Il pamphlet sul fascismo dell’anarchico Luigi Fabbri


Ripubblichiamo da “Alias”, supplemento del “Manifesto”, del 20 marzo, una riflessione su «La Controrivoluzione preventiva»

06 aprile 2010 - 18:09

Il saggio è stato ripubblicato lo scorso dicembre dalla casa editrice milanese (nostra omonima) Zero in Condotta a cura della Assemblea Antifascista Permanente. Dopo lo scioglimento di questa ultima diffusione e promozione sono curate dal Nodo Sociale Antifascista.

> Su Carmilla si può leggere l’introduzione al libro

> Sul blog Staffetta sono elencati i punti vendita a Bologna


La prevenzione
Il pamphlet sul fascismo dell’anarchico Luigi Fabbri
di Andrea Cavalletti

Bologna, 20 novembre 1920: i socialisti hanno vinto di nuovo le elezioni e il massimalista Enio Gnudi è pronto a insediarsi; la cerimonia dovrebbe svolgersi l’indomani. In questura giunge però un manifestino, che viene anche affisso dai fascisti agli angoli delle strade: si raccomandano le donne e i bambini di tenersi lontani dal centro e dalle vie principali, si promette battaglia. Quel che accadde il 21 è noto, ed è ben noto quel che seguì, in città come nelle campagne emiliane: ne parla Angelo Tasca, certo, nel suo libro famoso; ma nel ’22, ben prima che la Naissance du fascisme uscisse a Parigi (1938), e anche prima che Mondadori pubblicasse L’eccidio di Palazzo d’Accursio di Vico Pellizzari (1923), l’episodio era stato al centro del “saggio di un anarchico sul fascismo” che Rodolfo Mondolfo fece pubblicare da Cappelli: era La controrivoluzione preventiva di Luigi Fabbri, autentico capolavoro di lucidità politica che oggi riappare, curato in modo ammirevole dall’Assemblea Antifascista Permanente di Bologna, per le edizioni Zero in Condotta (pp. 124, euro 7,50).

Nato a Fabriano nel 1877, amico di Malatesta, arrestato e identificato come anarchico già a sedici anni, autore di vari pamphlet e di una critica del leninismo, Dittatura e rivoluzione, più volte vittima di aggressioni squadriste, Fabbri, che allora insegnava a Corticella, è testimone vicinissimo e acuto di quella giornata: “…dopo l’inizio pacifico della cerimonia nella sala comunale, appena apparvero dal balcone sulla piazza il sindaco … e delle bandiere rosse, furono in loro direzione sparate le prime revolverate. La tragedia immediatamente precipitò. Quanti avevano armi, compresa la forza pubblica, cominciarono a sparare all’impazzata; furon gettate delle bombe, e nell’interno del Comune, nella sala, tra le pallottole che entravan dalle finestre infrangendo vetri e quadri, gli urli, la confusione più spaventosa, vi furon di quelli che perduta del tutto la testa … aggiunsero tragedia alla tragedia, sparando contro i banchi della minoranza” (dove non sedevano fascisti). Fu ucciso il reduce nazionalista Giulio Giordani. Tra i socialisti morì una decina di persone, quasi sessanta furono i feriti. Ma Giordani divenne il simbolo della “redenzione d’Italia” da un lato e della “violenza rossa” dall’altro. Le squadre fasciste non avevano più ostacoli.

Fabbri, dal canto suo, osservava: “In politica ha ragione chi vince, anche se ha torto… Sta di fatto che il 21 novembre fu una vittoria fascista; la responsabilità dei fascisti negli avvenimenti non diminuisce punto la loro vittoria, anzi l’accresce. Aver torto e vincere è, in sostanza, sul terreno realistico, vincere due volte…”. E Bologna, città di Zanardi, il “sindaco del pane”, degli spacci comunali e dei prezzi calmierati, dell’Ufficio Case e dei grandi interventi di scolarizzazione, è ora la città di una sconfitta traumatica e duplice: diventa la culla del fascismo.

E diventa, in questo libretto attualissimo che allora gli squadristi dovettero bruciare, lo scenario di un’analisi spietata. Liberi dalle retoriche e dagli obblighi di partito, più di tutti gli anarchici hanno saputo dire la verità. La quale, si sa, non è mai politicamente indifferente o inutile, e non ha effetti soltanto immediati. Così ha detto la verità Camillo Berneri, tratteggiando per primo in Mussolini grande attore (1934, ma ora edito da Spartaco) i contorni del moderno divo delle masse, descrivendo la crisi del parlamentarismo come trasformazione spettacolare della politica. E ha detto la verità Luigi Fabbri, dirigendo invece lo sguardo sui piccoli ma essenziali spostamenti delle formazioni sociali, e restituendo non la cronaca triste, ma una vera e propria microfisica del potere fascista. La nascita del fenomeno nuovo e brutale si prolunga per lui nel passato recente d’Europa (la Grande Guerra) ma anche si dispiega in una storia minuta, fatta di complicità e d’altro canto di errori, di paure, di sviste fatali o cecità inammissibili. E se quel fenomeno rivela una fisionomia unica, è perché risponde a una funzione specifica: quella appunto “preventiva”, che lo iscrive nella pratica securitaria, che lo rende prima di tutto un “vero strumento di governo”.

Certo il fascismo ha goduto sin da subito, e a Bologna in particolare, della collaborazione della polizia, ampiamente impegnata negli arresti dei socialisti, degli anarchici o di semplici operai, nella repressione di ogni “complotto contro la sicurezza dello Stato ”. Ma, osserva Fabbri, il fascismo nasce anche dall’autoritarismo, dalle violenze delle Leghe rosse, dalle estorsioni perpetrate dai loro dirigenti: dove si pratica di fatto l’iscrizione forzata, dove “tutto il socialismo consiste nell’essere organizzato per essere pagato di più, … per votare pel deputato che difenda i diritti della lega o per l’amministrazione … che dia più lavoro alla cooperativa di mestiere”, qui le masse accettano per proprio tornaconto il capo-lega “ma non sempre lo amano”; qui, nel crogiuolo dell’interesse e del risentimento, si preparano innumerevoli voltafaccia.

Dove la politica è sinonimo di cura e sicurezza, ordine sindacale o poliziesco, qui si dà il fascismo, come socio fedele o possibilità implicita. La sua nascita, potremmo dire, si situa all’incrocio di due dispositivi: quello statuale, ovvero la protezione violenta della proprietà, e quello del sindacato dei funzionari, che afferma e difende altri vantaggi. Malgrado la loro inimicizia apparente, i due i dispositivi hanno in comune un’unica matrice protettivo-securitaria (declinata nei nomi della Proprietà o del Lavoro), e congiurano insieme. Col fascismo, loro sintesi mostruosa, si dà un sindacato alleato esplicito della polizia, che è in grado di promettere, “come le leghe rosse, il collocamento, la difesa dei salari” ma anche di mantenere queste promesse in virtù dei suoi rapporti privilegiati coi padroni. Si dà una difesa doppia, ambigua (della piccola borghesia in crisi, degli operai disoccupati, ma anche dello stesso potere che li sfrutta e li minaccia), che sarà insieme, necessariamente, distruttiva. Rivolto non contro questo o quel partito ma ovunque e generalmente “contro la classe operaia come classe”, il fascismo si rivela presto un’arma sproporzionata, un organismo violento che vive di vita propria “e come tale non può accettare di suicidarsi, malgrado l’illogicità della sua situazione”; ai margini dei fasci inquadrati, cresce infatti una massa di simpatizzanti, fattori, bottegai, impiegati, giornalisti… folla grigia in apparenza ma oltremodo pericolosa, “che come tutte le folle, una volta lanciata va avanti d’impulso, e non torna volentieri indietro”.

Fabbri ha consegnato alla tradizione politica il concetto di controrivoluzione preventiva, che, spiegano i curatori, intreccerà di continuo la storia del Novecento: usato negli anni Trenta dai rivoluzionari in Spagna, sarà ad esempio ripreso da Alexandre Koyré nel ’45, quando dovrà chiarire la specificità del totalitarismo, quindi da Daniel Guérin, poi dal Marcuse di Counterrevolution and Revolt, infine dall’ultimo Debord. Ma Fabbri ha anche mostrato come la prevenzione coincida per lo Stato con la violenza senza limiti, scandendo nel momento aurorale del fascismo una verità irrevocabile: “ritardata … la catastrofe arriva, ma enormemente più tremenda”. Egli morirà a Montevideo nel 1935, senza vedere fin dove avrebbe condotto lo slancio fatale. Ma nelle pagine del suo libro, e in quella folla ottusa, l’Italia può ancora rispecchiarsi.

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