Il “metodo” dei coloni israeliani


Danneggiamenti di olivi e proprietà, allontanamento dei pastori dalla terra, aggressioni fisiche con bastoni e fionde: contro le decisioni degli stessi tribunali d’Israele. Ecco come i coloni preparano la loro espansione.

04 ottobre 2012 - 20:00

di Erica Greca da Globalist/NENA News

A poco più di un mese dalla scadenza dell’ordine che impedisce la deportazione degli abitanti di otto dei dodici villaggi della Firing Zone 918 – l’area delle colline a sud di Hebron – la tensione resta alta nell’area.

“Dall’inizio di quest’anno i più di mille palestinesi delle comunità della zona sono stati quasi quotidianamente vittima di intimidazioni e assalti da parte dei coloni dei vicini out post di Havat Maon, Avigail e Mitzpe Yair” – spiega Guy Butavia di Tayush, un movimento israelo- palestinese particolarmente attivo nell’area – “Si passa dai danneggiamenti di olivi e proprietà, all’allontanamento dei pastori dalla terra in cui avrebbero diritto a pascolare, fino ad arrivare all’aggressione fisica con bastoni e fionde”. L’ultimo grave episodio registrato nell’area risale al 27 agosto, quando un sessantasettenne di Bir al Idd è stato attaccato da quattro coloni mascherati e armati di bastoni e rasoi.

Alle impunite violenze dei coloni vanno ad aggiungersi gli abusi e le restrizioni imposte dalle forze di occupazione. La frequente presenza di checkpoint mobili rende difficoltosi i collegamenti tra i villaggi stessi e verso la città di Yatta, vitale centro economico per tutte le popolazioni della regione, che ne dipendono durante la stagione estiva per l’approvvigionamento di acqua.

All’inizio del mese di agosto, due elicotteri e sei veicoli militari hanno rocambolescamente invaso il khirbet (lett. “le rovine”) di Jinba, a 5 km dalla Green Line, riversando nel villaggio una settantina di soldati che hanno violentemente perquisito le abitazioni, contravvenendo all’ingiunzione della Corte suprema israeliana la quale attualmente impedisce ogni attività di training militare nell’area.

La lista delle violazioni è lunga e pesa come un macigno sulla difficile quotidianità dei circa 1500 abitanti dell’area, già complicata dalle condizioni di vita imposte dalle politiche israeliane adottate in area C. Senz’acqua, elettricità o possibilità di costruire alcuna struttura, i palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano con sempre crescente difficoltà a condurre lo stile di vita tradizionale, pascolando greggi e coltivando quel poco che la natura del terreno gli consente. Dalle loro grotte, guardano gli insediamenti crescere e proliferare, mentre su di loro incombe il rischio di una seconda evacuazione, dopo il trasferimento forzato del novembre 1999. In quell’occasione, gli abitanti furono autorizzati a tornare ai loro villaggi dalla Corte Suprema Israeliana, che tuttavia non si espresse sullo status finale dell’area. La questione è stata risollevata lo scorso luglio, quando, esponendo la posizione dello Stato alla Corte, il Ministro della Difesa Ehud Barak ha reclamato l’area come zona di training militare, alla quale i palestinesi potranno accedere in determinati periodi dell’anno previo ottenimento di un permesso. Gli abitanti dei khirbet avranno tempo fino al 1° novembre per rivolgersi nuovamente alla Corte.

L’espansione degli insediamenti, le attività dei coloni, frequentemente condotte con la colpevole connivenza dei soldati, gli abusi dei militari stessi e le frequenti demolizioni impediscono lo sviluppo di queste comunità, rendendone la vita impossibile. “La speranza degli sforzi congiunti di coloni e autorità di occupazione è che la popolazione se ne vada spontaneamente – conclude Butavia –  In questo modo, è chiaro che l’impatto di un nuovo eventuale trasferimento forzato sarebbe minore“.

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