Libia / La retromarcia Nato


Fallito il tentativo di rovesciare Gheddafi con le bombe, ora l’Alleanza cerca una via d’uscita diplomatica, aprendo alla permanenza del rais nel paese

29 luglio 2011 - 11:48

di Michele Paris da Altrenotizie

Nelle ultime settimane, un diverso atteggiamento sembra caratterizzare i governi che partecipano all’aggressione militare contro la Libia. Alla luce dell’impossibilità di rovesciare il regime di Tripoli tramite bombardamenti e aiuti di dubbia legalità agli insorti di Bengasi, le maggiori potenze della NATO sono cioè alla ricerca di una nuova exit strategy che pare non prevedere più necessariamente l’allontanamento dal paese di Gheddafi.

Le prime indicazioni di una possibile trattativa in corso per una soluzione diplomatica erano giunte lo scorso 11 luglio quando, in un’intervista rilasciata al quotidiano algerino El Khabar, Seif al-Islam Gheddafi, aveva rivelato che il suo governo stava negoziando con la Francia e non con i ribelli. Il figlio del rais aveva aggiunto che il presidente Sarkozy era stato molto chiaro circa le capacità di Parigi di imporre il proprio volere agli insorti. L’inquilino dell’Eliseo aveva infatti riferito all’inviato di Tripoli che erano stati i francesi a creare il Consiglio dei ribelli, il quale “senza il nostro appoggio, il nostro denaro e le nostre armi, non sarebbe mai esistito”.

Nonostante il governo francese si fosse affrettato a sostenere che con Tripoli vi erano solo contatti e non vere e proprie discussioni, il Ministero della Difesa di Parigi aveva esortato pubblicamente il Consiglio dei ribelli a trattare con Gheddafi. A conferma che una qualche trattativa era in corso da tempo, il 12 luglio Le Monde aveva rivelato che, circa un mese prima, Sarkozy aveva incontrato il capo di gabinetto di Gheddafi, Bachir Saleh.
Sul ruolo di Gheddafi in un’eventuale trattativa, il Ministro della Difesa francese, Gerard Longuet, aveva poi affermato che i colloqui potevano avvenire a patto che “[Gheddafi] fosse in una diversa stanza del suo palazzo con una diversa carica”. In quell’occasione era giunto un immediato messaggio di disappunto da parte del Dipartimento di Stato americano, chiaramente poco disposto ad un simile compromesso.

Anche da parte del governo di Tripoli erano state mostrate simili aperture. Il primo ministro Baghdadi al-Mahmudi aveva infatti confermato a Le Figaro che “la Guida [Gheddafi] non avrebbe preso parte ai colloqui” con i ribelli. Ancora più chiaramente, il 20 luglio il Ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, nel corso di un’intervista ad un canale televisivo aveva ribadito che le potenze occidentali erano pronte ad acconsentire alla permanenza in Libia di Gheddafi, a condizione del suo ritiro dalla guida del governo.

Sulla posizione francese sembrano essere ora confluiti finalmente anche Gran Bretagna e Stati Uniti, i cui governi hanno evidentemente preso atto dell’impossibilità di raggiungere i propri obiettivi in Libia con i soli bombardamenti. Lunedì scorso, così, il Ministro degli Esteri britannico, William Hague, proprio nel corso di un meeting a Londra con il suo omologo transalpino, ha spiegato che il destino di Gheddafi dipenderà dalla volontà del popolo libico. Solo poche ore più tardi gli ha fatto eco da Washington il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, secondo il quale la permanenza in Libia di Gheddafi deve essere decisa dai libici.

L’inversione di rotta appare notevole, alla luce delle critiche inizialmente rivolte da entrambi i paesi alla Francia per aver mostrato eccessiva flessibilità nei confronti di Tripoli. Sia per la Gran Bretagna che per gli USA, la rinuncia al potere di Gheddafi e il suo allontanamento dalla Libia fino a poche settimane fa apparivano infatti come condizioni necessarie per la fine delle operazioni militari e l’avvio di negoziati di pace.

Ad influire sul cambiato atteggiamento di Washington e Londra – e, ancor prima, di Parigi – è dunque la realtà sul campo. Dopo aver tentato di assassinare Gheddafi in più occasioni, incoraggiato defezioni da parte di esponenti di spicco del suo governo e fomentato senza successo un colpo di stato interno al regime, le potenze NATO sembrano aver deciso di percorrere la via diplomatica.
Sulla decisione pesa anche l’impopolarità in Occidente della guerra contro la Libia, alimentata dal continuo stallo delle operazioni. Secondo un resoconto pubblicato mercoledì dal quotidiano inglese The Independent, infatti, il regime di Tripoli controlla oggi il 20 per cento in più di territorio libico rispetto ai giorni immediatamente successivi all’esplosione della rivolte a metà febbraio.
L’ammorbidimento della posizione di Hague, inoltre, riflette forse anche i malumori dello stato maggiore britannico per un conflitto che viene visto come una distrazione dal fronte afgano e uno spreco di risorse proprio mentre il governo sta adottando misure di austerity senza precedenti sul fronte domestico.

Da Tripoli, intanto, arrivano invece segnali di un qualche irrigidimento, conseguenza probabilmente di una maggiore confidenza da parte del regime di poter sopravvivere all’offensiva NATO. Mentre un mese fa il governo libico aveva offerto un cessate il fuoco senza condizioni, facendo intendere che Gheddafi era pronto a lasciare, oggi viene richiesta la fine dei bombardamenti come condizione preliminare per iniziare un qualsiasi dialogo.
L’offerta a Gheddafi di abbandonare il ruolo di guida del paese sembra essere stata fatta dai diplomatici americani agli emissari del governo libico nel corso di un incontro avvenuto a Tunisi il 16 luglio scorso. La proposta è vincolata all’accettazione di essa da parte dei ribelli di Bengasi, dai quali giungono però segnali contraddittori. Mercoledì, ad esempio, la Reuters ha citato una dichiarazione del leader del Consiglio Nazionale di Transizione, Mustafa Abdel-Jalil, nella quale si afferma che l’offerta americana è ormai da ritenersi superata.

I nuovi sviluppi della crisi in Libia sono giunti in concomitanza con la visita a Tripoli dell’inviato ONU, Abdul Elah al-Khatib, che ha incontrato i rappresentati di Gheddafi per trovare una soluzione pacifica. In precedenza, gli USA – seguiti dalla Gran Bretagna e da numerosi altri paesi – avevano proceduto a riconoscere ufficialmente il consiglio dei ribelli come rappresentanti legittimi della Libia, gettando le basi per lo sblocco di decine di miliardi di dollari appartenenti al regime e attualmente congelati su svariati conti bancari in America.

La ricerca di una via d’uscita diplomatica da parte dei governi che hanno orchestrato l’aggressione alla Libia e l’ipotesi di un compromesso con il regime di Tripoli testimoniano la falsità della pretesa di condurre una guerra in nome dei diritti democratici del popolo libico.

Un accordo con Gheddafi – anche nel caso dovesse includere la rinuncia di quest’ultimo ad un ruolo ufficiale, che peraltro ha già formalmente abbandonato già nel 1972 – manterrebbe uomini della sua cerchia in posizioni di potere, così come resterebbe intatta la struttura repressiva dello stato e dell’apparato di sicurezza.

Dopo cinque mesi, la NATO ha in definitiva dovuto fare i conti con l’incapacità degli insorti di conquistare terreno in maniera significativa e di provocare la caduta del regime, nonostante il massiccio appoggio militare occidentale. Sintomo questo della mancanza di un ampio seguito nel paese per il governo provvisorio di stanza a Bengasi.

Dove non sono riuscite le bombe, allora, potrebbe riuscire ora la diplomazia, purché si raggiunga sempre l’obiettivo di rimpiazzare un regime che si stava facendo troppo ostile verso gli interessi occidentali. Che la soluzione includa un Gheddafi ancora in Libia e il mantenimento di un ruolo di primo piano per una parte del suo entourage non sembra ora preoccupare più di tanto Parigi, Washington e Londra, con buona pace delle aspirazioni cirenaiche.

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