La storia di Houssem e Safouane


Il primo, aggredito da ignoti, è in coma al Maggiore. Il fratello è arrivato dalla Francia per stargli vicino ed ora è costretto a vivere per strada: “Voglio solo giustizia”. Dall’ultimo numero di Piazza Grande.

11 luglio 2012 - 19:45

(da Piazza Grande)

Due fratelli gemelli, due storie drammatiche. In mezzo un’aggressione avvenuta nel giugno dello scorso anno davanti a un locale in zona universitaria: una lite scoppiata per caso, parole forti, le mani che si alzano, forse anche qualche oggetto che vola, e un uomo con il cranio sfasciato che cade sull’asfalto. In coma. A sentire il racconto di Safouane c’è solo da rabbrividire. Il racconto di una notte violenta, finita nel peggiore dei modi: un testimone, che però al momento dell’aggressione era dentro il locale, è intervenuto soltanto a cose fatte, quando già Houssem era riverso sull’asfalto, stava male, perdeva sangue, c’era solo il tempo di chiamare l’ambulanza. Chi è stato a ridurlo così? Perché? Chi ha visto gli aggressori? Davvero erano due ragazzi e una ragazza italiana quelli che hanno sferrato quei colpi micidiali sul corpo del giovane tunisino? Lui, Houssem, 29 anni, manovale, non può più raccontarlo: da quella notte la sua vita è chiusa dentro un letto d’ospedale, in coma, alimentato da un sondino e con una calotta cranica artificiale. Ricoverato prima al Maggiore, poi a  Montecatone, poi a Santa Viola, oggi di nuovo al Maggiore dove è ancora in coma mentre stiamo scrivendo.

Il racconto dunque si sviluppa tutto sulle parole di Safouane, suo fratello  gemello, che dalla Francia dove aveva un lavoro come muratore, è tornato in Italia – dove non ha né una casa, né un lavoro – per assistere il fratello: “Dormo per strada, e tutti i giorni lo vado a trovare. Ma sono disperato, non so se e come Houssem uscirà dal coma, non so a chi chiedere aiuto – racconta Safouane che  è seguito dal servizio mobile di Piazza Grande. Cerco un lavoro, un lavoro qualunque, perché non posso tornare in Francia adesso: voglio e devo restare qui accanto a lui. La mia famiglia è in Tunisia, a Monastir, e io al momento ho un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Non so come fare: le notti le passo al binario 9, in stazione centrale; qualche volta al Sabatucci, mangio alla mensa della Caritas in via Santa Caterina. Sono distrutto”. Nel piccolo zaino che ha appoggiato per terra c’è tutta la sua roba. Nient’altro. Chiede giustizia, Safouane.

Il suo appello – anche se la denuncia contro ignoti di fatto non è mai stata presentata – è rivolto a tutta la città. A chi ha visto, quella notte del 22 giugno 2011 in via Delle Moline attorno alla mezzanotte, gli aggressori di suo fratello. Non cerca altro, solo giustizia dice lui quasi piangendo. Gli “avvocati di strada” stanno cercando di capire qualcosa di più, ma al momento non ci sono novità. Soltanto la nomina da parte del giudice di un amministratore di sostegno per Houssem e la speranza di vedere al più presto le carte visto che un’indagine – date le sue drammatiche condizioni di salute – sarebbe dovuta partire d’ufficio.

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