Milano / Macao! Occupy Torre Galfa


Occupato un grattacielo del gruppo Ligresti a due passi dal Pirellone. Pubblichiamo un commento da AlfaBeta2: messa in questione “una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata”

08 maggio 2012 - 17:00

di Lucia Tozzi da AlfaBeta2.it

(foto GlobalProject)

I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma), Sale Docks (Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo), Teatro Coppola (Catania) e Asilo della creatività e della conoscenza (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne La vita agra, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato MACAO si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.

fLa scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.

Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per «fare cultura dal basso», per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.

(foto GlobalProject)

Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.

Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo



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