’unica lezione di questo intero splendido episodio?

No, mille volte no! I popoli tunisini ed egiziani ci dicono: sollevarsi, costruire il luogo pubblico del comunismo del movimento, difenderlo con tutti i mezzi, inventando là tutte le tappe successive dell’azione, questo è la realtà della politica popolare di emancipazione. E non è in dubbio il fatto che gli Stati dei Paesi arabi siano anti-popolari e, in fondo, elezioni o no, illegittimi. Quale che sia il loro divenire, le sollevazioni tunisine ed egiziane hanno un significato universale. Essi prescrivono delle possibilità nuove il cui valore è internazionale.

Alain Badiou, filosofo

Traduzione italiana di Dario Gaglione

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