Francia / Lione: La “prigione a cielo aperto” di Place Bellecourt


Giovedi 21 Ottobre, sciopero sindacale per le pensioni: Lione viene completamente militarizzata e i manifestanti fatti oggetto della discriminazione e della violenza della polizia. Il racconto, in soggettiva, di Marco, studente italiano “emigrato”.

25 ottobre 2010 - 17:30

Place Bellecour giovedì 21 Ottobre è diventata “prigione Bellecour”. Per timore di rivolta, le divise l’hanno circondata, occupata coi blindati e con gli idranti, poi dalle 13 in poi hanno chiuso tutte le uscite.
La piazza è in pieno centro di Lione, è la vetrina della città, è enorme, ha 12 uscite; per riuscire nell’impresa la prefettura ha inviato 600 uomini, tra gendarmi, Crs (celerini), Bac (una sorta di Digos), e persino il Gipn, le teste di cuoio francesi, senza contare l’elicottero e le motonavi sul Rodano, ormai presenza fissa. Qualche centinaio di persone son rimaste intrappolate nell’enorme dispositivo. Alcune erano là di passaggio, altre erano studenti e studentesse partite la mattina presto in corteo dai licei occupati, come ogni mattina da una settimana a questa parte. Aspettavano l’inizio della manifestazione delle 14, indetta dai sindacati contro la repressione. Ma non è stato possibile raggiungerli; fuori, in molte e molti abbiamo sbattuto contro il muro di uomini in divisa.
Dentro hanno cominciato a filtrare, a decidere chi poteva uscire e chi no, a distinguere buoni e cattivi. I meno giovani soprattutto, e i più rispettabilmente vestiti, e i più bianchi, potevano passare i check point. Una ragazza appena uscita ha urlato in lacrime “mi avete fatto passare perché sono bianca, è orribile”. Parecchi/e restavano lì dentro comunque.

Manifestazione a Lione

Manifestazione a Lione

Si trattava di dare un volto e un corpo alla categoria vacua di “casseur”, questo fantasma di cui si parla incessantemente su giornali e televisione. “Casseurs che s’infiltrano ai margini dei cortei”, che “strumentalizzano il movimento per degradare il bene pubblico” afferma il prefetto; “bande di ragazzini che si sono date al saccheggio, (…) non erano assolutamente degli studenti” gli fa eco il sindaco per descrivere la rabbia insorta nei cortei selvaggi dei giorni scorsi. A sentir parlare loro, non si capisce da dove verrebbero i casseurs, dalla periferia forse, o forse dalla luna. Quel che conta, è che non devono essere assimilati a niente di familiare e di logico, niente a che vedere con lo sciopero, niente di politico; i casseurs nel discorso ufficiale sono ragazzini, gente non informata, che non sa nemmeno perché è lì, insomma che non pensa. Un discorso razzista mascherato dietro strani criteri di età e di vestiario. E così in questi giorni, nel centro città trasformato in vera e propria fortezza militare, bisogna fare molta attenzione all’abbigliamento: se ti mette una felpa col cappuccio, i celerini non ti fanno passare i loro cordoni permanenti, proprio mentre la tua amica col maglione e i capelli biondi passa senza problemi. E’ il famoso “controle aux faciés” (tr.it: controllo secondo le apparenze fisiche/estetiche), fastidiosa pratica discriminatoria denunciata tra gli altri anche dal movimento dei sans papiers, che viene istituzionalizzata e fatta dispositivo di controllo di massa delle manifestazioni.

Dentro dunque filtrano, e ogni tanto sparano i lacrimogeni per disperdere, fuori invochiamo la liberazione dei “camarades” (compagni).  Il gruppo radunato è multiforme, impossibile sapere chi ti sta accanto, e in ogni caso non è che gli chiedi i documenti. C’è chi scandisce “Sarko dans ton cul” mostrando i sassi in mano, chi intona nostalgicamente l’Internazionale, chi semplicemente aspetta domandandosi che fare. Felpe col cappuccio, tute da fabbrica, magliette firmate; qui i sofismi del prefetto e i suoi compari mostrano tutto il loro ridicolo: chi sono i casseurs, e chi i legittimi? Dove sono questi intrusi? Qui c’è solo rabbia, vuoi per la riforma delle pensioni, vuoi per il razzismo e per anni di persecuzioni poliziesche. “Police partout, justice nulle part” risuona spesso. Ma è una voce che non ha forza, non stavolta, hanno studiato il piano troppo bene: impedire ogni assembramento, bloccare i movimenti, occupare tutti gli angoli del quartiere. Hanno pure tolto i cassonetti dalle strade, ché sennò alla gente viene voglia di dargli fuoco. Vogliono rifarsi dello scacco subito nei giorni scorsi, quando in nessun modo son riusciti a fermare i cortei spontanei, le esplosioni di rabbia e di gioia, e quelle vetrine fracassate nella borghesissima rue Victor Hugo che hanno fatto tanto scandalo. Persino il ministro dell’interno, il bruttissimo Hortefeux, è venuto a incontrare i “poveri onesti commercianti”.

Ogni tanto alleggeriscono la pressione a colpi di gas e manganello, le pistole a flashball spianate in faccia. Un megafono della Cgt (il più grande sindacato francese) annuncia una trattativa in corso con gli sbirri, dice “ce ne andiamo con calma in corteo fino alla Bourse au travail per fare l’assemblea, e loro libereranno la piazza”. Non gode di grossa fiducia, e il corteo dopo molto tergiversare parte sparuto: in molti/e si resta, e si aspetta. Ma senza troppa convinzione, la comunicazione è confusa. In questa situazione bloccata, la meravigliosa spontaneità delle sommosse dei giorni prima non è praticabile, la corsa degli eventi s’interrompe.
In piazza restano in 300, e verso le 17 le divise si danno al sadismo con più impegno. Lacrimogeni, idranti e qualche flashball, fanno correre la gente in gabbia, da una parte all’altra della piazza. A fine giornata qualcuno ne uscirà esasperato.
I varchi si aprono finalmente intorno alle 19; controllo d’identità assicurato per tutti i prigionieri, in più per 47 di loro c’è l’arresto. In tutto, da inizio settimana a Lione gli arresti sono stati quasi 200.

Acchiappano la gente nella maniera più subdola. Di solito, se attaccati riescono giusto a rispondere con le bombolette a lacrimogeno, o qualche manganellata. Poi, a freddo, quelli in borghese s’insinuano nel corteo, fra i capannelli di persone, spesso approfittano degli individui più isolati, si avvicinano e tac, manette, piede sulla faccia, e via. Martedì è capitato di vedere un ragazzo arrestato mentre parlava al cellulare su una panchina, scelto a caso perché più vulnerabile. Si tratta di fare numero.
Per questo tipo di arresto i movimenti di folla e i momenti di panico generalizzato sono letali, è come prestargli il fianco, loro sanno bene come usarli. L’assoluta imprevedibilità di questa massa speciale diventa un’arma a dopppio taglio.
C’è una ragazza di 13 anni in attesa di giudizio. Un ragazzo è stato giudicato per direttissima lunedì, si è preso un mese di galera per aver gettato un sacco di foglie secche su un poliziotto. Chi rifiuta il rito abbreviato (scelta consigliata dagli avvocati per poter istruire la difesa) rischia il carcere preventivo. La giustizia è un rullo compressore, ogni giorno passano a decine davanti al giudice.

Lo sciopero a oltranza contro la riforma delle pensioni del governo Sarkozy è iniziato ufficialmente martedì 12, ma già da settimane qua e là i picchetti presidiavano le fabbriche, e le varie azioni di blocco si moltiplicavano, senza troppo aspettare il parere delle centrali sindacali. Le quali peraltro restano ancora oggi su posizioni ambigue, invocano il dialogo con le istituzioni piuttosto che il ritiro immediato della riforma.
14 raffinerie in tutto il paese hanno smesso di funzionare in settimana, è mancata la benzina in molti distributori. Poi il governo ha deciso di usare la forza sui siti d’interesse strategico; il picchetto della raffineria a Grands Puits (regione parigina) è stato sgomberato con la forza venerdì mattina, per permettere agli operai “requisiti” dal prefetto di poter lavorare. Ma già da oggi potrebbe tornare a essere occupato.
A Lione il cuore caldo sono le centrali dei ferrovieri e gli stabilimenti della Valle della chimica, a sud della città. Alla raffineria di Feyzin, al dodicesimo giorno, lo sciopero tiene compatto. Lo stesso nelle fabbriche accanto. Ogni giorno c’è un’azione che parte, un blocco dell’autostrada, o l’occupazione di un sito strategico, o un corteo spontaneo di fabbrica in fabbrica per farsi coraggio. Azioni veloci e contemporanee, si cerca d’intralciare nella maniera più efficace possibile i flussi di merci e denaro. Mercoledì è iniziato un blocco delle entrate e delle uscite della Banque de France, deciso dai ferrovieri della Mouche, per impedire che i convogli di denaro potessero rifornire le banche. L’atmosfera al picchetto era rilassata, s’ironizzava sui giorni di salario persi. Difficile dire se l’azione fosse davvero efficace. J, panni da ferroviere e adesivo di Sud (sindacato di base),  spiegava come lo sciopero è una questione di costanza e dedizione, bisogna provarle tutte, bisogna farsi in 4 ogni giorno per andare a incontrare i compagni che lavorano, discutere per ore, minare alla base la sfiducia, perché la cosa peggiore è il timore di non farcela, quello si trasmette in un attimo, mentre .
I licei (compresi quelli professionali) sono partiti 10 giorni fa, occupati quasi tutti, dalla borghese Presqu’ile fino alle cités di banlieue est e sud. Occupati contro la riforma delle pensioni, ma la protesta lì ha subito allargato orizzonte e metodi, a essere messa in discussione nei fatti è l’autorità stessa dei prof, e chiaramente quella delle uniformi, è una rabbia a lungo rinfocolata che esplode.
In università il movimento fatica a partire; il rettore di Lyon2 (il polo delle scienze sociali) martedì ha deciso su due piedi la chiusura amministrativa di tutte le facoltà per motivi di ordine pubblico, imitando il suo collega di Rennes. Di conseguenza è difficile incontrarsi e comunicare.
Questa settimana e fino a martedì 2 novembre le scuole e le università resteranno chiuse, sono le consuete vacanze autunnali. Gli addetti alla repressione sperano che ciò raffreddi le cose. Staremo a vedere.

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