In Europa un esercito di “nuovi poveri”


La crisi economica e i tagli al welfare produrranno per il prossimo decennio un aumento generalizzato della disoccupazione e della povertà in tutti gli stati della “zona euro”. Anche l’Italia sarà coinvolta.

07 gennaio 2011 - 01:59

Nel continente europeo, il nuovo decennio parte con il marchio della crisi economica. Lo stano a dimostrare i dati della disoccupazione , aumentata in tutti paesi. I tagli generalizzati al sistema della protezione sociale avranno come effetti la crescita dei cosiddetti “nuovi poveri”.

In Gran Bretagna gli aggiustamenti alla spesa pubblica creeranno quasi un milione di poveri prima del 2015.
L’Istituto degli Studi Fiscali (IFS) e la Fondazione Rowntree hanno fatto, uscire in questi giorni, i risultati di una ricerca sull’aggiustamento di bilancio, approvato dal governo Cameron, che ha l’obiettivo della riduzione del deficit del 10% del Prodotto Interno Lordo, prefiggendosi, per il 2015, un ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate sotto il 2%,
I centri di ricerca IFS e Rowntree prevedono tagli ai sistemi di protezione sociale per un valore di circa 9.000 milioni di euro. Questi provvedimenti produrranno, nei prossimi 4 anni, quasi un milione di nuovi poveri.
Nel 2011, la crisi causerà, come primo impatto, che 400 mila single senza figli si andranno a sommare alle persone che sono già nella fascia della povertà assoluta (cioè a coloro che hanno entrate minori al 60% delle entrate medie). Saranno i primi “nuovi poveri” del Regno Unito.
Adesso, essendo ancora in vigore misure del governo precedente, come il credito d’imposta per le famiglie con bambini, gli adolescenti sono protetti. Quando diventeranno operativi i tagli di David Cameron e Nick Clegg (riduzioni di assegni per i figli, tagli al sostegno dei redditi per i lavoratori poveri, meno aiuti per gli affitti, tagli ai contributi per i disabili, aumento dell’IVA, aumento delle quotazioni delle assicurazioni sociali) anche le famiglie saranno colpite. Tra il 2012 ed il 2014 è previsto che 300 mila bambini andranno ad allungare le file della povertà. Per il 2014, sono 900 mila le persone che finiranno nella fascia di povertà.
A Liverpool, il 42% della popolazione è ormai catalogata tra coloro che non hanno più stipendio. Nella terra dei Beatles, a pochi metri dai lussuosi appartamenti vuoti, costruiti nel 2008, nell’anno in cui la città era capitale europea della cultura, si vedono sempre più uomini che chiedono l’elemosina ai bordi delle strade. A Liverpool, un lavoratore dipendente su tre, lavora nel settore pubblico. Nei prossimi quattro anni, i piani del governo prevedono l’eliminazione di 600 mila impiegati pubblici nell’intero paese. Questo, per Liverpool in particolare, aggraverà l’aumento della povertà.
L’ambientalista George Monbiot, nel suo blog Monbiot.com, ha scritto che la Gran Bretagna, rimasta avvolta in un inverno con temperature artiche, dove perfino il mare si è congelato, vede crescere il fenomeno di persone anziane che muoiono di freddo. Saremmo ormai a percentuali simili a quelle della Siberia.
Secondo un nuovo studio, nel 2016, ci saranno sette milioni di poveri per combustibile nel Regno Unito. Si parla sempre più spesso della “fuel poverty” (la povertà del combustibile) che coinvolge persone che spendono più del 10% delle loro entrate per riscaldare l’abitazione.

Il piano di austerità del governo inglese è stato definito dal presidente della Commissione Europea, il portoghese Josè Barroso, come “la giusta medicina necessaria”, ma l’Inghilterra non è l’unico paese che adotta misure di austerità. Nei paesi europei della cosiddetta periferia della zona euro (Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna), quelli cioè più colpiti dalla crisi, il mix micidiale tra recessione e austerità fiscale sta avendo un impatto devastante negli strati più vulnerabili della popolazione.

Per esempio, in Irlanda, tra il 2008 ed il 2009, tre indicatori di privazione materiale come la frequenza di mangiare carne o pesce, il riscaldamento e la capacità di restituire i prestiti, più l’indicatore di povertà (misurata in termini di reddito), sono saliti complessivamente di uno spaventoso 25% dopo i primi tagli del governo (che hanno l’obiettivo di ridurre il deficit dal 9,4% al 3% del PIL nel 2014).
A Dublino c’è il Famine Memorial, con le sue statue scheletriche di bronzo, tributo alle vittime della fame del 1840 e alla conseguente emigrazione di massa. Ma ci sono anche tanti uffici di collocamento pieni di ragazzi e ragazze, e tante file di persone, a cui è stata tagliata la luce, che si recano ai centri di distribuzione di alimenti.
Se i tagli brutali, che il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea hanno chiesto al paese, sono la condizione del “riscatto”, sono anche la causa di un futuro per l’Irlanda che la riporta alla sua storia di povertà e sofferenza.
L’Irlanda ha i prezzi alimentari e quelli delle rette degli asili nido che sono i più alti dell’Unione Europea. Il suo governo ha deciso contemporaneamente di ridurre di un 12% il salario minimo e di aumentare l’IVA.
Secondo Sinead Pentony, economista del gruppo di esperti dublinese TASC, in Irlanda sta ritornando un’abitudine “molto irlandese”: quella di emigrare. Da aprile 2010, si calcola che circa 100.000 irlandesi sono emigrati, soprattutto verso l’Australia.

In Portogallo, secondo Amenio Carlos, dirigente del sindacato CGPT, nel 2011, ci saranno 200.000 disoccupati senza protezione sociale. Si vedono già lavoratori in sciopero che dormono nella sala d’attesa della stazione ferroviaria di Lisbona.
Per Isabel Baptista, del Centro di studi per la Ricerca Sociale di Lisbona, non basta avere un lavoro per evitare la povertà: “Con uno stipendio minimo di 470 euro al mese (di solo 50 euro sopra la soglia di povertà), gli ultimi aumenti dell’IVA e i requisiti più restrittivi per l’accesso ai servizi anti-povertà produrranno un aumento del numero dei lavoratori poveri”.
Allo stesso modo, in un paese con il 10% di disoccupati, l’esaurimento degli assegni per la disoccupazione aumenterà le file dei poveri senza lavoro. Già adesso c’è un un aumento del 30% delle persone che ricorrono agli aiuti alimentari.

Per quanto riguarda la Grecia, secondo Cristos Papatheodorou (economista, esperto in povertà, dell’Università di Atene), i grandi tagli degli stipendi e del lavoro nel settore pubblico e privato stanno minando la capacità tradizionale della famiglia greca di ammortizzare le crisi economiche. Per Papatheodorou: “Quello che differenzia un paese con un alto tasso di povertà da un altro è la capacità dei sistemi di protezione sociale. Con i capi-famiglia che perdono potere d’acquisto c’è, in molti casi, la condanna della famiglia alla povertà”.

Infine l’Italia, dove c’è un governo che continua a minimizzare, come ha fatto anche in questi giorni Tremonti dalla Conferenza “Nuovo mondo, nuovo capitalismo”. Secondo il Ministro dell’Economia, “la crisi non è finita”, riferendosi però alla situazione internazionale, per l’Italia invece non sarebbe così.
Queste le sue parole: “La grande depressione dell’altro secolo fu gestita usando il denaro dei contribuenti per finanziare l’economia reale, l’industria e le famiglie. La grande depressione di questo secolo è stata gestita usando il denaro dei contribuenti per finanziare le banche perché le banche sono sistemiche. Ma anche la speculazione è sistemica nelle banche. E quindi con le banche è stata salvata la speculazione. Risultato è che siamo tornati quasi al punto di partenza”. Tremonti però ha precisato che “non è il caso dell’Italia dove, per fortuna, abbiamo usato pochi soldi per le banche e sono in via di restituzione”.

Al di là della propaganda di Berlusconi e dei suoi ministri, i dati sulla situazione sociale del paese sono allarmanti. Nel 2010, secondo le stime dell’INPS, sono state autorizzate 300 milioni di ore di Cassa integrazione in più rispetto al 2009, che da molti era stato considerato il record insuperabile.
Nel 2010 la Cassa integrazione straordinaria è giunta al termine in molte aziende. Questo significa che molti lavoratori corrono il rischio di essere licenziati. Tante aziende devono sospendere, per almeno otto mesi, l’utilizzo della cassa, scegliendo se lasciare a casa definitivamente le persone o richiedere l’utilizzo della deroga. L’utilizzo della Cassa integrazione in deroga schizzerà quindi ancora più in alto nel 2011. Ma, al momento, non c’è nessuna certezza del finanziamento per tutto il prossimo anno, essendo i fondi stanziati dal governo nella legge finanziaria assolutamente insufficienti.
Quindi anche l’anno appena cominciato si profila bruttissimo sotto il profilo dell’occupazione.

Di fronte a tutto questo, ad aggravare la situazione per i redditi medio-bassi, nel 2010, c’è stato anche un aumento del tasso di inflazione medio annuo pari all’1,5%. E’ quasi raddoppiato rispetto a quello del 2009 (0,8%).
Lo ha comunicato l’Istat in base alle ultime stime, da cui emerge come gli aumenti congiunturali più significativi dell’indice si siano verificati per i trasporti (+1,4%), le comunicazioni (+0,6%) e nel settore ricreazione, spettacoli e cultura (+0,5%).
A dicembre 2010, infatti, l’indice dei prezzi al consumo in Italia è cresciuto dello 0,4% rispetto al mese di novembre e dell’1,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Pertanto, anche in Italia, non c’è per niente da stare tranquilli.

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