Speciale / Oggi, 2 agosto 1980


La strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 vista dall’archivio di Zic: una raccolta di foto d’epoca, approfondimenti e spunti di riflessione come piccolo tassello di una memoria che va conservata, alimentata, difesa.

30 luglio 2010 - 19:31

> Le foto della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e delle prime commemorazioni, tratte dall’archivio di Zeroincondotta. Un importante lavoro prodotto da diversi reporter dell’epoca e che è stato riassemblato dall’Agenzia Camera Chiara e da UFO (Unione Fotografi Organizzati):


> Testo tratto dallo spettacolo della Compagnia del TinelloCi vuole memoria… per r/esistere(23 aprile 2010):
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2 AGOSTO
LETTURA A DUE VOCI

PRIMA VOCE
«Chi furono i responsabili della Strage alla Stazione il 2 agosto 1980?… Le Brigate Rosse», questa risposta torna più volte nelle interviste pubblicate sul sito di Repubblica raccolte fra i ragazzi che siedono sui gradini in Piazza Nettuno, sotto il Sacrario dei caduti della Guerra di Liberazione e a pochi passi dalla lapide che commemora le vittime dell’ Italicus e del 2 Agosto. Sono tutti bolognesi, e dimostrano di avere molte incertezze su una vicenda che ha sconvolto Bologna e l’ Italia intera. Hanno meno di trent’ anni, sono nati dopo la data della strage, ma mostrano lacune che non sono soltanto capitoletti di storia dimenticati. Molti attribuiscono la responsabilità all’ “estremismo di sinistra”, alle Brigate rosse, qualcuno soltanto all’estrema destra, nessuno fa i nomi di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. La commemorazione che si è ripetuta con la stessa ritualità per 29 anni, non ha lasciato un segno evidente nella prima generazione che non ha visto quel dramma con i propri occhi.

SECONDA VOCE
Il 2 agosto 1980, alle 10.25, nella sala d’aspetto di 2° Classe della Stazione di Bologna Centrale, in un assolato sabato d’estate, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplode uccidendo ottantacinque persone e ferendone oltre duecento. Le vittime sono normali cittadini che affollano i binari del nodo ferroviario più importante d’Italia, in un giorno di partenza per le vacanze estive.

Mani fasciste, poi coperte dai vertici della Loggia massonica P2, causano morte, terrore e distruzione, tante vite travolte, tanti sogni spezzati, tante speranze svanite in un attimo.

Quella alla stazione di Bologna è la più grande strage italiana in tempo di pace.

Tra il 1969 e il 1984, in Italia, sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche comuni: tutte hanno visto coinvolti personaggi appartanenti alla destra eversiva, in tutte sono emerse protezioni, connivenze, responsabilità di appartenenti agli apparati dello Stato, tutte sono rimaste per molto tempo senza spiegazioni ufficiali, senza colpevoli e senza mandanti.

Si è fatto di tutto intorno alle stragi di Piazza Fontana, di Brescia, di Bologna, di Ustica…

Di tutto per non scoprire la verità…

Di tutto per coprirle coi silenzi, le omissioni, i depistaggi…

Nel nostro paese si continua a respirare l’aria viziata dai troppi segreti di Stato.

Quell’aria viziata, ha spalancato le porte a un nuovo, pericoloso, vento di destra…

Il “consenso di massa” alle odierne forme del fascimo ha fatto breccia in quella massa anonima di giovani, sulla cui “terribile solitudine” e “drammatica indifferenza” continua a scrivere (inascoltato) solo qualche vecchio poeta.


> Appello per il trentennale della strage (2 agosto 2010), pubblicato il 23 luglio 2010:
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LIBERI DALLA PAURA, CONTRO OGNI REVISIONISMO

Sono passati trent’anni dalla strage neofascista del 2 agosto 1980. La bomba che esplose nella sala d’aspetto della Stazione di Bologna costò la vita a 85 persone. Da allora si sono susseguiti depistaggi e menzogne di Stato, volte a coprire e proteggere i mandanti della strage, così come è avvenuto e avviene per tutte le quattordici stragi che hanno insanguinato il paese negli ultimi decenni. Ancora oggi non abbiamo verità e giustizia.

Quest’anno che la pista palestinese ha mostrato tutta la sua illogicità storica, che si è dissipato il polverone intorno a immaginate o presunte presenze a Bologna di questo o quel bombarolo famoso, i professionisti del depistaggio mediatico hanno cercato vanamente di imbastire l’ennesima «pista internazionale» con ipotetiche «rivelazioni» della Commissione Mitrokhin e carte provenienti dall’altro versante della cortina di ferro.

Il 1980 fu anche l’anno in cui il DC9 Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo fu abbattuto da un missile Nato. Ottantuno vittime, un’altra cicatrice ancora aperta.

Anche in questo caso il Re è nudo, il missile mirava a colpire un velivolo libico su cui viaggiava Muammar Gheddafi nascondendosi nel tracciato radar dell’aereo civile. Anche in questo caso un omicidio di massa viene mistificato in una nuvola di falsità e ipotesi fantasiose, dal cedimento strutturale alla bomba nascosta nel wc. Furono suicidati gli anelli deboli della catena della disinformazione, incendiati archivi, i tracciati radar sparirono.

La lezione è vecchia: non si governano corpi e vite meglio che con i dispositivi della paura, e l’omicidio è uno di questi. L’ultimo decennio si è aperto con la mattanza messa in atto dalle polizie contro l’insorgenza di Genova e l’assassinio di Carlo Giuliani. Pur faticosamente, nelle aule di giustizia stanno emergendo le responsabilità delle alte sfere della forza pubblica. Tutti uomini che però, anche a seguito di condanne in appello, mantengono impunemente cariche di prestigio: una campagna lanciata in questi giorni ne chiede giustamente la rimozione.

Molti altri casi, negli ultimi dieci anni, ci parlano di supposti tutori dell’ordine che compiono omicidi, sevizie, torture, abusi sessuali, per strada come nelle prigioni e nei Cie, o che si rendono responsabili della morte in mare di chi cercava di raggiungere le frontiere meridionali della Fortezza Europa nella disperata ricerca di un futuro o una speranza. Spesso, troppo spesso, i responsabili sono non solo impuniti ma neppure indagati.

Proprio le tante violenze e bugie di Stato ci consegnano oggi un paese impaurito, corrotto, ipocrita, perbenista, razzista, sull’orlo ormai di uno sfacelo civile senza ritorno. Se i governanti in Italia non sono mai stati ispirati da un’etica della verità, oggi prevale solo un clima di autoritarismo, sopraffazione, menzogne e paura.

Tuttavia la paura non è l’unica passione che tiene donne e uomini insieme. È un paradigma a cui è possibile e necessario opporsi immaginando, praticando e difendendo spazi di libertà, di solidarietà, di creatività antigerarchica, di autorganizzazione.

Ma anche attraverso la memoria intesa come percorso collettivo, pratica concreta di lotta ed antidoto per quanto succede oggi. Non come cerimonia.

Parteciperemo e invitiamo a partecipare al corteo che lunedì 2 agosto raggiungerà la Stazione di Bologna con uno spezzone che denunci e smascheri ogni manipolazione revisionista della memoria e rilanci la necessità e l’urgenza di una società altra, libera da paura e terrore. Un mondo diverso, migliore e possibile se lo desideriamo e costruiamo insieme. Da oggi.

Liberi dalla paura, contro ogni revisionismo

Aderiscono e promuovono:

Nodo Sociale Antifascista
Tpo
Vag61
Circolo Anarchico Berneri
Xm24
Lazzaretto Autogestito
Circolo Iqbal Masih
Associazione Antigone
Bologna prende casa
Antagonismogay
Atlantide
Aula C Autogestita

Valerio Evangelisti
Gianmarco De Pieri (Tpo)
Elia De Caro (Antigone)


> Articolo pubblicato su Zic.it il 5 luglio 2010:
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OPINIONI / DUE AGOSTO, ANCORA DEPISTAGGI A NASCONDERE I MANDANTI

Quest’anno niente istituzioni sul palco del trentennale della strage, mentre continuano a trovare spazio fantasie che confondono la ricerca delle responsabilità, così come per la strage di Ustica.Il commento di un nostro collaboratore

Oggi è sempre più difficile parlare delle stragi di Stato. Far capire che questi episodi non sono per nulla misteriosi, ma rispondono a una logica coerente e continuativa del potere, a una strategia di lunga durata, che potrebbe ancora riproporsi. Ogni anno, nella ricorrenza dei più rilevanti episodi stragisti, le alte cariche dello Stato esibiscono insieme lacrime e fantasie autoassolutorie, negando o alterando i pochi elementi certi e dimostrati emersi nei lunghi, faticosissimi, depistatissimi processi. È un piccolo tic, ma la dice lunga sulla coscienza sporca delle istituzioni.

Si prenda ad esempio l’ultimo anniversario della strage di Ustica. Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per famiglia e tossicodipendenze, – noto per aver dichiarato che Stefano Cucchi era morto da sé perché drogato, anoressico e sieropositivo, – afferma che la strage di Ustica fu effetto non di un missile militare, ma di una «bomba nella toilette». Una «bomba»!? Sì, e subito il presidente Napolitano, che è anche capo dell’Aeronautica, dichiara con viso afflitto che «le indagini e i processi svolti sin qui non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico incidente». Sulla «dinamica»…? «drammatico incidente»?

Se c’è una cosa accertata al di là di ogni dubbio è invece che il DC9 fu abbattuto da un’arma militare. «L’inchiesta», si legge nella sentenza del 1999, «è stata ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’Aeronautica italiana che della NATO, le quali hanno avuto l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto. […] L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto». Quindi conosciamo la «dinamica»: e non si trattò di un «drammatico incidente», ma di un atto di guerra in tempo di pace…

Oggi impudenza e impunità vanno a braccetto. Se sei un politico, un deputato, un sottosegretario, puoi dire qualsiasi cosa ti salti in mente, offendere la verità e i morti di Stato, giocare con le parole e con i media. Ogni svista, ogni menzogna, ogni veleno è un modo per abbassare la soglia di attenzione, di memoria e di risposta civile. Tutto è ridotto a talk-show. Ogni fantasia e assurdità fa gioco alla smemoratezza collettiva e impedisce che, pur a distanza di decenni, si possa avere risposte sui mandanti.

È un discorso che vale a maggior ragione per la strage neofascista del 2 agosto 1980: la più grande strage della «strategia della tensione», costata la vita a 85 persone, con effetti politici involutivi di lungo periodo, con una scia di depistaggi e menzogne di Stato lunga trent’anni, con l’insulto di «veleni» e «premi per gli assassini», come scrivono quest’anno i Familiari delle vittime. Nel caso del 2 agosto si vede bene quanto i vecchi depistaggi della Loggia massonica P2 abbiano costituito un modello ben al di là dei processi e siano l’antecedente del revisionismo immaginoso senza né prove né indizi che ogni anno trova ampia risonanza sui media di regime.

Quest’anno che la pista palestinese ha mostrato tutta la sua illogicità storica, che il polverone intorno a Carlos «lo sciacallo», a Thomas Kram, alla presenza immaginaria di Christa-Margot Frohlich a Bologna non risulta più sfruttabile né sostenibile, i professionisti del depistaggio mediatico hanno cercato vanamente di imbastire l’ennesima «pista internazionale» con le ipotetiche «rivelazioni» della Commissione Mitrokhin e le carte provenienti da Germania Est, Ungheria, Grecia ed ex Cecoslovacchia. Negli archivi ex-comunisti, dove la Stasi e altre polizie segrete fabbricavano dossier buoni per tutti gli usi, si vorrebbe trovare un qualche pezzo sbrindellato di carta, una nota spese, uno scarabocchio sbiadito che supporti nuove fantasie autoassolutorie dello Stato.

Giustamente Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, osserva che queste presunte «piste alternative» servono anzitutto a distogliere da una seria ricerca dei mandanti delle stragi: «A 30 anni dalla strage ci sono ancora tentativi di sviare l’attenzione dai mandanti o da un percorso verso obiettivi più alti di quelli che sono gli esecutori. Con tutta la montagna di carte che vengono messe a disposizione dei giudici di Bologna, sulla questione dei palestinesi o sul caso Kram diventa difficile che la pista dei mandanti possa essere perseguita con successo».

Moltissimi elementi emersi nei processi sulle stragi hanno dimostrato che in Italia era ed è forse tuttora operante – in quanto mai davvero toccata da indagini – una rete occulta di potere in grado di condizionare la vita sociale, economica e politica, anche con l’impiego di violenze indiscriminate e di protezione e finanziamenti a gruppi neofascisti e neonazisti. Non è un caso che gli aderenti alla Loggia massonica P2 – a cui apparteneva anche l’attuale capo del governo – si siano adoperati in un’opera sistematica di depistaggio. «Ci sono 14 stragi, di nessuna si sa il mandante», ha detto ancora Bolognesi, «e questo vuol dire che il potere in prima persona ha vietato di arrivare ai mandanti. Una strage la posso anche capire, ma tutte e 14 no. È inutile che mi vengano a dire che dietro la strage ci sono dei misteri, i misteri ci sono solo nelle religioni, questi sono segreti, per cui se si vuole si può arrivare fino in fondo».

Ogni tanto qualche lume traspare per caso. Come nelle intercettazioni a Gennaro Mobkel, l’imprenditore neofascista legato alla massoneria, in rapporti con esponenti della banda della Magliana e della ’ndrangheta calabrese, promotore dell’elezione al Senato dello «schiavo» Nicola Di Girolamo (PdL, ex AN) e amico degli «amichetti di Brancher». Fiancheggiatore a suo tempo dei NAR, nel 2007 Mobkel risulta in contatto «sia per telefono che di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti «anche con rilevanti sostegni economici». Un legame che trova numerose conferme nelle intercettazioni telefoniche di Mokbel. Quando parla con Carmine Fasciani, boss di Ostia, si vanta dicendo dei due neofascisti: «Li ho tirati fuori tutti io… tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati?… un milione e due… un milione e due…». Gli avvocati di Mambro e Fioravanti hanno detto che questo milione e duecentomila euro non è finito nelle loro tasche. E Mobkel è un volgare truffatore neofascista che ha fatto della corruzione uno stile di vita.

Ogni anno lo Stato ha voluto imporre la propria ambigua presenza sul palco delle celebrazioni del 2 agosto. Quest’anno nessun esponente dello Stato parlerà nella piazza della Stazione e le istituzioni continueranno il loro lavorio dietro le quinte per spegnere il ricordo della strage e per mantenere le protezioni e i segreti che si trascinano da trent’anni. Se la cultura di governo in Italia non è mai stata ispirata a un’etica della verità, oggi prevale solo un clima di violenza, sfruttamento, sopraffazione, corruzione, revisionismo, autoritarismo, «me ne frego» e «ghe pensi mì».

Dinanzi a tutto ciò non si può che ribadire la nostra sofferta verità. Che fin dal principio lo stragismo fu neofascista, con coperture statali, con agganci militari per armi ed esplosivi, come confermò già la condanna definitiva di Freda e Ventura per le bombe del 1969 pre-piazza Fontana: attentati per i quali alcuni anarchici erano già stati condannati e sarebbero stati incastrati se il giudice Giancarlo Stiz non avesse riportato gli accertamenti sui dati di fatto. Poi ci fu Piazza Fontana e quel che seguì. A lungo preparata, anche la strage di Bologna fu un capitolo della «strategia della tensione» e la sua verità storica non può essere staccata dalla storia dello stragismo neofascista e dei suoi appoggi istituzionali di ieri e di oggi.

Proprio per questo è un’iniziativa importante quella promossa dall’Associazione dei familiari delle vittime che ha voluto la digitalizzazione integrale dei documenti e degli atti dei processi sulla strage del 2 agosto 1980, quasi 180.000 pagine che saranno disponibili presto anche sul web.

Per il trentesimo anniversario si registrano ad oggi, inoltre, una presa di posizione di G.M. De Pieri (Tpo) per una «grande assemblea pubblica», e la proposta del Nodo sociale antifascista di Bologna, che invita a partecipare alla manifestazione del 2 agosto portando in piazza non solo l’importanza della memoria civile, ma la necessità di una critica «contro ogni revisionismo» che, più in generale, «sappia smascherare le operazioni ideologiche di manipolazione della memoria».


> Articolo pubblicato su Zic.it il 27 giugno 2010
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OPINIONI / MEMORIA COME DISPOSITIVO COMUNE

Trenta anni fa un missile Nato abbatteva il DC9 Itavia decollato da Bologna e diretto ad Ustica.

Questo missile fermò per sempre la vita, i sogni, i progetti, il diritto alla felicità di ottantuno cittadini di Bologna.

E aprì un’altra lunga cicatrice nella storia collettiva del nostro territorio politico.

Questo missile ebbe una storia ed una causalità precisa.

Nacque in casa Nato, seguì il Dillinger degli anni 80 chiamato Muammar Gheddafi, combattuto da Francia e USA, e si concluse sulla fusoliera del DC9 incosciente colpevole di essere l’hidden trasponder del leader libico.

Non ci furono bombe, non ci furono cedimenti strutturali. Solo un omicidio di massa compiuto dagli stessi alleati dell’italia. Ed il goveno Cossiga lo seppe immediatamente, così come seppero l’Areonautica, lo Stato Maggiore dell’Esercito, i Sottosegretari dei partiti di governo.

Anzi, lo sapemmo tutti noi. Ma a differenza nostra e dei famigliari dei nostri cittadini, loro ebbero fin da subito le prove e la precisa cronistoria dei fatti.

E lavorarono per occultare, per insabbiare, confondere. Produrre non verità. Furono suicidati gli anelli deboli della catena della disinformazione, i tracciati radar sparirono, gli archivi i incendiati, i generali divennero gli addetti al depistaggio, le rogatorie seppellite sotto quintali di ragioni di stato, i colpevoli sostanzialmente (e politicamente) prescritti.

Trentacinque giorni dopo Bologna subì la strage della stazione, con ottantacinque morti ed oltre duecento feriti gravi e gravissimi.

Ciò che rimane è una verità giudiziaria limitata e mai storicamente piena.

Annualmente i giornali sono appesi al lancio di agenzia del Presidente Depistatore K., che ridendo ed ammiccando, spara, di volta in volta, il tassello “di verità” che più gli serve o diverte.

La memoria non è faccenda di ricordo, né esso può essere solo la cerimonia del lutto. La memoria è un processo collettivo di lotta, un dispositivo di sapere che ci deve servire come antidoto per l’oggi.

La memoria rima con la rabbia per le schifezze che lo stato ha rovesciato sulla nostra città chiamandosi di volta in volta “segreto di”, “ragione di”, “rispetto per”.

Tra qualche giorno leggerò gli appelli a non fischiare il rappresentante del governo in piazza medaglie d’oro il 2 agosto. Se ne stia a casa. Rappresenta la continuità della violazione al diritto alla verità ed alla giustizia.

Infine, perchè non prendiamo atto che in questi anni non vi è stata la sedimentazione di un ragionamento condiviso e che l(la ragione di)o stato rischia di vincere con i suoi oblii ? Gli studenti dei licei attribuiscono la strage della stazione alle Brigate Rosse ed associano Ustica solo al diving.

Mi piacerebbe che questa volta ci fossero meno “autorità da palco ” e che la cerimonia evolvesse in una grande assemblea pubblica di tutti e tutte, in cui si possa prendere parola, costruire un lessico di verità comune che serva non solo per ieri ma anche per il nostro futuro prossimo. Perchè non provarci? E’ meno rituale? Meglio.

Si tratta di riallacciare le fila di un percorso cittadino che ci appartiene.

Gian Marco De Pieri

ps: con la legge bavaglio i più importanti articoli di Purgatori per il Corriere non sarebbero potuti uscire.


> Articolo pubblicato su Zic.it il 16 marzo 2010:
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DUE AGOSTO, CALA LA PAX ROMANA?

Saranno trent’anni questa estate dalla strage che fece ottantacinque vittime alla Stazione di Bologna. L’unica delle bombe della lunga stagione della strategia della tensione su cui un tribunale abbia pronunciato una sentenza definitiva, quella che individua come esecutori materiali i fascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Mai individuati, invece, i mandanti, con tutta probabilità annidati ai piani alti delle istituzioni dello stato, per nascondere i quali si sprecano da sempre risibili tentativi di depistaggio.

Ogni anno l’esecutivo manda un suo rappresentante alla commemorazione in Piazza Medaglie d’Oro affinché eroghi fiumi di retorica, e ogni anno gli antifascisti non lesinano i fischi e i le spalle voltate.

Il trentennale troverà Bologna commissariata, e forse la contestazione del messo governativo poco si confà al clima di legalitaria pax romana che vorrebbe  la donna mandata dal viminale a prendere le redini della città dopo l’ingloriosa caduta di Flavio il Breve. Così Cancellieri già parla di cambiare la cerimonia, e Paolo Bolognesi, dell’Associazione dei familiari delle vittime, apre: «Parleremo col commissario, lei metterà sul tavolo le sue idee, noi le nostre». Coglie la palla al balzo l’ex assessore Villiam Rossi: «sarebbe da rivedere la presenza del rappresentante del Governo, che viene solo a prendere dei fischi».  A ruota il Pdl, con il postfascista Raisi (Pdl): «Basta alla solita sceneggiata di protesta in piazza» e la candidata alle regionali Bernini: «Sono d’accordissimo a cambiare e a riflettere su come stemperare la conflittualità». Fuori dal coro, tra i partiti, solo il Prc, che si dice contrario a cambiare le modalità della cerimonia e specifica: «Se ci sono polemiche e contestazioni e’ perche’ non e’ stata fatta ancora luce sui mandanti»

Cosa bolle in pentola, quindi, per mettere a tacere la piazza?  L’Agenzia Dire, sabato, riferiva di fonti vicine all’ex Giunta comunale secondo le quali al ‘rinnovamento’ della commemorazione stava pensando un gruppo di lavoro con a capo l’ex prorettore dell’Alma Mater e attuale presidente dell’agenzia di marketing territoriale Promobologna Roberto Grandi. Nei piani della compagine guidata da Delbono ci sarebbe stata l’intenzione di revocare il corteo dal Nettuno alla Stazione, il palco e i fischi, per portare a Bologna nientemeno che Napolitano, con una commemorazione ufficiale ben protetta tra i muri di Palazzo d’Accursio. Magari, aggiungiamo noi, protetta da un corposo schieramento delle forze dell’ordine, ché nessuno disturbi più lo stato nella celebrazione della sua coscienza lorda di sangue.


> Articolo tratto da Zeroincondotta del 26 luglio 1996:
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IN NOME DEL PASSATO?

I misteri di Bologna: dalla strage della Stazione agli omicidi dei fratelli Savi

di Mario De Pasquale

La strage del 2 agosto, Ustica, la vicenda della Uno Bianca, l’Italicus. Ad azione corrisponderà reazione. Al fianco di ognuna di queste stragi verrà costruita una impalcatura di comodo, sulla quale saliranno impareggiabili muratori, con l’incarico di imprigionare la verità nel cemento della menzogna, e di far perdere tempo prezioso agli inquirenti. In poverissime parole, di depistare le indagini.

Al 2 agosto ci pensano Musumeci e Belmonte; Ustica è a cura dell’Areonautica Militare; per l’Italicus se ne incarica Francesco Sgrò; il caso Uno Bianca viene delegato nelle mani di Domenico Macauda. Sono insieme nomi tristemente noti, e mura invalicabili alla identità dei mandanti. Rimasti fino ad oggi senza volto.

E fin qui i fatti eclatanti, quelli che hanno fatto di Bologna una città ferita. Ma è giusto, e perdonateci l’eufemismo, non dimenticare le minuzie, le scaglie di formaggio che danno sapore alla pietanza. Per completare con giustizia il quadro.

Partiamo, e non a caso, dalla vicenda Zamboni De Rolandis.

1984: Tina Anselmi indagando sulla P2 si imbatte in una superloggia petroniana, la Zamboni-De Rolandis. Nata nel 1964, questa aderisce al capitolo nazionale che fa capo all’avvocato Cecovini. Vi appartengono illustri affiliati, tra i quali ricordiamo Fabio Roversi Monaco, Mario Zanetti, e il magistrato Angelo Vella. Ma tra i suoi membri compaiono anche i nomi di Pietro Musumeci e Francesco Belmonte. Sì, proprio loro, i due ufficiali del Sismi, altresì piduisti. Un fatto, questo, che trova punto spazio nelle cronache dei giorni. Va fatta una precisazione: appartenere allo stesso conciliabolo massonico non significa conoscerne personalmente tutti i componenti. Tale privilegio è riservato al Gran Maestro.

Nonostante tutto il PCI, pur subendo i contraccolpi del dissenso interno, per bocca di Mazza, Imbeni, Turci e Sarti, cercherà, arrapicandosi sugli specchi dell’ambiguità, di minimizzare la vicenda che coinvolge gli illustri concittadini massoni. Su Musumeci e Belmonte, forse per ignoranza, non si fa parola. Per inciso, il loro coinvolgimento nella strage del 2 agosto era già venuto a galla nel 1981.

Nel 1988 ci imbattiamo in un’altra minuzia. Una inchiesta della magistratura sulle logge massoniche cittadine prende avvio dopo un esposto di… Roberto Montorzi. Un caso di omonimia direte voi? Macché, si tratta dello stesso avvocato, che, dopo aver incontrato Licio Gelli il 5 luglio 1989 ad Arezzo, con un vero colpo di teatro, rimette contemporaneamente, la tessera del PCI, gli atteggiamenti radicali, e il mandato di difensore di parte civile dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto.

Anche l’inchiesta di Libero Mancuso farà una brutta fine. Segue fin dal suo inizio un percorso ondivago. Il magistrato dura poche albe. Dopo l’avocazione voluta dal procuratore capo Latini, i faldoni piombano sulla scrivania della dott.ssa Del Gaudio, che opporrà rifiuto all’incarico affidatole adducendo validissimo motivo: un suo congiunto è muratore. Ci penserà il giudice Massaro a prosciogliere gli indagati. L’udienza è tolta.

Intanto il voltafaccia dell’avvocato Montorzi avrà sul processo per il 2 agosto un effetto dirompente. Il 18 luglio 1990 la Corte d’Appello, in contrasto con la prima sentenza emessa, assolve Gelli, Pazienza, Musumeci, Belmonte, Signorelli, Fachini, Rinani, Picciafuoco, Mambro e Fioravanti dai reati loro ascritti. E Bologna, grazie alla campagna di stampa orchestrata da alcuni quotidiani, conquista la palma di città forcaiola e stalinista.

Roberto Montorzi ha colpito duro. Attraverso le sue affermazioni insinua l’esistenza di una commistione tra potere politico e potere giudiziario. Parla di giudici che frequentano le sedi di partito, e diviene automatico supporre che l’ala sinistra della magistratura bolognese abbia influenzato l’indirizzo del processo per la strage.

Un colpo al cerchio e uno alla botte. Le affermazioni di Montorzi non verranno mai smentite. L’inchiesta sarà affidata da Gino Paolo Latini al Sostituto Mauro Monti. Qualche altra minuzia: Monti è stato segnalato al CSM, sospettato di avere avuto contatti con la Massoneria. Nessuno la giudica come circostanza invalidante. “Il Resto del Carlino” e “Il Giornale Nuovo” sguazzano nella fanghiglia.

LE STRADE MAESTRE

1980 e dintorni, a Bologna. Un viandante forestiero che si trovi al centro di un fantastico Crocevia del Potere, scopre di poter scegliere soltanto tre strade maestre: la Curia, il PDS, la Massoneria. Alternative altre? Non ce ne sono.

Santa Romana Chiesa, poi, è risaputo, fa i fatti suoi. Tagliata fuori dall’accordo sotterraneo e mai scritto, tra atei rossi e laici coperti, si accontenta, per così dire della extra-territorialità delle sue parrochie, e di manovrare ingenti risorse immobiliari. Finiti i tempi di Camillo e Don Peppone, solidali e antagonisti allo stesso tempo. Il combattivo Monsignore viene sostituito dal Professor Muratore. Sotto le Due Torri, a meno che non si venga illuminati dalla vocazione (o non si appartenga all’Opus Dei), il numero delle vie che portano in prossimità del Potere si assottiglia. O comunisti, o massoni. Intanto,abbondano vicoli e gallerie a sviluppo trasversale, che si incaricano di collegare in maniera occulta le due direttrici principali. Il sistema viario che ne scaturisce assomiglia a una indistricabile ragnatela, o a un umettoso bozzolo, avvolti intorno la città. La genesi di tale assetto non è attribuibile a singolo urbanista. Si tratta di un piano traffico pensato e scritto a più teste e più mani. Il fine è raggiungere uno status di riequilibrio arbitrario dei flussi decisionali e politici, situandoli al di fuori della sfera d’influenza rappresentata dal consenso-dissenso espresso dai cittadini, e sancito dai principi costituzionali.

Effetti tangibili? Il costituirsi di sistemi a circuito chiuso, o di vere e proprie corsie preferenziali, percorribili soltanto da utenti scelti, fidati e perchè no, tesserati.

Bologna porto franco alla democrazia? Forse.

Di certo Bologna, e il suo popolo minuto, restano fratelli nelle offese ricevute dai rigurgiti dei molteplici interessi illeciti, che si sono intrecciati intorno alla ex roccaforte rossa.

Risalendo gli aspri crinali delle cronache petroniane, dal 1980 a oggi, liete novelle non ne compaiono. Piuttosto, di fronte si ha un macabro e inquietante affresco, composto da un incessante rincorrersi di fatti di sangue, strettamente intrecciati alle italiche, quanto ferali, trame occulte. I depistaggi vi compaiono puntuali ed efficaci,e, come in una equazione dove l’incognita rimanga tale, il risultato, o se volete, chiamatela verità, rimane sconosciuto.

LE CONDANNE PER IL DUE AGOSTO

Emblematico il caso della strage alla stazione, avvenuta il 2 agosto 1980. Fino ad oggi sono stati cinque i processi celebrati. Quest’anno la Corte di Cassazione ha sancito definitivamente la colpevolezza di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Ad accusarli di esserne stati gli esecutori materiali soltanto indizi. E una testimonianza ritrattata sette volte. Nero su bianco, mancano completamente i nomi dei mandanti. Un risultato che non può definirsi brillante, se si mettono in conto sedici anni di indagini.

Eppure buona parte dell’area politica che ama definirsi di sinistra, si ostina a difendere caparbiamente quella sentenza, senza rimanere quantomeno incredula, di fronte all’impossibilità di poter formulare un’altra e più esaustiva ipotesi di verità.

Per quali motivi? I più plausibili sono due: in primo luogo quello che può definirsi banalmente, un senso di colpa collettivo, da attribuirsi alla classe politicamente egemone in quegli anni. Quella stessa, che ha accettato e fatto suo l’errato teoreoma che sosteneva l’esistenza di due massonerie; l’una buona, con la quale venire a patti e magari spartirsi fette di potere, e un’altra, cattiva e inquinata, da rigettare.

In secondo luogo, attribuire a due “fascisti” la responsabilità della strage segna quel sottile discrimine, giustificativo di concezioni politiche radicali, che prevedevano la netta contrapposizione tra i fronti della destra e della sinistra.

In estrema sintesi: la propria esistenza assicurata da quella dell’avversario.

A tutt’oggi poi bisogna ben focalizzare un altro punto di vista. Se il cerino sfugge dalle mani di Mambro e Fioravanti, davvero non si intravede l’identità dei possibili nuovi destinatari.

Da questa serie di elementi, la scelta di trattare del 2 agosto in maniera trasversale, senza entrare nel merito strettamente processuale, ma bensì rievocando fatti, e minuzie, e scaglie di formaggio, degli anni posteriori al 1980.

Puntualizzando così, alcune delle molte contraddizioni che hanno attraversato la città, e che forse hanno contribuito a lasciare inpuniti i mandanti della peggiore strage italiana, dal dopoguerra a oggi.Non spetta a chi scrive evidenziare responsabilità che ben traspaiono da quelle piccole noterelle, stralciate dai diarii della cronaca. E’ stata fatta soltanto una selezione, scegliendo un lasso di tempo, che va dal 1984 all’89. Ed è certo, che pur sperticandosi in autoattestazioni di obbiettività, una considerazione prende corpo con evidenza: Bologna ha subito la legge del contrappasso; per aver tollerato nel suo seno la presenza massonica, è stata condannata a venire dalla stessa dilaniata.


> Articolo pubblicato su Zic.it il 10 dicembre 2009:
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COME LO STATO SI ASSOLVE

Fra tragedie e involontario humor nero, ecco una cronologia essenziale sui principali “misteri d’Italia”dall’uscita del libro “Strage di Stato” a oggi (aggiornato al 1999).

22 luglio ’70: attentato al treno Freccia del Sud: 7 morti e 139 feriti a Gioia Tauro. Classificato come disastro colposo (dei ferrovieri) ma nel ’95 finirà sotto processo un mafioso pentito con due parlamentari ex missini e ora di Alleanza Nazionale (Aloi e Meduri) più altri esponenti di destra e ‘ndrangheta.

8 dicembre ’70: i congiurati sono pronti ma all’ultimo minuto il golpe capitanato dal fascista Junio Valerio Borghese è bloccato.

12 dicembre ’70: manifestazione a Milano contro la “strage di Stato”; un candelotto lacrimogeno della polizia uccide lo studente Enzo Santarelli.

5 marzo ’71: una riunione della P2 (di cui allora nulla si sa) traccia le linee guida si un governo “autoritario”.

13 aprile ’71: il giudice di Treviso Giancarlo Stiz emette mandati di cattura contro 3 neofascisti veneti (Freda, Ventura e Aldo Trinco) fra l’altro per gli attentati dell’aprile e agosto ’69.

novembre ’71: il procuratore milanese Luigi D’Espinosa promuove un’indagine sulla ricostituzione del partito fascista in tutta Italia, indagando anche sui massimi dirigenti dell’allora Msi e incriminando (nel luglio ’75) Almirante e altri 41 deputati e senatori missini; altra inchiesta che si scioglierà come neve al sole (se qualcuno avesse bisogno di cercare una spiegazione ricordi, a esempio, che l’anno successivo il presidente della repubblica, il dc Giovanni Leone, sarà eletto con i voti determinanti dei missini).

febbraio ’72: inizia a Roma il processo “contro Valpreda”; il 6 marzo viene bloccato con il pretesto del trasferimento a Milano “per competenza”. Sempre in febbraio un episodio significativo quanto gelosamente nascosto: lo scioglimento dell’intero comando della Terza Armata, ritenuto completamente “infiltrato” da fascisti irriducibili.

4 marzo ’72: Stiz fa arrestare Pino Rauti con l’accusa d’essere coinvolto nell’attività eversiva di Freda e Ventura.

21 marzo ’72: Stiz invia da Treviso gli atti sui fascisti Freda e Ventura al suo collega milanese D’Ambrosio (che il 24 aprile scarcererà Rauti); il 28 agosto contro i due vengono emessi mandati di cattura per strage. Dunque ci sono ora 2 diverse (e politicamente opposte) indagini su piazza Fontana.

31 maggio ’72: a Peteano (Gradisca d’Isonzo) esplode una bomba uccidendo 3 carabinieri. E’ l’unica indagine su una strage degli anni ’70 che si chiuderà con una condanna.

13 ottobre ’72: “per motivi di ordine pubblico” (ovvero la campagna della sinistra contro i fascisti) il processo di piazza Fontana è strappato al giudice milanese dalla Corte di Cassazione e va a Catanzaro.

30 dicembre ’72: Valpreda e gli altri anarchici sono rimessi in libertà.

15 gennaio ’73: Marco Pozzan, fedelissimo di Freda, viene fatto espatriare dal Sid.

7 aprile ’73: preso sul fatto il fascista Nico Azzi (la bomba gli scoppia fra le gambe) mentre prepara un attentato sul treno Genova-Roma, rivendicata con volantini e quotidiani della sinistra extra-parlamentare che aveva addosso; più chiaro di così il meccanismo della provocazione non poteva essere!

9 aprile ’73: Guido Giannettini, “agente Z”, viene fatto espatriare dal Sid.

17 maggio ’73: il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli (ma molti lo accusano d’essere stato legato a “Ordine nuovo”) lancia una bomba contro la questura di Milano: 4 morti e 40 feriti.

23 novembre ’73: cade a Marghera l’aereo militare “Argo 16” (morti i 4 membri dell’equipaggio); una vicenda che allora non insospettisce alcuno ma che rispunterà alla fine degli anni ’80 nelle indagini del giudice Mastelloni.

Nell’ottobre ’73 viene scoperta la rete della “Rosa dei venti”; è una delle tante inchieste (alcune animate da serie intenzioni, altre a puro scopo fumogeno) di quegli anni contro gruppi militari o paramilitari fascisti; questa, dopo aver sfiorato 2 generali e 3 colonnelli, uomini dei Servizi nonché l’industriale Andrea Maria Piaggio, finirà nel consueto tritacarne magistratura/pressioni politiche e dunque si chiuderà in sostanziale burletta.

26 gennaio ’74: in coincidenza con l’arresto di Vito Miceli, capo del Sid, corrono voci d’un golpe che poi si riproporranno in più occasioni fra il ’74 e il ’75: non erano solo avvertimenti o “rumor di sciabole”.

18 marzo ’74: nello stesso giorno inizia a Catanzaro la seconda fase del “processo Valpreda” mentre da Milano arriva il rinvio a giudizio per Freda e Ventura.

18 aprile ’74: ancora la Corte di cassazione strappa l’inchiesta “Freda-Ventura” al giudice D’Ambrosio e l’unifica con il processo di Catanzaro.

28 maggio ’74: in piazza della Loggia a Brescia scoppia una bomba durante una manifestazione anti-fascista: 8 morti e quasi 100 feriti. Tutte le tracce portano ai fascisti eppure nessuna sentenza li troverà colpevoli. Due giorni dopo vicino Rieti si scoprirà casualmente (nella sparatoria rimane ucciso il fascista Giancarlo Esposti dei Mar) che si preparava un’altra strage per il 2 giugno.

19 giugno ’74: Giulio Andreotti, ministro della Difesa, rivela in un’intervista che Giannettini è un agente del Sid e che Giorgio Zicari, giornalista al “Corriere della sera” è un informatore.

4 agosto ’74: nella galleria di san Benedetto-val di Sambro (Bologna) esplode una bomba sul treno Italicus: 12 morti e 48 feriti; ma la strage doveva essere ben più tragica perché il timer era mirato per esplodere in galleria . Anche qui le indagini faranno solo volare qualche straccio.

novembre ’74: con Vito Miceli, ex capo del Sid (dal 18 ottobre ’70 al 1 luglio ’74), arrestato dai giudici padovani (le accuse: occultamento di prove, complicità con i fascisti, cospirazione) il 31 ottobre si rafforzano le voci d’un golpe nel ponte d’inizio mese (dunque con le fabbriche chiuse); magari in coincidenza con il viaggio romano di Henry Kissinger, il quale avrà pur preso un “premio Nobel della pace” per il Medio Oriente ma altrettanto certamente è fra i principali artefici del golpe in Cile, l’anno prima, contro il democraticamente eletto Salvador Allende.

27 gennaio ’75: inizia il processo “unificato” (cioè ad anarchici e fascisti) di Catanzaro.

Nel maggio ’75 entra in vigore la “legge Reale”, in teoria contro criminalità e terrorismo, in pratica una specie di assoluzione preventiva all’uso di armi da fuoco da parte delle “forze dell’ordine” (le quali comunque, solo fra il gennaio ’48 e il settembre ’54, avevano ucciso 70 persone e ne ferirono 5104 durante manifestazioni politiche o sindacali).

27 ottobre ’75: il giudice D’Ambrosio chiude l’inchiesta sulla morte di Pinelli: “malore attivo”, tutti prosciolti.

Maggio/giugno ’76: mandati di cattura per cospirazione golpista contro Edgardo Sogno (si saprà poi: tessera P2 numero 2070 codice E1979, fascicolo 0786), Randolfo Pacciardi, il dc Filippo De Jorio e indagini anche su Luigi Cavallo e molti altri “fascisti in camicia bianca” che muovono i fili dei cosiddetti “Comitati di resistenza democratica” e di altre strutture che quantomeno dal 1970 collegano destra democristiana, fascisti, industriali e ambienti militari; anche quest’inchiesta – occorre dirlo? – si dissolverà in una nuvola di fumo.

23 novembre ’77: al processo di Catanzaro per piazza Fontana viene condannato (ma subito rimesso in libertà) il generale Saverio Malizia, consulente del ministro della Difesa, per falsa testimonianza; sarà poi assolto il 30 luglio ’80.

23 febbraio ’79: condanna all’ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini (fascista ma anche uomo dei servizi segreti), assoluzione per Valpreda e gli anarchici. Ma Freda è già sparito (dal 1 ottobre ’77 è in Costarica, verrà ri-arrestato 3 anni dopo) e poco prima della sentenza si dilegua (in Argentina) anche Ventura. Lievi condanne (4 e 2 anni) anche agli uomini dei Servizi, il capitano Antonio La Bruna e il generale Gianadelio Maletti.

27 giugno ‘80: si inabissa a Ustica il Dc-9 Itavia: 81 morti. Fu probabilmente un atto di guerra (nel corso d’un assalto a un aereo libico?) o un “errore” militare; di certo Servizi, comandi dell’Aeronautica, governi sapevano e proprio per questo depistarono.

2 agosto ’80: scoppia una bomba alla stazione di Bologna: 85 morti e decine di feriti: come si sa, dopo lunghe vicende giudiziarie, processi annullati e rifatti, si finirà con un sostanziale “tutti assolti” per i Servizi e con discusse condanne solo per i fascisti Mambro e Fioravanti (killer crudeli ma tutto sommato “pesci piccoli” nel panorama dell’eversione).

Nel 1981 viene alla luce la loggia segreta “P2” di Licio Gelli; fra gli iscritti giornalisti, generali, politici, magistrati, uomini dei Servizi e un tal Silvio Berlusconi (con il numero 1816, codice E1978. Gruppo 17, fascicolo 0625). 20 marzo ’81: la sentenza di secondo grado assolve tutti – dunque anche i fascisti – gli imputati per la strage di piazza Fontana; e già che c’è dimezza le pene a Maletti e La Bruna.

24 agosto ’81: la Commissione inquirente archivia le accuse contro Andreotti, Rumor, Tanassi e Zagari (ministri della Difesa a turno) come complici dei molti “depistaggi” del Sid. Figurarsi.

11 giugno ’82: la Corte di Cassazione annulla la sentenza d’appello per piazza Fontana e dispone un nuovo processo a Bari (escludendo solo Giannettini) il quale decreterà – il 1 agosto 1985 — l’assoluzione definitiva per tutti gli imputati e ridurrà ancora le pene a Maletti e La Bruna. Ci sono ancora strascichi giudiziari (nel 1987) contro i fascisti Delle Chiaie e Fachini ma i due sono assolti (il 20/2/89) con sentenza poi confermata in appello (il 5/7/91).

23 dicembre ’84: il rapido 904 è squarciato da una bomba: 16 morti e 200 feriti. Fu un delitto di fascisti e camorra? Al solito i processi si contraddicono: per una Cassazione, presieduta dal solito Corrado Carnevale (quello che assolve i mafiosi e raddoppia le condanne ai compagni) che proscioglie, ci sarà nel marzo ’91 una successiva condanna all’ergastolo inflitta al solo Massimo Abbatangelo, deputato dell’allora Msi; pare poco credibile che abbia fatto tutto da solo.

27 gennaio ‘87: la prima sezione della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale (guarda un po’ chi si rivede), respinge i ricorsi e conferma la sentenza barese d’assoluzione per piazza Fontana.

Nel 1988 il giudice milanese Salvini, durante le indagini sul gruppo fascista “La Fenice”, trova elementi che sembrano portare verso la strage di piazza Fontana; inizia un lavoro di controllo anche su carte e bobine dei servizi segreti. Nel gennaio ’89 apre una nuova inchiesta, che arriva a conoscenza dei giornalisti solo nel novembre ’91.

2 agosto ’90: alla Camera dei deputati, il presidente del Consiglio Andreotti fa sapere che fornirà entro 60 giorni i documenti sulla “struttura parallela e occulta che avrebbe operato all’interno dei servizi segreti”; sta per arrivare la bufera Gladio.

3 agosto ‘90: alla commissione parlamentare sulle stragi Andreotti nega tutto anche che Rudolph Stone, capo della Cia in Italia, fosse iscritto alla loggia P2 con il numero di tessera 2183, fascicolo 0899, come invece è noto.

18 ottobre ’90: Andreotti invia il documento promesso in agosto sul “cosiddetto Sid parallelo, il caso Gladio”. Successivamente la “commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi” deciderà d’includere Gladio nelle sue indagini: i documenti confermeranno il quadro politico noto (Dc, fascisti e Usa al centro di ogni trama) ma si confermerà anche che i manovratori di filo sono intoccabili. Al solito iniziano i depistaggi (nel febbraio ’95 un colonnello dei Servizi verrà arrestato appunto per questo), i tempi lunghi conditi da belle parole, ricatti sott’acqua e insabbiamenti Vale al riguardo la pena di ricordare che il 21 marzo ‘91 l’allora presidente Kossiga dichiarerà in tv che piduisti e gladiatori sono tutti (o quasi) bravi ragazzi anzi patrioti.

Nel gennaio ’91 circolano sui massmedia gli elenchi (incompleti) dei “gladiatori” mentre in Parlamento arrivano i documenti (ma restano molti “omissis) sul “piano Solo”, ovvero il golpe del 1964 quando un tal Andreotti era ministro della Difesa e Antonio Segni (padre dell’attuale referendario detto anche Mariotto) capo del governo.

10 ottobre ’91: il giudice veneziano Felice Casson trasferisce a Roma (“per competenza”) la sua inchiesta sul terrorismo in Alto Adige che coinvolge militari e “gladiatori” e che finirà poi sostanzialmente archiviata; un mese e mezzo dopo Kossiga rivendica di nuovo che Gladio era cosa ottima e legale.

13 marzo ’95: il giudice Salvini rinvia a giudizio 26 persone (fra loro fascisti come Fachini, Giannettini, Delle Chiaie ma anche Gelli e il generale Maletti) per piazza Fontana. Intanto l’ammuffita e impotente “commissione stragi” apprende da Salvini che oltre a Gladio c’erano”36 legioni” con 1500 uomini (Nato, fascisti, militari) pronti ad attentati e golpe; solo un’alzata di sopracciglio e tutto finisce lì.

28 marzo ’95: alcuni giornali pubblicano stralci delle testimonianze del terrorista nero Gaetano Orlando: “Armi? Ce le davano i carabinieri”, una delle tante “rivelazioni” che sarebbero esilaranti se di mezzo non ci fossero tragedie.

4 ottobre ’96: un perito del giudice Salvini scopre a Roma, in un deposito sulla via Appia, 150 mila fascicoli non catalogati dal ministero dell’Interno, inizia una nuova farsa e chi si fosse aspettato clamorose novità dal nuovo ministro, l’ex comunista Napolitano, sarebbe restato assai deluso. Tutto muta, nulla cambia.

27 marzo ’97: il giudice veneziano Carlo Mastelloni incrimina (per falso e soppressione di prova) 22 ufficiali dell’Aeronautica nell’inchiesta su Argo 16, l’areo del Sid precipitato il 23 novembre ’73 vicino Porto Marghera; un’altra vicenda che sembra intrecciarsi con Gladio, in parte (almeno per ciò che riguarda i protagonisti) con Ustica e sicuramente conferma che i Servizi non sono stati ripuliti come 100 e 100 volte promosso dai vari governi della Banan/Italian repubblica. In maggio Mastelloni invia alla “commissione stragi” documenti che informano sul funzionamento di una “Gladio civile” al Viminale fra il ’50 e il 1984, che sarebbe come dire 34 anni di illegalità al vertice dello Stato ma già gira la barzelletta che i vari governi non ne sapessero alcunché.

novembre ’97: per chi fosse dotato di humor nero le notizie sui “misteri d’Italia”, passati e presenti, sono fonte di continuo gaudio. Nel giro di pochi giorni si parla infatti di bombe anarchiche contro i palazzi di “giustizia” (l’infinito ritorno) e si dice che sì, 37 anni prima (caspita, che velocità le inchieste!) l’aereo di Mattei, presidente dall’Eni, fu effettivamente abbattuto, anche se ovviamente non si sa ha alcuna idea sui responsabili.

10 febbraio ’98: con 34 rinvii a giudizio si chiude la seconda parte dell’inchiesta Salvini: in 60 mila pagine c’è di tutto ma i protagonisti son sempre loro cioè dc, fascisti e Nato/Cia.

Per completare il quadro, bisogna riassumere che dal 12 dicembre ’69 al 23 dicembre ’84 per 8 stragi che le prove non meno che il buon senso politico certificano come “nere” (fascisti più Stato) con 149 morti e 688 feriti ci sono due soli colpevoli condannati: Vincenzo Vinciguerra (reo confesso)e Carlo Cicuttini per l’attentato mortale di Peteano (chi volesse approfondire può leggere “La strage di Peteano” di Gian Pietro Testa, edito da Einaudi). E che per i molti delitti compiuti nelle piazze dai fascisti vi sono state pochissime condanne.

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