Funerale con saluto romano


Alla Basilica di Santa Maria dei Servi, molti esponenti della destra bolognese hanno dato l’ultimo “cameratesco” saluto a Michele Tossani, l’inventore dell’infortunistica stradale, con un passato da repubblichino fascista.

14 luglio 2011 - 00:24

Quando si è fascisti dentro, ci sono delle occasioni in cui si accende la fiamma e scatta la mano destra, tesa al saluto romano.

E’ stato così anche martedì 13 luglio, all’uscita dalla Basilica di Santa Maria dei Servi, in Strada Maggiore, per il funerale di Michele Tossani. Quando gli alfieri dell’ANAM (Associazione Nazionale Arma Milizia) e dell’ANAI (Associazione Nazionale Arditi d’Italia), in completa divisa nera con basco d’ordinanza, hanno gridato, all’uscita della bara, “Michele Tossani Attenti”, si sono alzati i gagliardetti e le braccia con la mano aperta.

Che queste due associazioni fossero composte da vecchie cariatidi, nostalgiche del ventennio, è risaputo. Se si vuole conferma, basta visitare i siti di Forza Nuova e si trovano i loro programmi, per le commemorazioni dei caduti della Repubblica Sociale Italiana, per i pellegrinaggi a Predappio per onorare il Duce, per le cerimonie per la Decima Mas e per le Squadre di Azione Fascista.

Ma in mezzo alle macchiette, ci stavano anche tanti “fascisti in doppio petto”, oggi a loro agio sulle comode poltrone del PDL, e anche diversi di loro il braccio destro lo hanno alzato per dare l’ultimo addio al decano dei fascisti bolognesi.

In realtà, Michele Tossani è sempre stato osannato dalla stampa cittadina e dal mondo delle professioni non per il suo passato fascista, ma perché, nel 1952, aprendo un studio di infortunologia, divenne l’inventore dell’infortunistica stradale. Negli ampi locali dell’Infortunistica Tossani di via Marconi, uno stuolo di periti, medici, avvocati e tecnici, si metteva al servizio degli incidentati, aprendo un capitolo nuovo nelle ripetute controversie tra assicurazioni e persone infortunate.

Anche se il priore della Chiesa dei Servi, nell’omelia, lo ha definito “il buon samaritano dei giorni nostri, per aver pensato alle tante vittime degli incidenti stradali”, Tossani, con l’infortunistica stradale, di soldi ne ha fatti e un bel po’.

Questo gli permetteva di acquistare pagine sui giornali, schermate pubblicitarie nei cinema, spazi televisivi, dove affermava che l’infortunistica era una scienza, ma, al tempo stesso, dava sfogo alle sue velleità di scrittore, esternando una serie di suoi strambi valori filosofici.

In una di queste inserzioni, il 24 aprile 2008 sul giornale La Repubblica, il giorno prima del sessantatreesimo anniversario della Liberazione, Michele Tossani, salutava il governo di destra da poco insediato con una sorta di “inno alla razza”: “L’Italia si muova, si scuota e si sacrifichi per ritornare ai fastigi di quando ci sentivamo di far parte di una razza forte, pura e maestra di vita”.

Per quella pagina e per le polemiche che ne seguirono si ritornò a parlare del passato di Tossani, da sempre offuscato dalla sua attività imprenditoriale.

Il re dell’infortunistica, che era nato nel 1918 a Casalfiumanese, si era trasferito giovanissimo a Bologna. Terminati gli studi da insegnante di educazione fisica, si era arruolato nella Regia Marina, dove venne assegnato alle forze navali di presidio al Dodecanneso. Dopo essere rimpatriato allo scoppio della guerra, divenne presidente della Gioventù italiana del littorio. Quando ci fu l’armistizio dell’8 settembre 1943, Tossani si arruolò coi repubblichini di Salò.

Entrò poi a far parte della famigerata «Compagnia Autonoma Speciale», affidata al torturatore repubblichino Renato Tartarotti, che operava in una villa di Via Siepelunga, chiamata “Villa triste”. Al suo interno, come citano diverse fonti documentali (Luciano Bergonzini, “La svastica a Bologna: settembre 1943-aprile 1945”, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 30 e 43 – Mirco Dondi, “La lunga liberazione: giustizia e violenza nel dopoguerra italiano”, Roma, Editori Riuniti, 1999, deposizione di un testimone al processo contro Tartarotti, riportata nel libro alle pp. 205-206 nota 40), si torturavano i prigionieri: «La vittima veniva prima percossa da sei o sette individui e quindi stesa su un tavolaccio e colpita sulle piante dei piedi con leve di ferro; quindi energumeni le saltavano addosso per passeggiarle sul corpo; lo bruciacchiavano con i mozziconi delle sigarette o con carta accesa. Tartarotti con una autentica bacchetta da direttore d’orchestra batteva il tempo; mentre Tossani intimava ai disgraziati di parlare».

Chi fu testimone di quelle atrocità ha raccontato che i partigiani catturati dalla banda Tartarotti, quando tornavano dagli interrogatori, erano più morti che vivi.

Quando finalmente fu preso dai partigiani, Tartarotti venne processato in Tribunale, il 4 luglio 1945. La sua fama di torturatore era talmente diffusa che, il giorno dell’udienza, dovettero mettere gli altoparlanti in piazza. Per assistere alla sua fine, si era infatti radunata tantissima gente. Il primo ottobre del 1945, al Poligono di Tiro di via Agucchi, fu eseguita la sua condanna a morte: era stato uno dei più feroci criminali fascisti.

Michele Tossani era uno dei “ragazzi di Tartarotti”. Pur non rinnegando mai la fede al fascismo e ricordando con orgoglio di aver fatto parte dei reparti combattenti della Rsi, ha sempre affermato di non avere avuto responsabilità dirette nell’opera di repressione. Tuttavia, dopo la Liberazione, venne condannato in primo grado a vent’anni di carcere e poi assolto in appello.

Molti ex partigiani, negli anni successivi, dissero che gli era andata bene per quello che aveva fatto.

Forse questa nostra ricostruzione è estranea ai criteri della cosiddetta “memoria condivisa” che oggi va per la maggiore, ma questo ci sembrava necessario raccontare in questa occasione.

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