La disumana situazione carceraria regionale


Un contributo alla discussione sulla situazione carceraria regionale di Valerio Guizzardi, dell’Associazione Culturale Papillon-Rebibbia di Bologna, a seguito dell’inchiesta di Zic.

21 ottobre 2009 - 20:15

papillon_bValerio Guizzardi (Associazione Papillon-Rebibbia Bologna) commenta l’inchiesta di Zic

Per essere breve, in favore di chi legge, partirei confermando i dati e i numeri oggettivi, per questo indiscutibili, che avete riportato. Essi fanno rabbrividire e dovrebbero essere oggetto di profonda indignazione da parte di ogni persona dotata di un minimo di buon senso, al di là dell’appartenenza politica. Cosa che invece non si verifica se non in chi proviene da una formazione culturale e politica ostinatamente libertaria. A mio giudizio l’intera classe politica, tranne rare eccezioni, ne è colpevolmente esclusa. Vorrei poi unirmi ancora una volta, dopo averlo già fatto pubblicamente con ripetuti comunicati, alle rimostranze della Garante comunale Desi Bruno, della Camera Penale di Bologna, dell’Associazione Antigone e da altri soggetti del sindacato e del volontariato pubblicate nel vostro testo.

Detto questo vorrei aggiungere alcune altre cose:

è vero che la figura giuridica del Garante regionale è stata istituita da tempo (legge n. 3/2008), ma risulta tutt’ora bloccata la nomina dello stesso e dei suoi collaboratori. Si è ovviato, sorprendentemente, affidandone le funzioni all’Ufficio del Difensore Civico Regionale in via, ci è stato detto, provvisoria in attesa di non si sa bene cosa. Le ragioni di questo lungo blocco ci sono oscure. In un colloquio al proposito da me avuto nel giugno scorso con il Difensore Avv. Daniele Lugli ho registrato la sua preoccupazione per un aggravio di funzione che non gli compete e per le risorse che non gli sono state date per adempiere a quel compito. Il risultato è che il Difensore Civico, già oberato dai ricorsi dei cittadini vessati dai pubblici uffici, vedrà pregiudicato il lavoro che gli è proprio e nello stesso tempo non potrà, per le oggettive ragioni dette, agire efficacemente sul piano dei diritti delle persone detenute. E’ fuori di dubbio che il Dott. Lugli è un ottimo professionista dotato di una viva sensibilità umana e istituzionale, ma non è Superman. Tra l’altro, e lo dico con modestia, ho collaborato, in rappresentanza dell’Associazione Papillon, alla scrittura di quella legge, nelle fasi preliminari del suo iter, inserendo alcuni articoli ed emendandone altri in riferimento specifico ai diritti delle persone recluse. Di cui uno, che ho fortemente voluto, che riguarda l’ispezione senza preavviso non solo nelle carceri, ma anche in luoghi di detenzione temporanea come le celle di sicurezza di questure, caserme dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e delle polizie metropolitane. Facilmente intuibile, quindi, perché la rapida messa in funzione dell’Ufficio del Garante regionale viene sottolineata dalla Papillon, e non solo, ovviamente, come assolutamente urgente.

Altro capitolo: il Tribunale di Sorveglianza.

L’anno scorso quell’Ufficio è stato completamente ristrutturato. Vi è stato l’avvicendamento non solo del Presidente, ma anche dell’organico completo. La Dott.ssa Maria Longo, che abbiamo ampiamente apprezzato negli anni del suo mandato di presidenza per la corretta applicazione della Legge Gozzini, è stata promossa ad importanti incarichi superiori e i suoi più validi collaboratori sostituiti. Al seggio più alto di vicolo Monticelli ora siede il Dott. Francesco Maisto, magistrato un tempo noto per le sue idee innovative e democratiche e per essere stato uno dei padri della Legge Gozzini. Pensavamo, e con soddisfazione, che con il Dott. Maisto e la nomina di collaboratori alla sua altezza per quanto riguarda la scuola di pensiero sarebbe continuata una lunga stagione di collaborazione, di confronto costruttivo, di piena applicazione, per quanto possibile, date le difficoltà materiali della Giustizia, dei benefici previsti dalla legge in favore delle persone recluse. Ci sentivamo al sicuro.

Un disastro. Un incomprensibile disastro: azzerata la concessione di lavoro all’esterno, di semilibertà, di permessi non solo premio, ma anche per urgenze famigliari come la morte di un parente di primo grado, cancellazione di misure alternative già concesse dall’amministrazione precedente, motivazioni pretestuose e punitive nelle sentenze di rifiuto di benefici richiesti, a rigor di legge e di diritto, dai detenuti. Un folto gruppo di costoro ha inviato una lettera di protesta al Tribunale di Sorveglianza che, se volete, potrete leggere sul sito del Garante. Una lettera dottamente circostanziata che non ha avuto nessuna risposta.

Insieme alla Garante comunale Desi Bruno, alla Camera Penale, all’Associazione dei Giuristi e alle Associazioni del volontariato carcerario ci siamo mossi subito. Alla nostra richiesta di colloquio con il Dott. Maisto per chiedere le motivazioni di una così devastante chiusura lo stesso ha accettato, ma contemporaneamente ci ha imposto condizioni, in ordine ai soggetti di rappresentanza che sarebbero stati presenti, talmente inaccettabili da rendere impossibile quel colloquio. Così stanno le cose. E non è piacevole guardare il coltello dalla parte della lama.

Cosa significa questo improvvido cambio di passo, almeno nei punti salienti, è chiaro: ulteriore aggravamento delle condizioni di sovraffollamento non al collasso, come dicono alcuni, ma già collassate da un pezzo (i numeri inumani della Dozza parlano chiaro). Se non ci sono state ancora rivolte lo si deve unicamente al senso di responsabilità dei detenuti e alle associazioni del volontariato carcerario che, incuranti della fatica e degli ostacoli loro opposti, si adoperano senza sosta per procurare ogni genere di materiale primario indispensabile per vivere. Supplendo così a quella parte di funzioni che sarebbero obbligo del Dap regionale, il quale invece brilla per la sua arrogante e irresponsabile assenza. L’affossamento di fatto, a mio parere illegittimo, per usare un blando eufemismo, della Legge Gozzini operato dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che ricordiamolo, ha giurisdizione su tutte le carceri dell’Emilia Romagna, andrà a gravare enormemente, come se ce ne fosse bisogno, sulle condizioni psicologiche già al limite massimo dei detenuti. Come non capire che la prospettiva di rivedere il cielo per intero solo dopo aver scontato interamente la pena in una cella buia e malsana, in compagnia di topi e scarafaggi, non può che portare alla perdita di ogni speranza? Che sarà impossibile dare un minimo di continuità ai rapporti con la famiglia (per chi ce l’ha), alla possibilità di tentare un possibile reinserimento sociale e lavorativo propedeutico a cambiare vita e, quindi, a non costituire più un fattore di insicurezza per i cittadini, già di per sé, questo, abbondantemente strumentalizzato dai media accucciati ai piedi del loro padrone? E che, infine, a sua volta tutto ciò non potrà che portare a un progressivo aumento della regressione psicofisica come causa strutturale della permanenza nelle galere, con l’aggravarsi del già orribile corollario di gesti autolesionistici e di suicidi, nonché di atti violenti nei confronti di chiunque?

Non volendo abusare della pazienza di chi legge, rinuncio a trattare qui altri argomenti strettamente correlati come il delirante e impossibile piano-carceri del Ministro della Giustizia, compreso, pura barbarie, la progettazione e realizzazione di carceri galleggianti (o navi-carcere) proposta da Fincantieri e sollecitata dallo stesso Ministero. E molto altro. Vi saranno, spero, altre sedi e tempi in cui continuare a ragionare, magari su proposta di Zic.

In ultimo, badate, è urgente il tentativo di rianimare una coscienza collettiva che su certi argomenti pare svenuta. In un Paese in cui una demagogia populista degna di altre ere della sua storia ha piegato il dibattito politico pubblico, come pure la semantica lessicale all’elogio del pecoreccio, all’estetica del bordello, alle gare di rutti al posto di un sobrio confronto di idee, non pare azzardata la proposta di darsi, come si dice, una mossa.

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