Libia / Scenari da guerra civile


La rivolta arriva a Tripoli, in fiamme il parlamento. Finora almeno trecento morti, vittime della sanguinosa repressione di Gheddafi. Non si sa se il dittatore sia ancora nel paese

21 febbraio 2011 - 17:36

(dal sito di Radio Onda d’Urto)

In primo piano la Libia, dove la rivolta cresce nonostante la sanguinosa repressione. Fonti giornalistiche affermano che la rivolta si è adesso estesa dalla Cirenaica all’ovest del paese : il parlamento a Tripoli è stato dato alle fiamme. Stessa sorte per alcune stazioni di polizia e sedi dei comitati rivoluzionari, pilastro del regime di Gheddafi. Secondo testimoni sul posto inoltre stamattina le sedi della tv e radio pubblica nella capitale sono state saccheggiate e tutte le città della zona a sud della capitale, Jebal Nafusa, sono i mano ai ribelli. Il bilancio delle vittime della repressione, incrociando i dati delle Ong con le ultime notizie che parlano di 61 morti solo oggi a Tripoli, risulta essere negli ultimi quattro giorni di rivolta di almeno 300 morti e un numero incalcolabile di feriti. Sempre a Tripoli questa mattina i soldati poi si sarebbero uniti ai manifestanti per chiedere la fine del regime quarantennale di Gheddafi. Inoltre l’esercito avrebbe anche rifiutato di dispiegarsi nella città di Bani Walid.

E’ avvolta dal mistero intanto la presenza o meno nel paese di Muhammar Gheddafi: voci più o meno attendibili lo danno in fuga all’estero, anche se sono state smentite ufficialmente quelle che lo definivano rifugiato in Venezuela. A dare credito comunque alle voci di fuga il fatto che nella notte a parlare alla televisione di stato è stato il secondogenito del Colonnello, Seif al-Islam. Da più parti definito l’erede designato, Seif ha sostenuto che la Libia è vittima di un complotto esterno e corre il rischio di una guerra civile,che dividerà il paese in diversi emirati islamici. Paventa un ritorno del colonialismo occidentale e di pedere i benefici degli introiti petroliferi. Ha assicurato inoltre che il padre-rais “dirige la battaglia a Tripoli” e ha promesso al Paese riforme e una nuova costituzione in cambio della fine delle ostilità.

Seif al-Islam a parlato di “giusta rabbia della gente” a Bengasi e in altre città per le persone che sono rimaste uccise, ha ammesso che “sono stati commessi degli errori”, con l’esercito che “non era preparato” a una simile situazione e si è fatto cogliere dalla tensione. Ma la direzione della rivolta, ha detto a chiare lettere, viene da fuori: “C’é un complotto contro la Libia”, diretto da gente, anche “fratelli arabi”, che “vi usano”, “standosene comodamente seduti a Londra o a Manchester”, fra gli agi, a “sorseggiare caffé” e guardando “il Paese che brucia”.

E visto il caos che regna nel paese cominciano anche i rimpatri degli Europei che in Libia lavorano al soldo delle grandi corporations. Le aziende petrolifere in primis, come la britannica Bp e l’americana Shell, hanno iniziato l’evacuazione del proprio personale dalla Libia, seguiti poi dalle altre aziende estere presenti nel paese, tra le quali l’italiana Finmeccanica. In questo contesto vola anche la speculazione sul prezzo del petrolio che ha raggiunto questa mattina i 105 dollari al barile.

In Italia intanto prosegue la difesa del regime libico, cercando di assecondare le richieste di Tripoli. Questa mattina il ministro degli Esteri Frattini ha lanciato un appello all’ Europa perchè non interferisca nei processi di transizione in atto nei paesi del nord Africa. “Non possiamo dire: questo è il nostro modello, prendetelo. L’Europa non deve fare questo, perché sarebbe non rispettoso della sovranità e dell’indipendenza dei popoli”, ha affermato Frattini, cogliendo quindi le istanze del regime libico che aveva invitato L’ue a non interferire, pena l’arrivo di migliaia di migranti attualmente bloccati e detenuti in Libia a causa degli scellerati accordi sull’immigrazione. Frattini ha poi sostenuto la linea riformista avanzata dal regime: “il processo di riconciliazione nazionale deve partire in modo pacifico arrivando poi ad una Costituzione libica: sarebbe un obiettivo fondamentale” ha detto il capo della Farnesina, aggiungendo che le ipotesi secessioniste tra est e ovest del paese “a poche decine di chilometri dall’Europa costituirebbe un fattore di grande pericolosità”.

I libici di stanza in Italia intanto scendono in piazza: un presidio questa mattina si è svolto a Roma all’esterno dell’ambasciata libica.

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