I segni lasciati dalla crisi in Italia


C’è un tracollo dell’occupazione giovanile, peggiorano le condizioni delle donne, aumenta il rischio di povertà ed esclusione sociale, sono in aumento i suicidi per ragioni economiche.

08 giugno 2011 - 17:53

Ormai non ci provano più, sono in altre faccende affaccendati. Berlusconi e i suoi ministri non hanno più la faccia tosta per dire che bisogna essere ottimisti, che la crisi in Italia non ha lasciato gli stessi segni che negli altri paesi europei.

Del resto, i numeri dell’ISTAT sono impietosi.

Nel periodo 2001-2007, il ritmo di espansione della economia italiana è stato inferiore di circa la metà a quello medio europeo, con un tasso medio annuo pari allo 0,2%, contro l’1,1% dell’Ue.

IL TRACOLLO DELL’OCCUPAZIONE GIOVANILE

In due anni, tra il 2009 e il 2010, il numero degli occupati nel belpaese è calato di 532 mila unità. Dato ancora più grave, il 90% di chi ha perso il posto di lavoro ha meno di 30 anni (482 mila). L’occupazione giovanile ha avuto una flessione cinque volte più elevata di quella complessiva (8% nel 2009 e 5,3% nel 2010).

Nel 2009, la crisi aveva colpito soprattutto i giovani lavoratori precari (atipici, contratti a termine, cocopro), nel 2010, invece, il calo maggiore l’hanno subito i giovani lavoratori a tempo pieno e a tempo indeterminato.

A perdere il posto sono stati soprattutto giovani delle regioni del Nord Italia, con un calo di 237 mila unità (il 49,2% della riduzione totale). In termini percentuali, però, la discesa è stata maggiore nelle regioni del Sud, con una riduzione del 16,3%, contro il 12,2% del Nord e il 9,2% del Centro.

La crisi economica ha inciso anche su altri fenomeni sociali: per esempio, nel 2010, gli abbandoni scolastici prima del tempo sono arrivati al 18,8 %. Sono di più i ragazzi (22%) a lasciare la scuola prematuramente, contro il 15,4% delle ragazze.

Il fenomeno dell’abbandono degli studi, senza conseguire un diploma di scuola media superiore, interessa i giovani tra i 20 e 24 anni di tutti i paesi dell’Unione Europea, ma la media è del 14,4 per cento. Davanti all’Italia, in questa classifica dell’ignoranza, ci sono solo Portogallo, Malta e Spagna.

PEGGIORANO LE CONDIZIONI DELLE DONNE

In un contesto già molto disastrato, è ancora più sconfortante il quadro della condizione femminile. Per molte donne è peggiorata la qualità del lavoro, ma si è accentuata anche la disparità salariale con i colleghi maschi (siamo arrivati al 20%). La maternità non è più tutelata come un tempo: sono infatti 800 mila le donne che, con l’arrivo di un figlio, sono state costrette a lasciare il lavoro, perché licenziate o messe nelle condizioni di doversi dimettere. L’occupazione qualificata è calata di 170 mila unità, mentre quella non qualificata è aumentata di 108 mila unità. Si tratta soprattutto di lavoratrici italiane impiegate nei servizi di pulizia e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere. Per le donne, il carico di cura e assistenza degli altri (soprattutto anziani) si è fatto insostenibile. Con la crisi si allargata a dismisura la loro funzione di “ammortizzatore sociale”, in un contesto di tagli sempre più massicci al welfare municipale.

AUMENTA IL RISCHIO DI POVERTA’ E DI ESCLUSIONE SOCIALE

Un altro dato allarmante che l’ISTAT ha presentato al Parlamento italiano è quello riguardante il “rischio di povertà o di esclusione sociale” che coinvolge circa un quarto degli italiani, più o meno 15 milioni (il 24,7% della popolazione). Si tratta di un valore del 23,1% superiore alla media dell’Unione Europea.

Questi numeri sono suffragati anche dal fatto che le famiglie italiane, per salvaguardare il livello dei consumi, hanno progressivamente eroso il loro tasso di risparmio. Lo scorso anno la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 9,1%, scendendo, per la prima volta, al di sotto di quello dei paesi dell’eurozona più importanti economicamente. Sitratta del valore più basso dal 1990.

MAI TANTE PERSONE SI SONO SUICIDATE PER MOTIVI ECONOMICI

Ma la crisi non ha lasciato solo segni di disagio economico. Nel 2009, in Italia, ci sono stati 2.986 suicidi. Si tratta un aumento del 5,6% rispetto al 2008 in cui i casi di persone che si tolsero la vita furono 2.828.

In un rapporto dell’istituto di ricerca Eures, questo incremento sarebbe direttamente legato alla crisi: nel 2009 i suicidi per ragioni economiche hanno raggiunto i 198 casi; si tratta del valore più alto degli ultimi decenni.

Per rapportarsi solo agli ultimi anni: nel 2088 i casi erano stati 150; nel 2007, invece, 118.

I dati di Eures registrano, inoltre, un valore medio di un suicidio al giorno tra i disoccupati: sono stati, infatti, 357 i suicidi di disoccupati nel 2009, con una crescita del 37,3% rispetto ai 260 casi del 2008 (erano stati 270 nel 2007, 275 nel 2006 e 281 nel 2005), generalmente compiuti da persone espulse dal mercato del lavoro (272 in valori assoluti, pari al 76%, a fronte di 85 casi di persone in cerca di prima occupazione).

LA CRESCENTE SREGOLAZIONE DELLE PULSIONI

La ciliegina a questa torta molto amara l’ha messa infine il CENSIS, attraverso una sua indagine, dal titolo “La crescente sregolazione delle pulsioni”.

Secondo il presidente dell’istituto, Giuseppe De Rita, saremmo di fronte a una vera e propria crisi antropologica: “C’é un eccesso di individualismo nella società che non finirà con il berlusconismo. Gli italiani sono diventati più aggressivi, più depressi e, al tempo stesso, più narcisisti”.

Dai dati della ricerca, risulta infatti che, tra il 2004 e il 2009, le minacce e le ingiurie sono aumentate del 35,3%, le lesioni e le percosse del 26,5%, i reati sessuali del 26,3%. In 10 anni, dal 2001 al 2009, il consumo degli antidepressivi è raddoppiato (+114,2%), mentre nel 2010 gli interventi di chirurgia estetica sono stati circa 450 mila. In crescita anche le persone prese in carico dai Sert per consumo di cocaina (sono aumentati negli ultimi anni del 2,5%) e i giovani consumatori a rischio di bevande alcoliche (dal 2009 al 2010 sono passati dal 14,9% al 16,6%).

C’é poi una pulsione a una relazionalità virtuale: da settembre 2008 a marzo 2011 gli utenti italiani di Facebook sono passati da 1,3 milioni a 19,2 milioni e ogni giorno vi trascorrono in media 55 minuti.

Interrogati sull’aggressività, 7 italiani su 10 dicono che se non ci si fa rispettare, non si otterrà mai il rispetto; il 48,6% pensa che a volte sia giusto difendersi da soli, anche con le “cattive maniere” (61,3% tra chi vive nelle grandi città) e il 21,2% ritiene che, in un mondo di furbi, sia necessario adeguarsi e diventare come gli altri.

Gli italiani sono pronti anche ad accettare compromessi per raggiungere i loro obiettivi (46,4%) e il 16,9% pensa che sia legittimo che una bella donna usi anche il suo corpo per avere successo.

Forse a quel 16,9% qualcuno glielo dovrebbe spiegare che quella non è proprio la strada giusta e nemmeno quella auspicabile. Forse sarebbe il caso, nelle ore che giornalmente stanno allacciati a internet, che facessero un saltino virtuale nelle piazze di mezza Europa e di diversi paese dell’altra sponda del Mediterraneo, si accorgerebbero che le strade dei tanti “indignados” sono sicuramente più seduttive.

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