Milano / L’Ambulatorio Medico Popolare, il diritto alla salute sotto sfratto


A rischio l’esperienza pluridecennale della struttura autogestita che cura chi è escluso dal sistema sanitario nazionale. Due nostre collaboratrici hanno incontrato un’operatrice

02 gennaio 2011 - 15:22

di Maria Laura Campoleoni e Selene Cilluffo

L’ambulatorio Popolare di Via dei Transiti, a Milano, da circa sedici anni si occupa della cura di coloro che non possono accedere al Sevizio Sanitario Nazionale. Dal 1994 i volontari del centro (medici e operatori d’accoglienza) offrono servizio medico gratuito, informazioni sui diritti ai migranti e sul diritto alla salute per tutti.
Il progetto dell’Amp comincia nel Giugno 1993 durante l’assemblea permanente dei movimenti milanesi al Teatro Elfo a Milano: il gruppo di lavoro sul diritto alla salute che ne nasce rimette a nuovo alcuni locali nella Casa Occupata di Via dei Transiti 28, a Milano, e un anno dopo, nel giugno 1994, l’ambulatorio inizia la sua attività. L’iniziativa si arricchisce, a settembre dello stesso anno, con l’apertura di un Consultorio Autogestito, «che al percorso medico tipico dei consultori pubblici, preferisce un dialogo tra esperienze e saperi di donne in cui ciascuna valuta quali siano le risposte adatte a lei e a lei sola. Senza delega ai medici, perché sessualità, maternità, contraccezione non sono patologie, e la cultura che le vuole medicalizzare è privazione di spazi di libertà». Il percorso continua con la nascita nel 1995 del Telefono Viola milanese (dopo le esperienze di Roma, Bologna, Genova, Catania e Napoli), un centralino con lo scopo di supportare persone con disagio sociale ed esistenziale «per le quali le uniche risposte sembrano essere i ricoveri ospedalieri coatti (TSO), la somministrazione forzata di psicofarmaci, i maltrattamenti». Via dei Transiti a Milano diventa un punto di riferimento per il quartiere per la tutela del diritto alla salute.
Da sempre, però, quella dell’ambulatorio non è un’attività meramente assistenziale, anzi nasce come provocazione politica: «La nostra è una realtà che è stata aperta per essere chiusa: si è sempre voluto dimostrare all’amministrazione locale che è possibile garantire il diritto alla salute anche a coloro che non rientrano nelle prerogative del Servizio Sanitario Nazionale. L’idea è semplice: è lo stato e non un gruppo di volontari a dover garantire assistenza sanitaria gratuita a tutti. Noi abbiamo dimostrato che lo si può fare praticamente a costo zero – ribadisce Sandra, operatrice dell’ambulatorio – Per questo speravamo di chiudere: la nostra doveva essere una realtà di passaggio che inizialmente avrebbe supportato coloro a cui il diritto alla salute non veniva garantito, soprattutto migranti senza permesso di soggiorno, senza tessera sanitaria e senza diritti. Speravamo che col tempo quest’emergenza sarebbe rientrata, invece la nostra utenza ha dimostrato il contrario». Infatti l’utenza dell’ambulatorio è altissima: circa 4 mila e cinquecento cartelle cliniche, con una media di 20/40 visite a settimana, gestiti da non più di sette medici e quasi altrettanti operatori d’accoglienza. «Se la regione ci offrisse dei soldi per quello che stiamo facendo? La nostra provocazione sta proprio in questo: non dovremmo essere noi privati a tappare i buchi che l’assistenza sanitaria pubblica troppo spesso lascia (o ha lasciato nel tempo). La nostra risposta sarebbe: se volete darci dei soldi, non dateceli e utilizzateli per fare voi quello che stiamo facendo noi – continua Sandra – La nostra continua a essere una lotta per il diritto alla salute per tutti, che si inserisce in un contesto, quello lombardo e milanese, tra i più privatizzati d’Italia, in cui l’amministrazione sempre di più affida ai privati compiti che dovrebbero essere di sua competenza, trasformando un diritto in un giro d’affari». La lotta non si è ancora conclusa: l’ambulatorio non ha chiuso, l’utenza non è diminuita, bensì aumentata, e i volontari continuano a svolgere un servizio completamente autofinanziato, affidandosi alla propria buona volontà e alla generosità della gente del quartiere, concretizzata nelle frequenti raccolte di medicinali. L’obiettivo dell’ambulatorio e dei suoi volontari è anche quello di informare gli utenti sul diritto alla salute. Per questo nei locali di via dei Transiti gli utenti possono anche usufruire di un servizio di consulenza legale, sia per quanto riguarda l’assistenza sanitaria sia per quel che riguarda il permesso di soggiorno.
Nonostante svolga un compito essenziale in città e sia ormai una realtà consolidata anche all’interno del quartiere, la permanenza dell’AMP è stata più volte messa a dura prova. L’edificio in cui si trova l’ambulatorio è occupato dal 1978, ma 2004 gli operatori sono stati citati in giudizio dal nuovo proprietario dell’immobile, Ciro Bigoni, con l’accusa di utilizzare gli spazi per esercitare abusivamente la professione medica e per vendere farmaci scaduti. La causa è stata vinta dall’ambulatorio, essendo le accuse completamente infondate, ma la volontà di sfrattare quest’inquilino indesiderato ha indotto il proprietario a richiedere la liberazione immediata dei locali occupati abusivamente, oltre che un risarcimento danni per oltre 40.000 euro. Quest’ultima sentenza viene vinta nel febbraio 2008 e il tribunale condanna gli occupanti al rilascio dei locali e al pagamento di danni e delle spese processuali per oltre 14.000 euro. Nonostante l’incombenza di sfratto, da allora l’attività dell’ambulatorio non si è fermata e a questa si è aggiunta la lotta per rimanere nei locali di Via dei Transiti: a ogni data prevista per lo sgombero, ad attendere l’ufficiale giudiziario ci sono stati presidi, picchetti e altre iniziative, sempre molto partecipate che sono riuscite di volta in volta a rimandare lo sfratto. E ancora non è finita: la prossima occasione di lotta sarà in data 9 febbraio 2011, giorno previsto per l’ennesimo sfratto del locale. Aspettando l’ennesimo picchetto, l’ambulatorio continua la sua attività di assistenza e informazione, continuando a rivendicare la propria importanza per l’utenza e per il diritto a rimanere negli spazi dello stabile di via dei transiti.

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