I Guru del niente sono ottimisti, ma la disoccupazione cresce


Per la BCE e per l’FMI adesso le cose devono andare bene, basta dimostrare la subordinazione ai loro diktat. I famosi “tecnici” oggi devono fare i rassicuranti, ma il disastro sociale dilaga

08 settembre 2012 - 16:44

“Noi e l’Ue siamo alla fine del tunnel… la ripresa non si vede con i numeri, ma è dentro di noi… la rinascita può dirsi cominciata”, Mario Monti, premier, parlando di crisi.

“Gli ultimi saranno i primi, ma lo sportello chiude alle 12”, parola di Quelo (Corrado Guzzanti), in “C’è grossa crisi”.

Un tempo i santoni dell’Economia si facevano largo snocciolando dati, numeri e cifre percentuali, oggi sperano nell’ottimismo e nella fiducia dei mercati e si costruiscono una credibilità internazionale, imitando i “santoni de’ noantri”.

Il loro grado di affidabilità, comunque, è più basso dell’ultimo mago Otelma e le lauree ad honorem che dovrebbero conseguire dovrebbero essere in Scienza delle Merendine, se questi sono i risultati che le loro politiche hanno conseguito.

In Europa il tasso di disoccupazione è all’11,3 %, il numero dei senza lavoro è superiore ai 18 milioni di unità, è record assoluto dal 1995.

IN EUROPA

In Europa un giovane su cinque è senza lavoro, in tutto sono cinque milioni, un milione in più del 2008.

Anche nella benestante e invidiata Germania gli effeti della crisi cominciano a vedersi. Per il quinto mese consecutivo il numero di disoccupati tedeschi è cresciuto e i senza lavoro, ad agosto, sono saliti a 2 milioni e 900 mila.

In Spagna i disoccupati sono al 24,6%, praticamente uno su quattro è senza lavoro. Era dalla metà degli anni ’70, dai tempi della fine del franchismo, che non c’era una situazione così grave.

IN ITALIA

In Italia il tasso di disoccupazione è al 10,8%, i senza lavoro hanno raggiunto quota 2 milioni e 792 mila. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è arrivato al 35,3%.

Complessivamente l’area della sofferenza occupazionale riguarda quasi 4,4 milioni di persone, infatti, ai disoccupati censiti dall’Istat (2,8 milioni) vanno aggiunti 1.687.000 persone tra i cosiddetti “scoraggiati” (quelli che non cercano lavoro perché pensano di non trovarlo) e i cassaintegrati. Prima della crisi, nel 2007, nell’area del disagio occupazionale c’erano 2.475.000 persone. Negli ultimi 5 anni, pertanto, l’aumento è stato del 77%.

Un terzo dell’incremento della disoccupazione europea è trainato dall’Italia. Fra gennaio e luglio 2012 l’aumento dei disoccupati in Italia è stato di 292 mila su un incremento complessivo europeo di 881 mila unità

Numeri record anche tra i cosiddetti “dipendenti a termine” che hanno raggiunto i 2 milioni e 455 mila, sono i livelli più alti dal 1993. Aggiungendo anche i collaboratori (462 mila) i precari sono poco meno di 3 milioni. Per trovare un lavoro qualsiasi, il 47% dei ragazzi italiani si adatta a svolgere un’attività non coerente con il proprio percorso di studi.

Poi c’è l’effetto dello spostamento dell’età pensionabile: a un aumento dell’occupazione più adulta con almeno 50 anni, soprattutto a tempo indeterminato, si contrappone un persistente calo di quella più giovane e dei 35 – 49enni. C’è, inoltre, una riduzione del 40% degli inattivi tra i 55 e i 64 anni, derivante dai maggiori vincoli per l’accesso alla pensione.

Ma la “riforma delle pensioni” non era stata fatta in nome del lavoro ai giovani. Come mai i mostri sacri del giornalismo italiano non hanno preso in considerazione questi dati? Si tratta, forse, di una cosiddetta “non-notizia”?

I SALARI IN CADUTA LIBERA

A tutto questo va aggiunto:

- che il potere d’acquisto dei salari è in caduta progressiva ed è sempre più inadeguato a sostenere il continuo aumento del costo della vita,

- che l’Italia ha un prelievo fiscale pari al 46,9% delle entrate (riferimento a un contribuente lavoratore single e senza figli),

- che i redditi familiari di impiegati e operai sono calati rispettivamente di 3.047 e 2.592 euro all’anno,

- che esiste un’inflazione ben più alta di quanto non dicano le statistiche ufficiali e che l’aumento dei prezzi si concentra su beni indispensabili, incidendo in maniera durissima sulle spese del bilancio quotidiano delle famiglie,

- che ormai un terzo dei lavoratori attivi ha i salari ancora più falcidiati da una serie di contratti anomali (a tempo determinato, a progetto, a tempo parziale ecc.), che assicurano minori garanzie e retribuzioni più basse, non raramente al limite della miseria.

E, in questa situazione, si continua a parlare di spread, di fiducia dei mercati, di austerity necessaria, di crescita che deve venire, di tagli alla spesa pubblica e la strada che i governi europei stanno seguendo per affrontare i disastri della crisi è quella di continuare a peggiorare la vita delle fasce di popolazione più deboli socialmente, lasciando alla speculazione finanziaria tutta la libertà di operare senza la minima forma di controllo.

Quando tutto l’universo politico che sostiene il governo Monti dice che questa è l’unica strada da percorrere ci fa capire quale sia il livello di subordinazione che la politica ormai ha raggiunto rispetto il volere delle banche e dei mercati.



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