Giuseppe Uva come Aldro e Cucchi: stessi depistaggi, stessa omertà


La vicenda dell’artigiano 43enne morto dopo il pestaggio in una caserma di Varese. Altra storia ai confini della “zona del silenzio”.

01 aprile 2010 - 18:31

Di Giuseppe Uva, in particolare sul mainstream, se n’è parlato poco e saltuariamente. Qualche pagina nella cronaca locale, Grillo sul suo blog, qualche quotidiano nazionale (come Repubblica e Unità) e recentemente il TG3, ma nessun risalto mediatico eccessivo. Meno di quanto accaduto con le morti di Francesco Aldrovandi e Steafano Cucchi. Eppure la storia di Giuseppe Uva ha molto in comune con le prime due, forse con aspetti ancora più inquietanti.

giuseppe uvaGiuseppe Uva ha quarantatre anni, fa l’artigiano a Varese. Giuseppe viene fermato da una volante dei carabinieri alle 3 del mattino del 14 giugno 2008, a Varese. Giuseppe si è ubriacato con un amico, Alberto. I due si mettono a spostare le transenne di via Dandolo, in pieno centro, bloccando il traffico. Arriva una gazzella dei carabinieri, lo caricano violentemente (secondo la testimonianza di Alberto a forza di pugni) sull’auto, mentre una volante della Polizia si occupa dell’amico. I due vengono portati alla caserma di via Saffi. Alberto e Giuseppe vengono messi in due celle separate. Alberto sente l’amico nella stanza accanto, urla disperato, in sottofondo i rumori di un pestaggio. Terrorizzato chiama il 118, l’operatore gli spiega che non può intervenire in una caserma dei carabinieri, ma per scrupolo chiama a sua volta la caserma, viene rassicurato: sono due ubriachi, niente di cui preoccuparsi. Alle 5 del mattino sono invece i Carabinieri a chiamare il 118, per far eseguire un TSO a Giuseppe. Alberto vede arrivare un medico dai tratti orientali e successivamente sente l’amico smettere di lamentarsi, si sente rassicurato, l’amico sicuramente sta bene. Alle 7 del mattino sono avvertite dall’ospedale le sorelle di Giuseppe, Carmela e Lucia: il fratello è stato trovato in condizioni penose, ubriaco fradicio. Le due donne si presentano all’ospedale, gli viene chiesto con insistenza loro fratello si drogasse, Carmela e Lucia negano decise, a Giuseppe piaceva bere, sicuro, ma niente droghe. L’esame tossicologico darà ragione alle sorelle. Le donne adesso sono preoccupate, vedono il fratello incosciente su un letto d’ospedale del reparto psichiatrico di Varese, ma i medici le tranquillizzano, Giuseppe dorme, era molto agitato e gli hanno dovuto somministrare un calmante. Giuseppe Uva muore circa mezz’ora dopo le rassicurazioni dei dottori, per arresto cardiaco.

L’uomo era ubriaco e durante il TSO gli vengono somministrati degli psicofarmaci: Tavor, En e Solfaren. Alle sorelle la cosa non sembra normale e allora richiedono un’autopsia. Giuseppe ha numerose ferite ed ecchimosi sul volto, sangue sui vestiti e una macchia rossa fra lo scroto e l’ano. L’autopsia è fatta in maniera sbrigativa, senza radiografie o accertamenti su eventuali fratture. Partono le indagini (tuttora in corso), s’indaga su due medici per i farmaci somministrati a Giuseppe, sulle percosse s’indaga invece contro ignoti. I carabinieri si giustificano: Giuseppe era ubriaco, fuori di sé, si picchiava, sbatteva contro i muri, loro hanno chiamato l’ambulanza per evitare di continuare a farsi del male. E poi, dicono, Giuseppe non era proprio uno stinco di santo: gli era stata già ritirata la patente nel febbraio 2008 per guida in stato d’ebbrezza, fra i suoi precedenti spiccava anche un porto d’armi abusivo (cioè un coltellino multiuso). Il carabiniere alla guida dell’auto viene trasferito quindici giorni dopo la morte di Giuseppe Uva.

Morte che, come si diceva prima, non ha un particolare clamore mediatico, fino a quando Fabio Anselmi, legale della famiglia Cucchi e Aldrovandi, assume il patrocinio di Lucia Uva come persona offesa dal reato, mentre Luigi Manconi, presidente di “A Buon Diritto” , parla di “un caso di limpidi diritti violati nell’indifferenza più totale”. Ancora più recenti sono le dichiarazioni rese da Lucia e Alberto B., secondo le quali Giuseppe avrebbe avuto una relazione con la moglie di un carabiniere, nata nel 2007 e conclusasi già nel 2008. Sempre secondo Alberto, un militare in particolare avrebbe avuto più volte degli incontri abbastanza rudi con Giuseppe.

Le indagini sono ancora aperte. Stupisce però come il copione della morte di Giuseppe ricalchi quelli di Cucchi e Aldrovandi. Stessa tecnica di depistaggio (ferite auto-inferte, il morto è un poco di buono), stessa omertà fra medici e forze dell’ordine. Stupisce il silenzio con cui si è mossa questa notizia vecchia di due anni fa, sperando che non finisca in quella “zona del silenzio” che ormai conosciamo fin troppo bene.

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