Il riccio


Recensione del film tratto da “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, caso editoriale dello scorso anno.

28 gennaio 2010 - 22:11

Le-herrison-Poster-Italia

Regia: Mona Achache

Sceneggiatura: Mona Achache

Interpreti: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa,Anne Brochet, Ariane Ascaride, Wladimir Yordanoff, Sarah Le Picard, Jean-Luc Porraz, Gisèle Casadesus, Mona Heftre, Samuel Achache, Valerie Karsenti, Stéphan Wojtowicz Ruoli ed Interpreti

Montaggio: Julia Gregory

Musiche: Gabriel Yared

Produzione: Les Films des Tournelles, Pathé, France 2

Distribuzione: Eagle Pictures

Paese: Francia 2009

Durata: 100 Min

Uscita cinema: 5/01/2010

di Greta Zuccheri

La locandina del film recita espressamente “tratto dal bestseller L’eleganza del riccio” quindi non certo “liberamente ispirato a” ma l’autrice si è lamentata della trasposizione, non si sa bene a quale titolo, data la sostanziale fedeltà del film. Se il libro è probabilmente sopravvalutato, è una lettura piacevole ma non certo ascrivibile tra i capolavori della letteratura, il film allo stesso modo non è definibile né come una grande opera né come un lavoro mediocre. Assente dagli schermi è l’aria un po’ compiaciuta di cui le pagine del romanzo sono intrise, la storia viene narrata in tono più umile ed elegiaco. L’umiltà viene portata sullo schermo principalmente dalla brava protagonista Josiane Balasko, nella figura della scorbutica portiera di un aristocratico palazzo parigino, Renée Michel. Renée fa di tutto per apparire come vuole lo stereotipo dei portinai ignoranti che “guardano continuamente la televisione” ma sotto l’apparenza si cela una persona ricca di cultura coltivata per passione e non per facciata come tanti abitanti del palazzo. Ma due persone, la piccola Paloma, dodicenne che progetta il suicidio, e il nuovo vicino giapponese Kakuro Ozu, vorranno andare oltre ciò che sembra e scoprire la magnifica biblioteca che si cela dietro una porta chiusa del suo appartamento. Saranno loro a vedere l’eleganza che si cela sotto gli aculei del riccio-Renée.

L’operazione più riuscita del film è la resa degli stereotipi sociali tutt’altro che scomparsi nel ventunesimo secolo, rappresentati dalla nobile signora che non riconosce Renée solo perché ha un vestito elegante e una nuova acconciatura. Si può quindi vedere ne “Il Riccio” una tenue critica sociale, unita alla speranza di un superamento di quelle barriere invisibili ma invalicabili che caratterizzano i rapporti di ogni giorno, ma il fatto che quest’operazione riesca solo ai “diversi”, una bambina molto intelligente e un uomo venuto da lontano, sembra suggerire che non sia possibile tra la maggioranza delle persone. Impietoso è anche il ritratto degli aristocratici francesi, le cui giornate scorrono in un sostanziale vuoto esistenziale richiamando alla memoria Mastroianni nella “Dolce Vita”, emblema più riuscito di quel far nulla.

Il film tuttavia non approfondisce appieno queste tematiche ma si sofferma più sulla poesia dell’insieme, dalla grazia della cultura alla delicatezza delle amicizie tra questi tre personaggi così particolari, e alla fine diverte e commuove allo stesso tempo.

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