Libia / Qual’è la partita


La Tripolitana è un campo di battaglia, la Cirenaica in mano ai rivoltosi ha già accolto centinaia di militari americani, francesi e inglesi per addestrare gli insorti e agenti dei servizi per l’intelligence bellica.

05 marzo 2011 - 16:28

di Fabrizio Casari da Altrenotizie

Diventa ogni giorno che passa più complessa la situazione in Libia. La Cirenaica è in mano ai rivoltosi e la Tripolitania é ormai il campo di battaglia dove si misurano la capacità militare di Gheddafi e quella degli insorti. Le truppe del colonnello sembrano controllare ancora la capitale e la zona della Sirte, mentre l’unica zona dove non si registrano scontri è il Fezzan, storicamente vicina (come la Tripolitania) alle tribù alleate di Gheddafi. L’opposizione al regime conferma intanto di avere una identità peculiare, molto diversa da quelle viste negli altri paesi dell’area, che hanno portato l’Egitto e la Tunisia alla cacciata dei rispettivi Rais e che mettono Barnhaim e Algeria (e Yemen) alle strette. In Libia, infatti, non ci sono manifestazioni oceaniche pacifiche; c’è invece un vero e proprio esercito in abiti civili a combattere contro le truppe governative.
Non è un caso che le milizie oppositrici riescano a muoversi per centinaia di chilometri in ormai tutte le regioni del Paese ingaggiando scontri che denotano preparazione militare, conoscenze tattiche e possesso di armi decisamente anomalo per dei civili. La favola dell’opposizione che si arma saccheggiando i depositi e disarmando i militari lealisti possiamo annoverarla come uno dei capitoli della propaganda mista tra Occidente e monarchie saudite, cioè le due versioni del controllo imperiale del Golfo e del Medio Oriente.
E nella morsa contro Gheddafi anche i rispettivi compiti sono ben delineati: alle monarchie saudite è stato affidato il ruolo della propaganda tramite i suoi canali televisivi satellitari, mentre sono proprio Usa, Francia e Gran Bretagna che, dal 26 febbraio scorso, hanno inviato in Cirenaica diverse centinaia di militari per addestrare militarmente gli insorti ed agenti dei rispettivi servizi segreti incaricati di costruire le operazioni d’intelligence militare.
A rivelarlo è stato Debkafile, sito israeliano d’intelligence, che aveva anche anticipato la notizia delle navi iraniane in transito nel canale di Suez. La notizia è stata ripresa anche da diverse fonti internazionali (ultimo il Pakistan Observer) ma non in Italia, dove solo un take dell’agenzia Agi ha ritenuto di darla; ma senza insistere troppo, che non si sa mai.
Lo scontro militare sul campo è quindi destinato a concludersi con la vittoria di uno dei due contendenti e rende inutili ipotesi di riconciliazione e di tavoli negoziali. La stessa proposta di Hugo Chavez, che si è proposto come mediatore tra le parti in conflitto, sebbene sia stata caldeggiata da Spagna e Russia, ha incontrato sia il “no grazie” da parte del regime libico, sia il “no” dell’opposizione filo-monarchica della Cirenaica e dei suoi principali sponsor, Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.
Dunque nessuna mediazione internazionale, che invece avrebbe il merito di far tacere le armi e scoprire le carte, tirando fuori le notizie e i fatti dalle bocche interessate dei media internazionali al seguito di Al-Jazeera e Al Arabiya, che dipingono un’insurrezione come una rivoluzione; a queste si contrappone quelle del colonnello, che dipingono una vera e propria rivolta popolare come un complotto ordito da qualche centinaio d’islamisti radicali.
D’altra parte le aperture offerte del Gheddafi-figlio sembrano in realtà tentativi di prendere tempo per riorganizzare il proprio fronte interno; alternando minacce e mitragliate sul suo popolo a dichiarazioni di pace, il figlio è ancor meno credibile del padre. E comunque, la variegata coalizione di persone senza apparenti sigle che combattono il regime non ha nessuna intenzione di fermarsi a discutere.
Perché l’unico generale che dirige le operazioni in Libia è il “Generale Tempo”. La soluzione militare confligge più che mai con quella politica: fermare le ostilità significa perdere. Chi per primo accettasse il “cessate il fuoco”, scambiando polvere e sangue per tavoli e parole, dichiarerebbe, di fatto, la sua incapacità a superarsi, ad andare oltre dove è già arrivato; in una parola, dichiarerebbe la resa. Ed é evidente che la situazione non pèuò durere ancora per molto: la prosima saràla settimana decisiva per l’evoluzione finale del conflitto e chi si ferma ha perso.
Gli analisti internazionali si domandano cos’abbia intenzione di fare l’Occidente nei confronti della Libia. Si dà per scontato che il voto sulle sanzioni a Gheddafi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu non potrebbe trovare uguale esito nel caso di una proposta d’intervento militare diretto, pur mascherato da “intervento umanitario” sul modello di quello nei Balcani. L’opposizione di Cina e Russia lo impedirebbe. Un intervento della Nato, poi, non è proponibile, se non si vuole trasformare Gheddafi nel nuovo Omar El Muktar e sputtanare pubblicamente la cosiddetta “opposizione” come strumento dell’impero a stelle e strisce.
Le sue fila ne riuscirebbero seriamente mutilate dai combattenti che ritengono di lottare per la fine di una dinastia dittatoriale e non per la riconquista coloniale della Libia e la presenza di truppe dì occupazione straniere sarebbe solo il preludio ad una nuova Jihad islamica contro il “Grande Satana” che, in primo luogo, rafforzerebbe Ahmadinejihad, i Fratelli musulmani, Hezbollah e Hamas. Entrambe le ipotesi, non sono certo le più gradite a Washington e Bruxelles.
E del resto, oltre a ciò, si deve aggiungere che imbarcarsi in un nuovo Kossovo ai margini del Sahara non fa parte dei piani occidentali: non solo la centralità dei Balcani nello scacchiere geopolitico internazionale è decisamente superiore a quello del Maghreb, ma la storia insegna che gli interventi militari hanno nei bombardamenti solo la prima fase. Poi, per forza, si deve scendere a terra, occupare il paese, gestire politicamente, socialmente ed economicamente l’ingresso stabile di questo nell’alveo politico ed economico occidentale.
E i paesi Nato, spossati sotto tutti i punti di vista dalle fallimentari avventure in Irak e Afghanistan, non hanno nemmeno le risorse minime a garantire tutto ciò: un territorio immenso e costituito socialmente da tribù, porterebbe più credibilmente ad una nuova Somalia, più che ad un nuovo Kossovo. Un altro spettro assolutamente da evitare.
Quando Gheddafi ha denunciato la mano di Al-queda in funzione di spauracchio per l’Occidente, ha dimostrato di non avere più – se mai l’ha avuto nel recente passato – non solo il polso del suo Paese, ma anche quello delle cancellerie occidentali. L’Occidente, che ha ritenuto di dover mantenere al potere tutti i leader maghrebini (Gheddafi compreso) in funzione di baluardo contro l’estremismo islamismo, è oggi consapevole di come Al-queda e compari siano sostanziali sette minoritarie, comunque non in grado di proporre alternative concrete di governo nei paesi musulmani.
E, anzi, regimi quarantennali, per quanto docili o divenuti tali, rappresentano nella loro follia dinastica proprio un elemento potenzialmente destabilizzante per quegli stessi popoli che dovrebbero governare. In questo senso, da utili idioti diventano pericolosi proprio per la stabilità dei loro stessi paesi. Che, invece, è fondamentale: la Libia, infatti, è oggetto di scontro per il riassetto generale dei regimi maghrebini e anche per la ridefinizione delle quote di petrolio disponibili sul mercato, e di conseguenza del suo prezzo. Non sono ammesse variabili impazzite che mettano in discussione questo processo di riassestamento. L’idea di Gheddafi di bombardare i pozzi, é stata, in questo senso, anche la più stupida: era convinto forse di mettere paura all’Occidente, ma gli ha solo messo più fretta di liberarsi di lui,
Nessuna illusione quindi: né a Washington, né a Londra o a Parigi importa un fico secco dello scontro interno alla Libia; quello che interessa – e molto – è la caduta di Gheddafi e, con essa, la riconquista dei rubinetti del petrolio libico. Infatti, benché con una produzione minore rispetto a quella dei paesi del Golfo, la sua qualità e particolare, adatta a un processo di raffinazione che lo rende particolarmente redditizio. E anche perché la Libia non é che il primo dei due obiettivi per la riconquista energetica del Maghreb: poi toccherà all’Algeria, il cui gas è particolarmente utile anche per ridurre la dipendenza europea da Putin.
E forse, in questo senso, non è strano che la regione del Fezzan, confinante proprio con l’Algeria, sia ancora l’unica dove non si registrano scontri: non è interesse di chi muove i fili della rivolta libica investire da subito un’area che potrebbe aprire scenari difficili – per migrazioni e scontri – in grado di destabilizzare prematuramente Algeri. Ci sarà tempo per farlo: difficile governare la rivolta in un paese, difficilissimo sarebbe allargarla contemporaneamente anche ad un altro.
Sembra aver trovato la quadratura del cerchio, l’Occidente: invece di spedire i propri militari a morire, sostenendo grandi spese per il bilancio pubblico, in cambio dei grandi affari per quello privato, oggi si trova a poter metter le mani sul controllo delle fonti energetiche del Maghreb facendo pagare ai suoi popoli il tributo del sangue cui seguirà il tributo del petrolio. Il primo si paga in arabo, il secondo si riscuote in inglese

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