Nei campi profughi in Libano, “l’hip hop è una scuola” (di vita)


Pubblichiamo una nostra traduzione dell’articolo di Rasmus Bogeskov Larsen per Electronic Intifada. Rasmus Bogeskov Larsen è un giornalista freelance di stanza a Beirut.

15 gennaio 2010 - 23:58

Questo articolo è apparso per la prima volta in Danimarca sulla rivista musicale “Soundvenue”

(trad. in italiano di da.gagl.)

Non c’è voluto molto, dal suo piccolo, ingegnoso studio, per raggiungere il suo obiettivo.
Tre teenagers passeggiano in un vicolo stretto, cellulari in mano, scambiandosi dei beat scratchati.

“Quella è una delle nostre canzoni”, ricorda Yasin.

Yasin di I-voice (di Rasmus Bogeskov Larsen)

Yasin di I-voice (di Rasmus Bogeskov Larsen)

All’interno dello scantinato da 10 m² al piano terra della casa di famiglia, mi stava giusto raccontando di come sia diventata un esperienza comune per lui scovare la sua musica dal soundscape del campo profughi palestinese di Burj al-Barajne, periferia di Beirut.

Quando Yasin cominciò a scrivere i suoi pensieri in forma di liriche rap, qualcosa come 8 anni fa, l’Hip Hop per molti era il regno del “bling-bling”, video pieni di donne e macchine veloci — un mondo lontanissimo dalla realtà della vita del campo. Yasin, però, ha viaggiato indietro fino alle origini del genere, nei sobborghi neri poveri delle metropoli americane in cui ha scoperto le rabbiose voci della disillusione che suonavano bene con la sua vita.

All’età di 12 anni, quando la maggior parte dei ragazzini sono ancora ragazzini, “ma non nel campo” come dice Yasin, ha iniziato a canalizzare le sue frustrazioni attraverso il rap.
E’ così entrato in quella che lui stesso definisce una scuola, un sentiero musicale che gli ha dato importanti lezioni riguardo la vita vissuta in condizioni di privazione e a come non soccomberle.

Più avanti per strada, un altro gruppo di ragazzini, più grandi dei precedenti, siede su sedie di plastica sul marciapiede, fumando argileh, una pipa ad acqua per tabacco. Se non fosse stato per l’Hip Hop, Yasin immagina che sarebbe stato seduto in parte a loro. Oggi, a 20 anni, è parte del duo “I-Voice”, che sta lavorando al secondo album e appena rientrato da un tour di concerti in Spagna.

“Se non avessi avuto l’Hip Hop, starei pensando solo a come divertirmi e qui nel campo, dove spesso manca l’elettricità, dove non ci sono librerie o biblioteche e soprattutto soldi per andare da qualche altra parte, sarei stato molto probabilmente seduto con i miei amici per la strada, fumando argileh e perdendo tempo tutta la giornata. L’Hip Hop mi ha cresciuto. Se vuoi essere un buon rapper, devi scrivere buone liriche, quindi hai bisogno di leggere e di avere un’educazione. Se conosco così tante cose riguardo alla vita è perchè ho potuto esprimere me stesso e scrivere.
L’Hip Hop è una scuola” spiega.

La musica rap continua a rimanere in uno stato “d’infanzia”, nei campi del Libano. Ma seguendo i suoi pionieri sta lentamente dando prova di avere sui giovani di qui lo stesso “appeal” che ha avuto sui Palestinesi nella West Bank e nella Striscia di Gaza e perfino in Israele, dove il rap sta guadagnando popolarità da qualche tempo a questa parte.

Il rap Palestinese spesso esprime il tema forte della Resistenza, una “intifada verbale” infiammata dalla repressione e dalla discriminazione, dalla corruzione e dal tradimento.

Nei campi il flusso di parole prende di mira chiunque, dai leaders politici, supposti rappresentanti del loro popolo, alle organizzazioni umanitarie, che si suppone provvedano alla maggior parte dell’assistenza di cui c’è bisogno, fino ai Libanesi, supposti accoglienti e fratelli dei Palestinesi.

In uno dei loro pezzi di maggior impatto, gli “I-voice” parlano della costante promessa di rivoluzione, inqilab, rimproverato di essere inkilab, che si potrebbe tradurre come qualcosa di simile al delirio di un cane rabbioso.
In un’altra canzone, i Katibe 5, un’altra crew di Burj al-Barejneh, accusano le Nazioni Unite di intascarsi i fondi lavorando nei campi, mentre pretende di essere la mano benevola del mondo per i Palestinesi sradicati dalla loro terra.

“Ascoltando la nostra musica, molti potrebbero trovarla rumorosa e aggressiva, ma per noi è normale, è fatta coi suoni e con l’oppressione che esistono intorno a noi. Puoi sentirne l’anima in ogni parola, i sentimenti di povertà e di lotta e di essere chiuso in una scatola”, spiega Osloub dei Katibe 5, che significa “Battaglione 5”.

Il gruppo Katibe 5 - Battaglione 5 (Per cortesia degli artisti e di Electronic Intifada)

Il gruppo "Katibe 5" - "Battaglione 5" (Per cortesia degli artisti e di Electronic Intifada)

Ma come sottolineano i rappers stessi, l’Hip Hop è molto di più che l’espressione della rabbia e della frustrazione. La Resistenza può prendere moltissime forme nei campi in cui l’apatia e la sottomissione rappresentano il nemico più potente. Una di queste forme è insinuare la speranza.

“Posso dire che ormai tutto è perduto, perchè è così. Posso parlare dei 70 tipi di lavoro che i Palestinesi non possono intraprendere, posso parlare dell’elettricità che va e viene, posso parlare di come i nostri politici siano tutti corrotti. Ed è ciò che abbiamo fatto nel nostro primo album. Ma io non voglio suonare solo come un notiziario. Voglio che le mie liriche riflettano la mia esperienza di vita, e capisci, se vai nei campi puoi vedere la miserabile condizione in cui vive la gente, ma puoi anche vedere persone che sorridono e che si divertono. I Palestinesi sono stati piazzati in giro per tutto il mondo e hanno sempre trovato la maniera di essere felici. Non possiamo resistere senza la speranza”, spiega Yasin che, insieme a TNT, l’altro pezzo del duo “I-voice”, ci tiene ad enfatizzare il ruolo dell’educazione.

“Quando mi sono diplomato, sono usciti solo 12 su 40 dei ragazzi con cui ho cominciato il primo grado. TNT ha dovuto lasciare la scuola a 13 anni per aiutare la sua famiglia dato che era il più grande dei figli e oggi lo rimpiange davvero e sta provando a far restare i suoi fratellini a scuola. Noi cerchiamo di dire ai ragazzi che non sono solo Israele o gli Stati Uniti il nemico. L’ignoranza è il tuo nemico”.

E i giovani sembrano ascoltare i desideri di Yasin, che spesso è fermato da ragazzi che vogliono entrare nel mondo dell’Hip Hop. Parlando di temi molto a cuore per i loro coetanei e introducendo strumenti e suoni della tradizione araba, i due rappers sono riusciti a superare il sospetto iniziale che la gente nutriva per l’Hip Hop.

Oggi suonano in scuole ed eventi pubblici, e sono diventati profondamente consapevoli di avere un’occasione unica per promuovere il cambiamento attraverso la loro musica.

“I ragazzi ci ascoltano perchè parliamo dritti ai loro cuori. E così noi sentiamo di avere la responsabilità di riportare la fede nel nostro popolo, per continuare a resistere all’oppressione e non mollare”, dice Osloub (Katibe 5).

Per lui, l’Hip Hop è quindi più che solo musica.

“Non ci vediamo solo come rappers ma più come una comunità di attivisti. Se fossimo solo musicisti, non potremo aiutare a risolvere i problemi. La musica classica è grandiosa, sai, ed è ancora meglio con una bella casa e un bicchiere di vino rosso. Ma noi abbiamo bisogno di portare il pianoforte per strada, stare con le persone e fare in modo che il piano parli alle persone”, continua con un grosso sorriso.

Link:

MySpace di Katibe 5

MySpace di I-voice

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