Opinioni / Ai salariati, disoccupati e precari di tutti i Paesi d’Europa


Pubblichiamo la traduzione a cura della redazione di un documento di analisi della lotta francese che sta circolando sugli media di movimento francesi.

27 ottobre 2010 - 02:49

Ai salariati, disoccupati e precari dei Paesi dell’Unione Europea.

Noi siamo dei precari, salariati, studenti o disoccupati, attualmente implicati nella lotta contro la riforma delle pensioni del governo Sarkozy, che prevede l’innalzamento dell’età legale per la pensione e l’aumento del numero di anni di contributi per poterla pretendere. Questa misura che andrà a degradare le condizioni di vita delle fasce precarizzate e una progressione notevole delle logiche di capitalizzazione, si situa nella linea (destra) delle politiche thatcheriane portate avanti dal governo Sarkozy da 4 anni, ma anche dalla maggior parte dei Paesi europei dopo 20 anni di regno dell’ortodossia neo-liberale. Questa politica di regressione sociale (privatizzazioni, congelamento dei salari, tagli nella funzione pubblica e per il budget sociale), fa sentire i suoi effetti ancora più duramente della recessione del 2008-09 (e il suo codazzo di licenziamenti di massa) ben lontano dal portare una revisione dei dogmi liberali, ha permesso di giustificare un nuovo rincaro di piani di rigore a detrimento delle classi popolari.

In numerosi Paesi, come in Grecia e in Inghilterra, non c’è più timore ad annunciare d’ora in poi delle brutali riduzioni dei salari e delle pensioni, mentre contemporaneamente le banche vengono salvate a colpi di centinaia di miliardi. Ovunque si moltiplicano le misure favorevoli alla borghesia: “scudi fiscali”, contratti ultra-precari esonerati dai contributi, mano d’opera gratuita, facilitazione dei licenziamenti, restringimento del diritto di sciopero e criminalizzazione dei movimenti sociali. Dappertutto si cerca di dirigere la collera popolare contro un capro espiatorio: il Rom, l’Arabo, il “disoccupato cattivo” saranno dei buoni colpevoli. Dappertutto in questa Europa che si è costruita sul mito del progresso sociale e culturale continuo e garantito dalle istituzioni, si sta ricreando il proletariato indesiderabile che l’Europa stessa aveva creduto aver assimilato. La pace tra gli Stati europei ha per rovescio della medaglia l’esportazione dei conflitti per lo sfruttamento ottimale delle ricchezze fuori dal continente, e la cooperazione di tutti quei piccoli-maestri dell’economia europea contro tutto ciò che contravviene alle sue leggi, resistenza popolare o regimi di protezione sociale. Mentre si fanno le barricate contro i migranti, si continua ad importare la parte di mano d’opera che avrà come funzione di compiere ciò che gli “Europei di sangue” non vogliono più fare, e ad esportare le industrie che potranno sfruttare a minor costo l’altra parte di questa mano d’opera, questa consegnata, invece, a residenza dalle multinazionali della fortezza Europa.

In risposta a questa situazione disperata, gli eventi della primavera scorsa in Grecia hanno aperto la via di una contro-offensiva su scala europea. Ma la strategia più che impaurita delle centrali sindacali, e il colpo d’arresto alla rivolta greca provocato dal dramma della banca Marfin’s, hanno fino ad oggi rinviato la ripresa di una conflittualità aperta. Noi altri, subordinati dell’impresa-Francia siamo stati dal 2003 (data del precedente movimento francese contro un’altra “riforma” delle pensioni) alla scuola di chi vuole questa strategia votata al fallimento delle “giornate d’azione” puntuali e distanziate nel tempo (scioperi sindacali). Dopo un mese di conflitto, la base delle centrali sindacali ha ormai acquisito l’idea di sciopero generale e generalizzato. Secondo un recente sondaggio, la maggior parte deilla popolazione vuole una “radicalizzazione” del movimento di fronte ad un governo inflessibile.

Tutti noi ci ricordiamo del movimento studentesco e liceale che fu parzialmente vittorioso della primavera del 2006, detto “anti-CPE”, che aveva imposto, parallelamente allo sciopero e alla manifestazione, le forme di lotta del blocco economico. Nella maggior parte delle grandi città, mentre le università in sciopero erano bloccate e occupate per diverse settimane, mentre le manifestazioni di massa si concludevano regolarmente con scontri, gli scioperanti erano ricorsi al bloccaggio degli assi stradali, dei centri commerciali, delle stazioni e degli aereoporti, o ancora, dei centri di smistamento postali e dei depositi dei bus. Alla fine, il MEDEF (Confindustria francese, ndt) supplicò un altro governo “inflessibile” di fare prova di abilità nel ristabilire l’attività economica normale. Il CPE fu ritirato (ma non la legge complessiva di cui il CPE era solo uno degli articoli). Non è un caso se, oggi, gli audaci colpi del movimento del 2006 appaiono come grammatica elementare delle tendenze più attive nella lotta contro l’attuale progetto governativo. A Rennes i centri commerciali sono presi di mira ad ogni manifestazione. Gli scioperi più risoluti toccano in particolare le raffinerie e i depositi di petrolio; vera avanguardia del movimento, gli scioperanti marsigliesi paralizzano il porto e imprimono alla loro città il ritmo del movimento. I ferrovieri sono anche loro in prima linea, e gli auto-trasportatori si sono uniti al movimento. Sappiamo che più prendiamo fiducia nelle nostre proprie forze, più la nostra gioiosa determinazione diventa comunicativa. Le immagini dei picchetti volanti di Barcellona, che fermavano lo scorso settembre tutti i negozi il giorno dello sciopero generale, sono servite alla volontà di sistematizzare queste pratiche.

Sappiamo che solo la capacità a contrattaccare la strategia attuale di impoverimento e intimidazione del governo può assicurarci la vittoria. Quest’ultima si traduce in particolare al ricorso crescente alle violenze poliziesche: diversi giovani manifestanti feriti gravemente, centinaia di arresti e condanne deliranti (ad esempio, mesi di prigione effettiva per l’incendio della spazzatura), un uso divenuto normale delle manganellate e del gas per sbloccare la circolazione stradale. Questa violenza si accompagna al calpestare il diritto di sciopero (precettazione degli operai del petrolchimico, minacce di pesanti condanne in caso di rifiuto).

Secondo noi è venuta l’ora del ricorso massivo all’arma del blocco economico. Attraverso questi mezzi i disoccupati e i precari che non hanno accesso ad un luogo di lavoro stabile e duraturo possono partecipare alla pressione portata degli scioperanti “tradizionali” sui dividendi patronali. Il blocco economico, come tattica dell’indurimento dello sciopero, è tuttavia accessibile a tutti. Se lo sciopero (di salariati, studenti, liceali, lo “sciopero” dell’inserimento forzato di precari e disoccupati) libera il tempo e l’attenzione della loro subordinazione ai circuiti economici, il blocco economico permette di impiegare pienamente questo tempo liberato per l’azione di disturbo a questi stessi circuiti guidati dai poteri che combattiamo, e di disturbarli sicuramente di più che una pacifica manifestazione che non comporta loro il minimo pregiudizio (ricordiamo per esempio gli eccellenti affari della restaurazione rapida durante le “giornate d’azione”). Il blocco economico permette anche, in una economia integrata e disseminata dei flussi di capitale, delle merci e dell’informazione, di generalizzare l’impatto portato da uno sciopero ancora limitato a qualche settore. E può allo stesso modo permettere di operare incontri tra gli scioperanti venuti a bloccare un sito e i salariati del sito stesso, incoraggiati da questa azione ad unirsi al movimento.

Lo sciopero stesso può essere direttamente concepito come un’arma di blocco economico, che permette al movimento di durare, e senza necessariamente significare sciopero illimitato, molto difficile da tenere per i salariati: scioperi minuziosi, scioperi a turnazione, scioperi che paralizzano certi settori o posti chiave che gli altri possono sostenere finanziariamente . La vittoria, anche simbolica e parziale, di questo movimento non può che venire da là: che ogni collettivo di lotta, ogni sindacato locale, ogni gruppo formale o informale di militanti, di amici, di colleghi, di parenti, mentre cerca di ordinarsi con altri, si permette di costituire il suo proprio picchetto volante. Tali forme di disponibilità alla lotta saranno assolutamente compatibili con dei momenti di rallentamento in cui potremo prendere il tempo di organizzarci materialmente, di scambiare idee, un pranzo, dei canti e delle esperienze. In questo momento in cui il governo non esita più al ricorso alla polizia o a minacciare di incarcerazione per sloggiare i picchetti e obbligare alla ripresa del lavoro, rendersi disponibili alla più grande mobilità, essere capaci di riunirsi al più presto in un punto per fare massa inamovibile, cosi come disseminarsi per bloccare la metropoli in dieci punti alla volta, sono queste, ai nostri occhi, le sole maniere veramente coerenti di mobilitarsi, per riprendere la formula sindacale, il migliore impiego possibile del tempo liberato dallo sciopero.

Mentre ci avviciniamo passo dopo passo ad una penuria di carburante, la questione degli obiettivi prioritari del blocco sembra già risolta: raffinerie, depositi petroliferi, assi di trasporto di tutti i generi, centri commerciali, piatta-forme di distribuzione. Segnaliamo ugualmente l’interesse dei blocchi che contribuiscono a far uscire la protesta dal ghetto nazionale. Pensiamo per esempio al turismo che costituisce uno dei “polmoni” economici principali del nostro continente-museo: grandi hotels e ristoranti, grandi spettacoli, consumi di merci e servizi di lusso. Pensiamo anche all’interesse di incoraggiare alcuni media a “sbloccare” l’informazione e a dare la parola a quelli che ne sono istituzionalmente privati. Pensiamo ancora ai “quartieri d’affari” delle nostre metropoli, che potrebbero trasferire ai quattro angoli del mondo la cattiva reputazione delle loro “province” mal colonizzate. Ferrovieri belgi, siderurgici castigliani, portuali marsigliesi, fattorini greci, interinali, precari e indesiderabili di ogni luogo, la vostra lotta è la nostra.

Da ogni parte dobbiamo rispondere in modo solidale e coordinato ad ogni attacco fatto per uno qualsiasi dei nostri oligarchi nazionali, più o meno complice dei commissari e dei banchieri europei. Per la fine delle contro-riforme e dei piani di rigore, per il miglioramento delle nostre condizioni di vita, per una politica di apertura e solidarietà con i migranti e i proletari di tutti i paesi, formiamo ovunque dei comitati di lotta, delle assemblee generali interprofessionali, delle brigate di picchetti volanti coordinate una all’altra aldilà delle frontiere.

Blocchiamo l’Europa del capitale, sblocchiamo l’Europa fortezza, sbarazziamoci dei Sarkozy, Merkel, Barroso e degli altri Berlusconi!

Sciopero generale generalizzato!

Blocco economico!

Alcuni partecipanti all’Assemblea Generale degli studenti di Rennes 2, al movimento dei disoccupati e dei precari e all’Assemblea generale interprofessionale di Rennes, il 25 ottobre 2010

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