La pirateria tra mito letterario e attualità: uno sguardo storico.


Festival della Storia all’Aula absidale di Santa Lucia: incontro sulla pirateria con Valerio Evangelisti e Luca Alessandrini

19 ottobre 2009 - 19:09

(Cosimo Plasmati)

Un teschio con due tibie incrociate, il Jolly Roger: basta nominarlo e subito la nostra fantasia e la memoria recente si riempiono di uomini con una benda sull’occhio, la barba folta e una cappello a falde tese. I pirati: ritratto di una porzione molto ristretta della realtà, che è stato poi arbitrariamente esteso a tutta la pirateria.

Luca Alessandrini, direttore dell’Istituto Storico Parri e promotore dell’incontro, e Valerio Evangelisti, autore di Tortuga e Vera Cruz, in questo incontro in collaborazione con la casa editrice Odoya, che ha all’attivo una serie di pubblicazioni di importanti testi sulla pirateria, hanno sfatato nell’incontro di ieri nell’Aula absidale di Santa Lucia il mito del pirata gentiluomo, eroe dei sette mari e difensore della libertà come siamo abituati a vederlo adesso.

Certo, come ha evidenziato Alessandrini, l’elemento libertario è sempre stato molto forte (e come poteva essere altrimenti, essendo i pirati dei reietti?), e infatti ha dato vita proprio ai numerosi segni delle bandiere pirata, dei quali il Jolly Roger è solo il più famoso: segni che per la maggior parte rimandavano alla morte o al tempo (una clessidra, per esempio), per indicare che erano le uniche autorità alle quali ci si intendeva sottomettere.

Un argomento “di moda” la pirateria? Certamente no, perché se di moda si tratta, non è mai morta: anzi, è cominciata direttamente in contemporanea con la cosiddetta “età d’oro” della pirateria, nel Settecento, quando fu pubblicata un’opera storica attribuita a Daniel Defoe, che fece subito il giro del mondo, ed è continuata poi con romanzi scritti in tutte le lingue, e che hanno in Italia come maestro Salgari. Il fenomeno va anche oltre: una divisione delle SS aveva come simbolo proprio il Jolly Roger. Ma qui il significato attribuito alla morte, passato già attraverso il romanticismo, si era rovesciato, e diventava un simbolo estetico da idolatrare; e poi arriviamo ai giorni nostri, con i simboli pirateschi esibiti da centri sociali e hacker, un uso che, secondo Alessandrini, è arbitrario e sbagliato.

Ma quello che colpisce da subito, al di là dell’immagine piratesca e della sua evoluzione, è il fatto che la pirateria abbia sempre avuto alle sue spalle un potere forte che la proteggeva; e qua il riferimento all’attualità è stringente. Alessandrini lamenta che non si parli mai seriamente dei “nuovi pirati”, quelli che con mezzi tecnologicamente avanzati fanno ostaggi sulle rotte più trafficate (vedi il recente caso in Somalia): è impossibile, ai nostri giorni, nascondere una nave, quando i satelliti sono in grado di guardare nel dettaglio la superficie terrestre. Il problema è, allora, politico ed economico: c’è sicuramente qualcuno che protegge questi pirati, che fornisce loro i mezzi per assaltare le navi, che li nasconde. Esattamente come succedeva nel Seicento, quando i governi inglese, francese e olandese davano l’autorizzazione (la “lettera di corsa”, da cui il nome “corsari”) a un avventuriero di poter nuocere ai traffici spagnoli di oltremare, in cui passava la maggior parte dell’oro e dell’argento europeo. Fu proprio grazie alla loro protezione che i pirati poterono costruire la loro fama; non a caso, quando invece furono messi da parte perchè la potenza spagnola era tramontata e intralciarono i traffici inglesi, furono spazzati via in pochi anni.

Non sottovalutare i legami politici, quindi, e storicizzare il tema evitando l’idea romantica del pirata, come ha sottolineato Valerio Evangelisti, da bambino lettore di Salgari, e poi di romanzi che descrivevano i pirati come barbari assetati di sangue: la verità sta nel mezzo. Erano avventurieri, alcuni quindi anche dotati di personalità, come Morgan o Lafitte, che nella maggior parte dei casi non avevano esperienza di mare (erano ex graduati dell’esercito a terra) e non sapevano neanche nuotare; l’Olonese per esempio, che tagliava mani e gambe ai suoi prigionieri, per un errore finì su un’isola dove fu divorato dai cannibali. A parte l’aneddotica, però, che potrebbe occupare (come infatti fa) volumi su volumi, uno studio appena più approfondito ci svela che questo mondo è un po’ meno avventuroso, e un po’ più terribile di come sembra. Venivano reclutati nelle ciurme pirata tutti, dagli orfani (usati come “svago” per i marinai che non vedevano una donna da troppo tempo) ai disertori, o perfino agli avventori di una locanda che venivano ubriacati e si risvegliavano imbarcati in un viaggio che sarebbe durato parecchi anni. Non erano esperti nella navigazione: sostavano nei pressi delle grandi rotte, e viaggiavano quasi solo in linea retta, per piccoli spostamenti. Praticavano lo schiavismo: la “democrazia” di cui si parla negli ultimi tempi, che tende a rivalutarli come precursori di tutto (femminismo compreso: altro mito da sfatare, quello delle donne pirata che ebbero sempre un ruolo marginale e molto maschilizzato), in realtà valeva solo per una certa fascia di persone. Ultima importante nota, quella del fascino dell’isola di Tortuga, “capitale dei pirati” che altro non era se non la residenza del governatore francese dell’isola di Haiti, che dall’alto della sua imprendibile fortezza proteggeva i pirati in cambio di sostanziose mazzette. Anche qui, quindi, c’entra poco Johnny Depp e la sua ciurma impetuosa.

Ma allora, perchè questo tema continua ad affascinarci, e soprattutto a sfuggire alla storicizzazione per rifugiarsi sempre nell’idealizzazione? La risposta forse, come ha ricordato concludendo Alessandrini, la conoscevano già i Greci, secondo i quali “ci sono tre tipi di uomini: i vivi, i morti e quelli che vanno per mare”. Il mare è pericoloso, è mortale, va sfidato: forse per questo non riusciamo a guardare i pirati di oggi con occhi oggettivi e a combattere questo fenomeno.

Il festival della Storia continua con altre iniziative fino al 25 ottobre: per il programma completo vai al sito.

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