Editoriale / Roberto Roversi, uomo di parte


Il grande poeta bolognese, scomparso in questi giorni, collaborò dal 1995 al 2001 con il nostro giornale, quando usciva come quindicinale nella veste cartacea. “Brusco con gli accomodanti, ma con una grande disponibilità verso i giovani”.

17 settembre 2012 - 02:41

Roberto Roversi non ha mai amato che si parlasse troppo di lui, chissà se sarà infastidito dalle tante luci che la Bologna ufficiale ha acceso sulla sua persona, dopo la sua scomparsa.

L’attuale rettore dell’Università ha detto: “Si tratta di vedere se noi sapremo essere all’altezza di questi maestri”. C’è poco da vedere, la classe dirigente di questa città non è assolutamente all’altezza di un intellettuale rigoroso, di un uomo di cultura “vero” come Roberto Roversi. Soprattutto, come nel caso dell’Ateneo, se Senato Accademico e Rettore elargiscono per “servilismo ignorante” lauree honoris causa come quella all’ex presidente della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet o contribuiscono, come fece l’Università nel 1999, alla scrittura della Carta di Bologna, che fu una vera e propria dichiarazione di sottomissione del sapere all’impresa.

Roberto Roversi era allergico alle celebrazioni, alla frequentazione dei poteri e delle autorità, se ne stava alla larga dagli ambienti accademici e da quelli contaminati dal presenzialismo. La sua coerenza aveva tenuto lontani gli ammiccamenti provenienti dai palazzi del potere. Non si fidava delle istituzioni perché le considerava “sempre tremende, inesorabili, sostanzialmente indifferenti e solo parolaie”.

Del resto, Bologna non aveva mai recepito le sue scosse. Lui non cercava consensi e diceva: “Non si vive senza nemici. Uno dei vuoti che più si avverte in giro è questa generalizzazione del consenso seppure mistificato dentro ai mugugni. Bisogna risvegliare i leoni perché ci azzinnino. Perché nella maretta non si vive: ci vuole mare forza dieci per poter navigare nel mare che cerchiamo”.

La sua coerenza gli fece pagare dei prezzi, ma il suo stare ai margini non lo faceva essere né schivo né solitario. Anche se non partecipava ad eventi e a dibattiti, era sempre bene informato. Con la mente non se ne stava rintanato. Prima dalla libreria Palmaverde, poi dalla sua casa vicina la Mercato delle Erbe, guardava senza condizionamenti e con curiosità quello che avveniva in città. Lui non dava giudizi morali, ma trovava le parole necessarie come nessun altro. Come quando un bambino di una coppia di genitori senza casa morì per il freddo in Piazza Maggiore: “La verità è che questa società fa schifo e Bologna ci sta in mezzo”.

Roversi era un uomo di parte. Era brusco con gli accomodanti, ma aveva una grande pazienza e attenzione con i giovani, poco immportava se fossero poeti o scrittori. Leggeva le loro cose, li incontrava, li esortava di continuo. Gilberto Centi, che era stato suo allievo e grande amico, sosteneva che la sua “intransigenza” fosse sostanzialmente rabbia politica. Che nasceva dalla convinzione di non aver nulla da insegnare e di voler continuamente imparare.

Una delle scelte più forti che ha fatto nella sua vita è stata quella di rifiutare le proposte che, in vari momenti, grandi editori gli fecero. Infatti, sosteneva: “All’interno di questo mondo così fortemente scompaginato, in cui le situazioni si radunano e si consolidano solamente al vertice, in basso c’è ancora una quantità di buchi-neri, di vuoti che si possono riempire”.

Seguendo questo filo conduttore, perseguì la più totale e radicale indipendenza per la diffusione delle sue idee. Continuò negli anni la sua ricerca culturale e politica con produzioni editoriali autogestite, attraverso ciclostilati, libretti e riviste autoprodotte. E a spedirli, su richiesta, era direttamente lui. Erano fogli quasi clandestini, ma per chi aveva la fortuna di leggerli erano molto preziosi. Roversi pensava che attraverso la letteratura si potesse fare realmente un discorso che scavasse nel politico, senza perdere di intensità. Aveva profondamente ragione.

Roberto Roversi era nato a Bologna nel 1923. Prese parte alla lotta di Liberazione, combattendo nella Resistenza in Piemonte. Oltre ad essere uno dei più grandi poeti italiani è stato saggista, drammaturgo, narratore, scrittore di testi musicali e, soprattutto, un grande promotore culturale antagonista. Nel maggio 1955, con Pasolini e Leonetti fondò la rivista “Officina”. La copertina era di un cartoncincino solitamente usato per gli imballaggi. Nel retro del primo numero c’era scritto: “fascicolo bimestrale di poesia”. Le pubblicazioni proseguirono fino al 1958.

Nel 1961 fondo il quarimestrale di ricerca letteraria “Rendiconti”. Il primo ciclo di pubblicazioni durò 17 anni. Dopo una lunga sospensione per motivi economici, la pubblicazione della rivista riprese negli anni novanta.

Negli anni settanta Roversi scrisse numerosi testi di canzoni per Lucio Dalla negli album “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili” e per gli Stadio scrisse “Chiedimi chi erano i Beatles”. Negli stessi anni diede anche il suo nome come direttore responsabile di Lotta Continua, in solidarietà col giornale, contro una legge fascista sulla stampa che richiedeva un giornalista iscritto all’Ordine per dirigere la testata.

Roversi ha gestito per quasi sessant’anni, dal 1948 al 2006, con la moglie Elena, la libreria antiquaria Palamaverde.

Zero in condotta, nel periodo in cui era quindicinale cartaceo, ebbe la fortuna di averlo come collaboratore, dal 1995 al 2001. Con alcuni dei suoi articoli, nei prossimi giorni, stamperemo un numero speciale che gli sarà dedicato.

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