Lo spazio bianco


Recensione dell’ultimo film di Francesca Comencini. Storia di una madre single che affronta il difficile periodo che segue la nascita di una figlia prematura.

12 novembre 2009 - 00:05

di Greta Zuccheri

lo_spazio_bianco_locandina_posterRegia: Francesca Comencini

Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli

Attori: Margherita Buy, Salvatore Cantalupo, Guido Caprino, Maria Paiato, Gaetano Bruno, Antonia Truppo, Giovanni Ludeno

Fotografia: Luca Bigazzi

Montaggio: Massimo Fiocchi

Produzione: Fandango

Distribuzione: 01 Distibution

Paese: Italia 2009

Durata: 98 Min

L’ultimo film di Francesca Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, è stato presentato in concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, dove ha ricevuto il premio Francesco Pasinetti per il miglior film e per la miglior protagonista femminile, Margherita Buy, che infatti è bravissima. Racconta la storia di Maria, quarantenne single, insegnante alle scuole serali, che rimane incinta ma l’uomo che frequenta, avendo già un figlio, la lascia e lei si ritrova sola ad affrontare la gravidanza e poi la nascita prematura a soli sei mesi della figlia. “Lo spazio bianco” è quindi sia fisicamente la stanza d’ospedale in cui si trovano le incubatrici, dove molte mamme restano ore a sperare che succeda qualcosa, sia temporalmente quei lunghi mesi di attesa in cui Maria non può che guardare impotentemente all’interno del vetro che racchiude la sua bimba.

La regista ha scelto di affrontare un tema inusuale che proietta veramente al centro del film, passando velocemente in rassegna  gli avvenimenti che lo precedono, non mostrandosi interessata a raccontare una storia d’amore tra uomo e donna ma solo tra madre e figlia, indagando come questo legame possa rivelarsi già da subito, senza contatto fisico e a malapena con un contatto visivo. Il linguaggio filmico traduce bene il senso claustrofobico che deriva dalla stanza bianca, dalla visione della bambina chiusa in una scatola di vetro, tramite ripetute inquadrature ravvicinate che colgono solo dettagli, frammenti del piccolo corpo non ancora fel tutto formato. Ad esse si contrappongono invece vedute ariose della città di Napoli dal tetto dell’ospedale, dove la protagonista sale ogni tanto per fumare una sigaretta, e in questo contrasto di spazi immensamente grandi e immensamente piccoli si traduce bene l’oscillamento tra speranza e timore che affrontano queste madri.

Napoli è inoltre una grande protagonista del film, sia a livello di set, dei suoi luoghi rustici e autentici che sono spesso sfondo delle vicende, sia e soprattutto a livello della sua gente, calda e ironica, che circonda la protagonista. Infatti la forza del film,a fronte della scelta di un tema che potrebbe apparire pesante e difficile,  consiste nella straordinaria sensazione di leggerezza che ne deriva, prodotta sostanzialmente dai personaggi secondari, macchiette napoletane che riempiono la scena di allegria e di ottimismo, come una delle madri che commenta la  propria situazione dicendo “Noi abbiamo avuto un gran culo perchè possiamo vedere in diretta quello che per molte avviene nell’utero”. Insomma un film delicato su un tema originale, trattato con una regia particolare, sublimato dalle grandi prove che offrono tutti gli interpreti.

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