Opinioni / A caldo: che cos’è questo golpe?


Wu Ming: “Sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova ‘strategia della tensione’, un nuovo ‘stabilizzare destabilizzando’”.

20 maggio 2012 - 00:03

(da Giap)

Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.
In Europa, il golpe è démodé da almeno quarant’anni. E’ assodato che si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e gradualità. Il che non vuol dire con meno violenza: è solo un altro uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri costituiti comunicano tra loro in un linguaggio allusivo e cifrato, linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa esattamente si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla sostanza, però, sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo “stabilizzare destabilizzando”.
E chissà se è una semplice coincidenza che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche degli anarchici etc.

Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura, è una società che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare politiche che si annuncino ansiolitiche e senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.

Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque matrice o attribuzione.

La “strategia della tensione” è sempre una strategia di controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che il pericolo immediato da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è palese, non stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro ombelico e guardare all’Europa.

In diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, i movimenti sociali e le lotte dei lavoratori, dopo due-tre anni di intensa agitazione di piazza, sembrano aver trovato espressione – seppure imprecisa e transitoria – sul terreno politico strettamente inteso. Il terreno, fino a poco tempo fa del tutto squalificato, della competizione elettorale.
In Francia, in Grecia e in parte in Germania, gli elettori hanno sconfessato la gestione tardoliberista della crisi da parte della “Trojka” (Banca centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale) e delle classi dirigenti che ne portano avanti le politiche di smantellamento dei diritti e repressione poliziesca.
Gilles Deleuze diceva che la parte interessante di qualunque processo non è il suo inizio, che è sempre discreto e “mimetizzato” nello stato di cose presenti, ma la metà del suo percorso, quando gli elementi innovativi si staccano dallo sfondo col quale si confondevano, e diventano palesi.
Forse oggi, in diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, siamo alla metà di un percorso: si sta facendo manifesta una ricomposizione anticapitalista o, quantomeno, di sinistra antiliberista. Sembra lontana la “corsa al centro”, ed è sempre più evidente che tale centro non esisteva; nessun esponente di sinistra che abbia un minimo di sale in zucca cerca più il voto dei “moderati”, ed è sempre più chiaro che i “moderati” non esistono; da più parti, anche se non ancora in Italia, vengono dismesse etichette sterilizzanti come “centrosinistra” e i suoi corrispettivi. Dove le sinistre si presentano come… di sinistra, e dicono chiaro e tondo che il loro avversario è di destra, ottengono risultati impensabili fino a poco tempo fa.
Di contro, anche il “centrodestra” perde ovunque, a scapito di movimenti di estrema destra che non annacquano le loro proposte reazionarie. La “corsa al centro” sembra davvero finita.
N.B. Si è parlato molto di Marine Le Pen e di Alba Dorata, ma nell’ultima tornata elettorale continentale, la sinistra-sinistra ha nel complesso guadagnato più della destra-destra. Andate a contare e sommare i voti, poi chiedetevi come mai dai resoconti dei media non si capiva.

E’ vero, i risultati elettorali sono sempre una fotografia sgranata e distorta di quel che accade, ma anche fotografie di quel genere permettono di capire alcune cose.
La ricomposizione non consiste principalmente nell’incollare con lo sputo pezzi di ceto politico residuale, non passa per alleanze meramente elettorali come quelle che si sono praticate in Italia e qualcuno ancora si auspica. No, la ricomposizione è sociale, avviene prima nelle lotte, ed è leggibile dopo nello spostamento a sinistra dell’asse politico registrato dalle consultazioni elettorali.

Il processo di ricomposizione è iniziato sottotraccia nel 2010 con la “primavera” dei movimenti studenteschi in diversi paesi, con la grande battaglia per fermare la controriforma delle pensioni in Francia (“Je lutte des classes!“), l’avvio della resistenza di massa alla “debitocrazia” in Grecia, il referendum islandese per la remissione del debito, ed è proseguito nel 2011 con le grandi ondate di scioperi in Gran Bretagna, la radicalizzazione del movimento di massa in Grecia, vaste e multiformi mobilitazioni come quella del movimento 15 Maggio in Spagna, esplose sulla scia delle “primavere arabe” e in una seconda fase sospinte per retroazione dal movimento Occupy nordamericano che avevano ispirato.

Bisogna studiare i timori dei poteri costituiti per capire la forza potenziale dei movimenti, anche e soprattutto quando i movimenti tendono a sottovalutarsi. Capita che facciamo più paura di quanto siamo disposti a credere. In Italia, qualcuno – qualcuno di altolocato – teme il contagio della ricomposizione di classe europea e planetaria. Teme uno sbocco antiliberista della crisi.
In apparenza, sembrerebbe un timore infondato.

E’ vero, veniamo anche noi da due-tre anni di lotte di piazza, in scuole e università, sui luoghi di lavoro, e assistiamo alla rapida putrefazione delle forze politiche che ci hanno governati negli ultimi tre-quattro lustri. Vista in astratto, sarebbe una situazione favorevole. Nel concreto, invece, paghiamo un sistematico avvelenamento dei pozzi, decenni di frantumazione del legame sociale, il suicidio della sinistra politica e, last but not least, il lungo equivoco del controberlusconismo (“Va bene tutto purché se ne vada Berlusconi”). Equivoco che ha illuso una gran parte di italiani sulla vera natura del governo Monti, regalando a quest’ultimo una “luna di miele” che ci ha fatto accumulare ulteriore ritardo rispetto agli altri paesi.

E’ il vecchio, citatissimo apologo della rana nell’acqua che bolle. E’ un esperimento che vi chiediamo di non tentare, fidatevi e basta. Se infili la rana quando l’acqua già bolle, reagirà e salterà fuori. Devi posarla nella pentola quando l’acqua è ancora fredda, e scaldarla pian piano. E’ l’unica maniera per lessarla viva.
Per imporre questa gradualità, è indispensabile cambiare le parole, usare parole che nascondano l’ideologia, lo scontro in atto, le forze in campo. Le parole devono suonare “neutre” e far pensare a processi il più possibile oggettivi. Gli attuali ministri sono quasi tutti banchieri, ma è proibito dire che è un “governo di banchieri”. O meglio: poiché lo ha detto la Lega, se lo dici anche tu ti danno subito del leghista. Non si può dire che è un governo di banchieri: è un governo “tecnico”, perciò neutro, apolitico.
E’ come quando chiami l’idraulico: che c’è di “ideologico” nel riparare un guasto allo scarico del lavandino? E’ tutto oggettivo, no? Il tubo è rotto, chiamo il tecnico, il tecnico lo ripara.

E così, anche sulla scia del controberlusconismo, il governo più dogmatico, ideologico e asservito alla finanza della storia della Repubblica è riuscito a presentarsi come super partes, e a descrivere le sue “ricette” come le uniche scientificamente giuste e quindi da applicare senza discussioni. Compreso l’abominio – con l’avallo del solito PD – del pareggio di bilancio nella Costituzione.

Altro esempio di strategia “desoggettivante” è l’espressione: “i mercati”. Ce lo chiedono i mercati.  L’espressione rimanda a un funzionamento oggettivo e ferreamente razionale dell’economia, una logica ineludibile alla quale dovremmo uniformarci, perché “è l’unica cosa da fare”, “non c’è alternativa”.
Ultimi esempi di neolingua: “austerità” e “rigore”. Termini che un tempo indicavano due virtù – su per giù: l’accontentarsi di poco e un’inflessibile coerenza etica – ora indicano due obblighi a cui deve sottostare la parte debole della società, affinché quella forte possa restare ricca. Oggi “austerità” significa rinunciare ad assistenza e servizi sociali, e “rigore” significa tagliare la spesa pubblica… ma solo quella destinata a certi usi (ammortizzatori sociali) e non ad altri (si veda il caso del TAV Torino-Lione, col suo gigantesco sperpero di soldi dei contribuenti).

La “luna di miele” col governo Monti parrebbe finita, la vecchia classe politica è fortemente delegittimata e presa d’assalto dalle inchieste giudiziarie, ma per ora il malcontento – a differenza di quanto avviene altrove – è capitalizzato da un movimento ambiguo e privo di memoria, “né di destra né di sinistra”, che su alcuni temi è antiliberista e su altri è liberista, su alcuni temi è libertario e su altri autoritario, su alcuni è egualitario e su altri addirittura razzista, ed è di proprietà di un leader carismatico cresciuto nella stessa industria dell’entertainment e della pubblicità che ci aveva dato Berlusconi.

La situazione è questa, ed è grama. Eppure, come si diceva sopra, c’è chi teme uno sbocco antiliberista della crisi, e sta attuando strategie di controrivoluzione preventiva.
Davvero è possibile anche in Italia avviare una ricomposizione? Davvero è possibile far capire che tutte le lotte  sono la stessa lotta?
Cerchiamo di interpretare i timori del potere, ascoltiamo gli sfoghi dei suoi esponenti.
Nei giorni scorsi è stato detto che il movimento No Tav è “la madre di tutte le preoccupazioni”.
Da sette mesi, il cantiere del TAV – con l’avallo del solito PD – è stato dichiarato “sito di interesse strategico nazionale”, ovvero zona militare, con pesanti conseguenze per chi ne viola i confini.
Negli ultimi due anni, il movimento No Tav è stato il principale bersaglio di provocazioni “controinsorgenti”, e si è cercato in ogni modo di trascinarlo in un dibattito pubblico artefatto e pieno di trabocchetti, a colpi di “brodo di coltura”, “fiancheggiatori”, “pericoli di derive armate” etc. Repressione, arresti, lunghe prigionie in condizioni umilianti, con provvedimenti sproporzionati come la censura della posta… E’ di appena due giorni fa la notizia che Giorgio Rossetto e Luca Cientanni sono passati dal carcere agli arresti domiciliari.
Sul movimento No Tav si sono sperimentate le tattiche di controrivoluzione preventiva che vediamo e vedremo all’opera su scala nazionale.
E’ importante continuare a seguire gli eventi in e intorno alla Val di Susa. Se davvero ci sarà una ricomposizione, passerà anche da quel patrimonio di esperienze, da quella resistenza lunga vent’anni. La quieta tenacia di cui il movimento No Tav ha dato prova dev’essere di ispirazione per tutti noi, per resistere alla nuova “stabilizzazione destabilizzante”, alla stagione delle bombe che ha già svoltato l’angolo.



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