Euskal Herria / Sciopero della fame dei priogionieri politici baschi


Centinaia di detenuti in decine di istituti di pena tra Spagna e Francia si mobilitano per la liberazione di un detenuto malato di cancro. Sullo sfondo la campagna per l’amnistia.

24 agosto 2012 - 09:34

Come Euskalherria, il Paese Basco per cui hanno lottato, anche i progionieri politici baschi non hanno confini. Divisi tra Francia e Spagna, i due fronti della lotta di liberazione, i detenuti baschi hanno di nuovo dato vita ad un momento storico di lotta, uno sciopero della fame “transnazionale”.

Sarebbero tra i 250 e i 350 (stime dichiarate rispettivamente da parte di Herrira, movimento di sostegno dei diritti dei prigionieri baschi, che si batte per l’amnistia, e Etxerat, l’associazione dei familiari dei prigionieri politici baschi) in più di 20 istituti penitenziari tra Francia e Spagna i detenuti politici che in questi giorni di agosto hanno cominciato a rifiutare il cibo in solidarietà alla battaglia di Iosu Uribetxeberria, detenuto basco a Donostia (Paese Basco) che aveva già egli stesso iniziato uno sciopero della fame per sostenere la sua richiesta di liberazione condizionale per motivi gravi di salute. Uribetxeberria è stato condannato nel 1998 a 32 anni di reclusione per il rapimento di una guardia carceraria negli anni in cui la tortura di Stato nelle carceri spagnole era particolarmente dura e indirizzata principalemente ai detenuti e alle detenute politiche basche. Oggi soffre di un cancro terminale e, secondo la legge spagnola, francese ed europea, avrebbe diritto ad essere liberato dal carcere per permettergli di vivere dignitosamente, dal punto di vista fisico se non altro, gli ultimi anni di vita, evitando così di perpetrare una condizione di privazione incompatibile con il suo stato di salute. Molti tra i suoi sostenitori avvicinano questa condizione ad una forma di “tortura indiretta” dello Stato spagnolo, volta ad annichilire i detenuti, in particolare quelli, come i baschi, che ne hanno messo in discussione l’autorità.

A far da sfondo a questa vicenda c’è poi la situazione di stallo del percorso di pace nella risoluzione del conflitto basco che ha visto una sua svolta epocale nella tregua unilaterale di ETA nell’ottobre 2011. Se infatti da un lato ETA chiude con la lotta armata e avvia la richiesta di una soluzione politica in particolare proprio per i prigionieri politici baschi detenuti nelle carceri dei due Stati, Francia e Spagna battono ancora oggi la bandiera della resa incondizionata dell’organizzazione e relativi “sacrifici umani” rappresentati dai detenuti baschi.

La liberazione dei detenuti politici è quindi una posta in gioco essenziale nella vicenda della chiusura di una fase storica della lotta per l’indipendenza di Euskalherria. Tramite amnistia generale, o tramite l’applicazione della legge sul rispetto dei diritti umani in situazioni di privazione della libertà. In ogni caso la vittoria in una di queste due strade significa un passo verso il disarmo.

Non stupisce più di tanto, anche se non placa l’indignazione, che la risposta di Madrid allo sciopero della fame sia così rabbiosa e piccata: per i politici della monarchia spagnola lo sciopero rappresenta un “ricatto” e una “messa in discussione dell’Amministrazione penitenziaria” che “non sortirà effetto”. Lo sciopero dei detenuti mette così il dito nella piaga del mancato rispetto dei diritti umani nelle carceri spagnole, con una neanche troppo velata ammissione da parte della stessa amministrazione penitenziaria spagnola, proprio nel momento in cui si sta avviando nella società il movimento per una soluzione politica (amnistia) al conflitto basco.

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