Iraq / Un massacro in silenzio


Anche nel paese del Golfo piazze piene contro il governo e sanguinosa repressione. Ma l’occupazione Usa non aveva esportato la democrazia?

04 maggio 2011 - 11:56

dal blog di Karim Metref

La questione irachena doveva essere stata risolta già da anni. Invece non è risolto niente. Non solo non finisce la violenza, ma la nuova classe politica che doveva essere quella della “democrazia” sta reprimendo nel sangue i giovani che chiedono più trasparenza, meno corruzione. Spari a pallottole reali, centinaia di morti, arresti arbitrari e detenzioni in segreto, tortura, intimidazioni… Se non se ne parla sarà perché le torture democratiche fanno meno male di quelle dei dittatori?

Da quando, nel 2004, George bush è apparso davanti alle Tv del mondo intero per dire che in Iraq “the war is over”, il paese non è mai stato così male. Decine di migliaia di morti. Milioni di sfollati interni, milioni di profughi all’estero, violenza dappertutto e in qualsiasi momento, servizi scarsi o spesso completamente assenti, corruzione dilagante…

La questione dell’Iraq rimane il punto più dolente della teoria della “democratizzazione” del Medio Oriente. Non solo ormai tutti hanno capito che gli argomenti utilizzati per giustificare l’intervento militare erano pure montature. Ma dopo otto anni di presenza militare, di massacri, di “danni collaterali”, di violenza e contro violenza… non si vede la fine del tunnel. Il paese è in una situazione peggiore di quella trovata prima della guerra. La nuova classe politica arrivata dopo la caduta del regime, quella che doveva “instaurare la democrazia”, è corrotta e violenta. Le elezioni, fiore all’occhiello dei “democratizzatori chiavi in mano”, sono state delle farse pure e semplici. Il governo diviso tra gli interessi di capi tribù di “rappresentanti delle etnie” avidi e corrotti non è mai stato così impopolare e lontano dalle aspettative del popolo. Insomma per un fallimento, è un vero capolavoro.

Oggi sulla scia di ciò che succede in tutta la regione, anche in Iraq le popolazioni occupano le principali piazze di varie città del paese. Da Bassorah nell’estremo sud, fino a Suleimania nel Kurdistan nell’estremo Nord del paese, la popolazione non dà tregua alle autorità. Sit-in, manifestazioni, presidi permanenti… Le piazze scelte hanno forte valore simbolico perché se non si chiamano esattamente Sahat Al Tahrir (Piazza della liberazione come quella del Cairo) come è il caso a Baghdad, portano nomi che ricordano la libertà, l’indipendenza, la lotta.

La reazione delle autorità irachene non si fa aspettare. Decine di morti sono registrati attraverso il paese, centinaia i feriti. Nella sola città di Suleimania, completamente assediata dall’esercito per impedire ogni manifestazione, l’agenzia “Aswat al Iraq” parla di 200 tra morti e feriti. A Mossul, Sahat al Ahrar (Piazza dei liberi) ha conosciuto vari scontri in un sit-in permanente che è stato sgomberato solo a seguito delle piogge torrenziali che stanno colpendo, con alluvioni e incidenti vari, tutto il Centro e il Nord del paese. In questi momenti la protesta è stata spostata in una altra piazza della città non occupata dall’esercito. La situazione a Mossul è completamente fuori controllo. Il prefetto della città e le forze dell’ordine stanno insieme ai manifestanti mentre è l’esercito a voler domare la protesta.

La repressione è anche questa molto intensa. Oltre alle pressioni segnalate precedentemente contro attivisti della società civile e contro i giornalisti che denunciavano le continue violazioni della costituzione da parte delle più alte cariche dello stato, ci sono nuove ondate di arresti, rapimenti, torture e intimidazioni contro membri dei movimenti, leaders dei giovani, sindacalisti e altri. Il solo sindacato della Federazione Irachena dei Sindacati e Assemblee Operaie (FWCUI) deplora l’arresto arbitrario e violazioni contro vari dei suoi membri, prelevati a casa loro o presso la sede del sindacato da squadroni militari non identificati che fanno probabilmente parte delle squadre nascoste del primo ministro Nouri Al Maliki denunciate dal giornalista Al Ebady mesi fa. (http://karim-metref.over-blog.org/article-imad-al-ebady—42336805.html). La situazione sembra preoccupare talmente tanto il governo iracheno che il movimento di Moqtada Assadr ha dovuto preventivamente intervenire ufficialmente per diffidare Al Maliki e le altre forze al governo dal chiedere qualsiasi prolungamento o intensificazione della presenza militare americana sul suolo iracheno.

Fuori dall’Iraq se ne sente parlare pochissimo. “Ma dove sono i canali televisivi arabi- Al Jazira e Al Arabia-”, si chiede un gruppo di giovani su Facebook, che si aspettano la stessa copertura quotidiana riservata alla Siria. Invece niente. I due canali satellitari panarabi, anche se rimangono quelli che forniscono la copertura più capillare di ciò che si muove nel mondo arabo, non riservano la stessa importanza a tutti i movimenti, a tutti i paesi. E questo è dovuto anche al fatto che le due Tv hanno sede in due delle più piccole monarchie del Golfo (Al Arabiya dagl Eirati Arabi Uniti e Al Jazira a Qatar) e che comunque gli interessi strategici dei governi di queste monarchie dettano una parte rilevante della linea editoriale. Poco ad esempio è stato fatto intorno alle proteste nella zona dei paesi del Golfo persico e alle gravissime violazioni dei diritti dell’uomo commesse per fermarle.

Anche nelle altre parti del mondo la copertura della Rivoluzione del 25 Febbraio (nome che si è data la protesta irachena, in linea con la moda dei movimenti battezzati con la data della loro prima apparizione pubblica) è molto scarsa. Ma molto scarsa è la copertura di qualsiasi fatto che riguarda l’Iraq, al di fuori delle solite notizie di attentati. Così rimase ad esempio praticamente “uncovered” il fatto che il paese è rimasto più di 8 mesi senza poter nominare un governo dopo le ultime elezioni.

Un silenzio dovuto forse all’imbarazzo nel far vedere cosa ha prodotto quella che fu presentata come una guerra umanitaria fatta per liberare il popolo iracheno… (dal suo petrolio, aggiungo io).

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