Inchiesta / La “ripresa” con i licenziamenti: la crisi che non si deve vedere


Moratoria dei licenziamenti e blocco delle tariffe sono insufficienti, molti altri posti di lavoro si perderanno e molte persone resteranno senza sistemi di protezione. Prosegue l’inchiesta di Zic, con un focus sull’Emilia e su Bologna.

18 gennaio 2010 - 15:22

L’ECONOMIA FINANZIARIA SI E’ SOVRAPPOSTA A QUELLA REALE

Christian Marazzi è un economista e sociologo che insegna alla “Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana”, la scorsa settimana, in una giornata di studi che si è tenuta a Bologna, ha presentato un suo “diario della crisi”: chiedendosi fin dove si potrà spingere il capitalismo nella sua insaziabile ricerca di profitto, il professore ha sottolineato la progressiva autonomizzazione del capitalismo finanziario rispetto alla società.
I saggi che Marazzi ha scritto in questi anni argomentano in dettaglio il carattere pervasivo della finanza all’interno di un capitalismo che ha assunto negli ultimi decenni caratteri radicalmente nuovi, al punto che la distinzione tra “economia reale” ed “economia finanziaria” è ormai priva di fondamento.
Secondo la ricerca di Marazzi, il sentiero del capitale è stato quello, metaforicamente parlando, di uscire dai cancelli della fabbrica e andare a succhiare sempre più valore nelle classi sociali, nella società tutta, accanendosi soprattutto contro il ceto medio e le classi meno abbienti, cioè contro persone che non hanno niente da offrirgli all’infuori della loro “nuda vita”.

La leva finanziaria è così entrata dentro la domanda di consumo.
Il lavoro è stato svuotato, destabilizzato, de-standardizzato, precarizzato e non riesce più a produrre per stimolare la crescita. I salari sono rimasti fermi, ma il capitalismo ha sviluppato enormemente il credito al consumo per sostenere la domanda e la crescita. Ma, dato che “senza consumi non si cresce”, il gap tra salari e plusvalore prodotto è stato colmato dalla leva finanziaria, diventando credito. Questo non significa che il capitalismo non è più “industriale” (produzione e lavoro industriale avranno ancora una grande rilevanza, per certi aspetti anche crescente, sia a livello globale sia nei nostri territori), sono i processi di accumulazione e valaorizzazione del capitale a non esserlo più.
Secondo Marazzi, è ormai da trent’anni che assistiamo al susseguirsi di maggiori o minori crisi finanziarie, più o meno una ogni tre anni, a dimostrazione che il capitalismo si è ormai struturalmente finanziarizzato, cioè ha posto i mercati finanziari al centro della sua stessa logica di funzionamento mondiale.
Il confronto con la crisi del ’29 serve soprattutto per evidenziare le differenze tra un capitalismo fordista nascente, quello degli anni Venti del Novecento, e un capitalismo finanziario, quello odierno, che è caratterizzato dalla pervasività delle dinamiche finanziarie e, soprattutto, dalla sovrapposizione dell’economia finanziaria e di quella reale.
Alla fine degli anni Ottanta il capitale ha puntato, riuscendovi, a produrre plusvalore e profitti non solo nell’attività produttiva in senso classico, ma anche nei settori della distribuzione e dellla circolazione. Ciò è stato reso possibile da due fattori: una privatizzazione dei servizi sociali e un cambiamento delle relazioni tra capitale e lavoro a favore delle imprese tanto nazionali che sovranazionali.
Questa crisi ha fatto emergere che la finanza è diventata il cuore del capitalismo contemporaneo e, al tempo stesso, ha reso evidente che la politica è ostaggio del capitale finanziario.
L’attuale aumento della spesa pubblica non ha riguardato la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Questo comporta, per Marazzi, la possibilità di una ripresa dei mercati finanziari indipendentemente dalla ripresa dell’economia reale, anzi la “ripresa” può convivere con tassi di disoccupazione molto alti e con un’ulteriore compressione dei redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): il che spiega, tra l’altro, come i salari diretti e indiretti (rendite pensionistiche) possano continuare a rimanere bassi ancora per un lungo periodo di tempo.

LA CRISI CHE NON SI DEVE VEDERE

“L’Italia va meglio degli altri”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in questi mesi ad un tg o l’abbiamo letta su un quotidiano?
Dando retta a questa “favola”, l’Italia si troverebbe in una condizione economica migliore degli altri paesi, perché avrebbe reagito con più determinazione. Poi ci sarebbe un’altra condizione che il nostro paese avrebbe per affrontare la ripresa più velocemente degli altri paesi, quella di avere, come la Germania, una forte presenza di industria manifatturiera con produzione destinata alla esportazione. Secondo questa tesi, sarebbe stato il crollo del commercio mondiale ad aver creato ripercussioni negative sui livelli di attività.
Ma se si guarda, fuori da logiche di propaganda, la caduta del Prodotto interno lordo (Pil) dell’Italia non è per niente dominata dalla caduta della domanda estera. Al contrario, nel triennio 2008-2010, l’Italia è il paese che ha subito maggiormente la crisi a causa di una riduzione del Pil dell1’% già nel 2008, di un calo del 4,8% nel 2009, mentre per il 2010 è “supposta” una ripresa dell’1,1%. Come segnala l’Istat, nei primi nove mesi del 2009, il rapporto deficit/prodotto interno lordo è quasi raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2008 e il pesante peggioramento dei conti pubblici diminuirà ancora di più gli ambiti di manovra del governo.
Anche se l’economia italiana ricomincerà a crescere, bisognerà però fare i conti con il calo la produzione industriale (diminuita del 20% nel corso di questi anni) e con l’occupazione che diminuirà ancora per tutto il 2010.
Nei primi 6 mesi del 2009 , mentre in Europa la recessione è dipesa per il 67% dalla caduta della domanda interna e per il 33% dalla riduzione della esportazioni, nel nostro paese, le proporzioni risultano quasi capovolte: per il 75% è causata dalla caduta della domanda interna e per il 25% dal calo delle esportazioni. In Italia i consumi sono crollati ben più delle esportazioni.
Quindi le cose non stanno come ce le raccontano gli esponenti del governo Berlusconi; d’altronde lo stesso cavaliere, qualche giorno fa, ha dovuto fare una repentina marcia indietro rispetto all’annunciata, propagandistica, diminuzione delle tasse: “l’attuale situazione di crisi impedisce di pensare a una riduzione delle imposte”, ha detto.
La crisi economica del 2008-2009 sta provocando in tutta Europa un forte calo dei livelli occupazionali e anche l’Italia ha subito questo fenomeno: nel nostro paese è particolarmente marcata (più che in tutta l’area euro) la riduzione dei dipendenti a tempo determinato e degli occupati parasubordinati, “a contratto”.
A causa degli strascichi derivanti dalle “riforme” del mercato del lavoro, oggi in Italia ci ritroviamo con un mercato del lavoro duale, dove i costi della crisi sono pagati molto di più dai lavoratori precari, rispetto a quelli che avevano il posto fisso.
I dipendenti a tempo indeterminato hanno retto meglio l’impatto della recessione perché hanno potuto usufruire della varie forma di Cassa Integrazione Guadagni (ordinaria, straordinaria o in deroga), ammortizzatori sociali non applicati ai lavoratori precari. I dati diffusi dall’Inps segnalano che nel 2009 le ore di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga) sono aumentate del 311,4% rispetto all’anno precedente passando da 223 a 918 milioni.
Nell’ultimo mese del 2009 c’è stato un forte aumento sia della Cassa Integrazione Straordinaria (+ 10%), sia della Cassa Integrazione in deroga (+ 3,2%).
Nessuno può prevedere, però, se i lavoratori in CIG (siamo ormai a circa 350 mila lavoratori a zero ore in un anno) torneranno in futuro al loro posto: lo scorrimento delle domande dalla Cassa integrazione Ordinaria (crisi congiuntale) a quella Straordinaria (crisi strutturale) non promette niente di buono. Molti dei lavoratori in “esubero” sono fuori dalle aziende da più di sei mesi e, sempre più spesso, chi sta lontano dal posto di lavoro per un periodo così lungo difficilmente riuscirà a rientrarci.
Il Governo sostiene che i fondi per finanziare gli ammortizzatori sociali ci sono. Forse, ma intanto non coprono tutti: i lavoratori precari, soprattutto i giovani, sono stati buttati senza nessun paracadute.

Che l’occupazione sia l’ emergenza nazionale per il 2010 lo dicono in molti, sono pochissimi invece quelli che fanno proposte per affrontare questo grave problema sociale.
All’inizio di gennaio l’Istat ha diffuso i nuovi dati su occupazione e disoccupazione (riferiti al mese di novembre 2009): segnano una nuova riduzione del numero di lavoratori, dopo il record storico del mese di novembre di 2 milioni di disoccupati.
Il tasso di disoccupazione a novembre ha raggiunto l’8,3%, è il dato più alto da aprile 2004. A novembre 2008 il tasso di disoccupazione si era attestato al 7,1%.
A novembre 2009 sono cresciute dell’11,6% anche le richieste per l’indennità di disoccupazione: hanno raggiunto la quota di 114 mila, contro le 103 mila dello stesso mese del 2008.

La disoccupazione nell’Eurozona a novembre ha toccato quota 10%. Si tratta del tasso più elevato da agosto 1998. Nel novembre 2008 il dato era pari all’8%. Queste cifre sono state diffuse da Eurostat, l’Ufficio Statitistico dell’Unione Europea, secondo il quale, a novembre, i disoccupati nell’Eurozona sono 15 milioni 712 mila nell’area euro (+185 mila da ottobre) e 22 milioni 899 mila nell’Ue (+102 mila da ottobre).

LA SITUAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA: BOLOGNA “CAPITALE DELLA CRISI”

L’Emilia-Romagna continua ad essere una delle regioni italiane che paga uno dei prezzi sociali più alti rispetto alla crisi. Se in altri periodi di recessione, la nostra regione, attraverso il suo particolare tessuto produttivo, era riuscita a recuperare più in fretta degli altri territori, in questa occasione gli effetti della crisi, cominciata nel 2008, si sono dispiegati in maniera drammatica. L’anno 2009 si è chiuso con una sfilza di numeri accompagnati dal segno meno il 2009, si tratta dei peggiori dati dal dopoguerra ad oggi. In regione il Pil è calato del 4,6 per cento, che sommato al meno 0,7 per cento del 2008, ha prodotto un crollo, in due anni, della ricchezza regionale del 5,3 per cento. Poi c’è stata la diminuzione del 14,9 per cento della produzione industriale nei primi nove mesi dell’anno e il meno 3,2 per cento della domanda interna.
La cassa integrazione in 11 mesi (gennaio-novembre) ha toccato nelle tre gestioni (ordinaria, straordinaria e edile) i 55 milioni di ore autorizzate. Nel periodo gennaio-ottobre 2008 erano state poco più di sei milioni.
Nelle imprese regionali, per il 2009, le assunzioni a tempo indeterminato sono state solo il 29,5 per cento, meno di un terzo del totale. Complessivamente, nello stesso anno, il saldo di assunti è negativo di 22 mila unità, di cui seimila a Bologna che si è conquistata, negli ultimi dodici mesi, il titolo negativo di “capitale della crisi”.
Le ore di cassa integrazione ordinaria, in provincia di Bologna, nel corso del 2009, hanno fatto registrare una crescita di 9.631.779 ore (+756 per cento). La Cig straordinaria, nel bolognese è aumentata di 2.014.676 ore (+183 per cento).
Il settore metalmeccanico (che rappresenta la metà del sistema produttivo bolognese) ha visto lievitare le ore di CIG a +1.165%.
Le aziende in difficoltà (che hanno fatto ricorso alla mobilità o ad uno dei tre sistemi di CIG) sono 1.300 nell’intero territorio provinciale: c’è stato un aumento dei fallimenti del 18,5%; i lavoratori coinvolti dal ricorso agli ammortizzatori sociali sono 32 mila.
I disoccupati in provincia di Bologna erano 47.918 unità a gennaio, a settembre erano saliti a 56.151, a fine anno sono arrivati quasi a 60 mila, mentre c’è stato un crollo delle assunzioni di oltre il 20% rispetto al 2008.
Il lavoro dipendente a tempo indeterminato è passato da un 26,29% dell’anno scorso al 15,7% degli avviamenti nei dodici mesi seguenti. Nel 22009, nella provincia di Bologna, sono stati attivati 4.190 contratti a progetto, a fronte dei 3.500 del 2008, con un picco nelle imprese con meno di nove addetti, che compongono la spina dorsale del tessuto produttivo: qui si è passati dai 1.560 “co.co.pro” del 2008 ai 2.870 del 2009.

AGGIORNAMENTO DEL “BOLLETTINO DI GUERRA”

Si riempie ogni giorno di più l’elenco delle aziende con personale in esubero.
Alla Sabe di Altedo, azienda di 40 dipendenti che si occupa di saldatura e verniciatura di metalli (da mesi in cassa integrazione), i lavoratori hanno iniziato l’8 gennaio un presidio ai cancelli. Hanno 5 mesi di stipendi arretrati compresa la tredicesima e non prendono nemmeno le quote INPS che l’azienda si era impegnata ad anticipare per la CIG.
Alla Rainer, azienda meccanica fallita a luglio 2009, 39 lavoratori da allora, nonostante l’accordo firmato con la proprietà, non hanno ricevuto un euro. (secondo la curatrice fallimentare l’INPS si è sbagliata nei conteggi).
Nei giorni scorsi, i 300 lavoratori in CIG degli ex Zuccherifici Eridania Sadam (destinati alla riconversione) hanno manifestato contro la mancata integrazione del sussidio di Cassa Integrazione davanti alla sede del Gruppo Maccaferri, proprietario delle aziende. Lo scorso 31 dicembre la proprietà aveva deciso di sfilarsi dall’accordo che la prevedeva.
Il 12 gennaio scorso l’amministratore delegato della KPL Packaging di Lippo di Calderara di Reno (fabbrica che viene da 25 settimane di Cassa Integrazione Ordinaria), durante in incontro ad Unionindustria, ha dichiarato che l’azienda ha 80 esuberi (attualmente i dipendenti sono 189). I lavoratori sono entrati in stato di agitazione e hanno formato, così come in tanti altri casi, un gruppo di solidarietà su facebook.
Alla IGMI Giuliani di Quarto Inferiore, un’azienda che produce macchine automatiche per fare chiavi e lucchetti (che fa capo all’ex presidente di Confindustria Bucci), è stata aperta una procedura di mobilità per tutti gli ottanta dipendenti: l’intenzione della proprietà è quella di chiudere il sito produttivo.
Alla GS di Budrio è scattata la Cassa Integrazione per 5 giorni al mese, per un anno, per gli impegati.
L’esubero in questo caso riguarda soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi”, così come sta avvevendo in altre aziende metalmeccaniche della provincia (prime fra tutte la Caterpillar e la Ducati Motor). Secondo la Fiom sono più di 700 gli impiegati (tecnici, amministrativi e commerciali) che rischiano il posto di lavoro in aziende del territorio bolognese, Sono quasi tutti lavoratori di 40/45 anni, troppo giovani per la pensione e, quindi, per operazioni di prepensionamento, ma troppo “vecchi” per ricollocarsi sul mercato del lavoro. Il fatto che si verifica sempre più spesso è che, a fronte dell’allontamento di questi lavoratori con contratto a tempo indeterminato, le aziende prendono un numero (molto inferiore a quello precedente) di impiegati “giovani”, con contratti precari, para-subordinati, a “prestazione professionale” o a “progetto”.

REINVENTARE L’UGUAGLIANZA E LA LIBERTÀ

La moratoria dei licenziamenti e il blocco delle tariffe non stanno più al passo con il livello raggiunto dalla crisi. Molti posti di lavoro sono stati già persi e tanti altri se ne perderanno in un futuro molto vicino. Nei prossimi mesi molte persone che hanno perso il lavoro resteranno anche senza sistemi di protezione.
Se tutto ciò è potuto avvenire è perché, in questi ultimi 20 anni, dalla condizione di negoziazione al quadro legislativo e fiscale per arrivare a salario e potere d’acquisto, i lavoratori sono sotto scacco.
E ora ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca, ci chiamano stringere tutti la cinghia, ci chiedono ancora una volta unità e sacrifici.
Ma questa “favola” non può più funzionare: il mercato e la finanza sapranno (forse) costruire, ma non sanno socializzare. In questo sistema, i diritti sociali sono diventati una cosa troppo rara. Su questa “debolezza”, prima o poi il meccansimo salterà e ci sarà la caduta.
Senza farsi abbagliare da ipotesi “crolliste”, si può dire che il capitalismo ha nella crisi un proprio orizzonte definitivo e nella crisi può sopravvivere per secoli (quindi, per dirla con Benjamin “non morirà di morte naturale”), bisogna ragionare quindi su come affrontare i cambiamenti del capitalismo, sul modo in cui il capitale tenta di organizzare il tempo e la vita delle donne e degli uomini che subiscono il suo comando e il suo sfruttamento.
Nella crisi si possono aprire nuovi spazi di lotta che fanno intravvedere un’uscita in avanti da essa, ma per fare questo occorre ricostruire un modo e un percorso affinché l’antagonismo politico e sociale si indirizzi verso un nuovo terreno comune su cui reinventare l’uguaglianza e la libertà.
Le lotte sul reddito e sul welfare devono invertire la tendenza della privatizzazione dei servizi sociali; solo la ripresa di movimenti sociali che chiedano un reddito garantito, in quanto riappropriazione di una ricchezza prodotta dal lavoro in tutte le sue forme, può produrre un cambiamento delle relazioni tra capitale e lavoro (oggi a favore delle imprese).
Tornando alle analisi di Cristhian Marazzi, l’aumento della domanda, cioè del reddito, deve basarsi su un’aspirazione di giustizia sociale e di autonomia dalle dinamiche della ripresa economica. È in questo senso che, secondo l’economista svizzero, vanno interpretate le rivendicazioni di un reddito garantito, o di una «rendita» agganciata ai bisogni sociali: ciascuno di noi produce una ricchezza non solo monetaria nella società, domandiamoci quali sono gli impieghi di cui abbiamo bisogno per ridurre la sofferenza del lavoro, domandiamoci di quale reddito abbiamo bisogno per difendere i beni comuni, invece di privatizzarli per «creare occupazione».
Declinando in positivo lo slogan dei movimenti “noi la crisi non la paghiamo”, c’è, dunque, la necessità di far pagare al capitale finanziario i prezzi “necessari”: possiamo farlo, rovesciando i debiti privati in reddito sociale. È in gioco la nostra sopravvivenza come soggetti capaci di lottare, di creare forme autonome di vita.
E’ difficile, forse dovremo smuovere un po’ delle nostre “certezze”, ma è possibile, oltre che necessario.

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