Editoriale / Ne succedono di cose, in cinque anni


Nel 2007, dopo una fase sperimentale, cominciava l’attività del nostro quotidiano online autogestito. Oggi continuiamo a farci sempre la stessa domanda, orgogliosi di avere ogni volta la risposta.

21 settembre 2012 - 15:32

Ma in fondo, chi ce lo fa fare? Poche storie: ce lo chiediamo e pure spesso. Per fortuna, è chiaro, perchè così possiamo sentirci orgogliosi di avere tutte le volte la risposta. Ne succedono di cose, in cinque anni. Soprattutto se si tenta di raccontare un mondo mutevole e fluido come quello dei movimenti, dei collettivi, dei centri sociali e chi più ne ha più ne metta. Cinque anni fa abbiamo deciso che ci avremmo provato, raccogliendo la sfida che ci veniva consegnata da quella che ci sembrava una necessità non aggirabile per una città come Bologna: creare uno strumento di comunicazione ed informazione che aiutasse a dare voce alle esperienze di autorganizzazione ed autogestione, in modo trasversale e senza vincoli di appartenenza o “di area” (esperienze di questo tipo, non c’è dubbio, erano e sono preziosissime: ma secondo noi non sufficienti). Uno strumento libero e indipendente che, però, a queste caratteristiche imprescindibili sapesse affiancare un metodo in grado di fornire alcune giuste garanzie a chi cerca informazioni, soprattutto in rete.Ne succedono di cose, dicevamo, in cinque anni. Sulle nostre pagine si sono rincorse, giorno dopo giorno, mettendo in fila circa 7.500 articoli, 6.000 fotografie, 700 file audio, 200 video e 4.000 appuntamenti segnalati. Un impegno costante e volontario che vediamo premiato, ci piace dire così, da centinaia di visitatori al giorno. In diverse occasioni abbiamo anche “bucato” il muro dell’informazione cosiddetta ufficiale, costringendo anche i media mainstream a fare i conti con notizie da noi pubblicate. Negli altri casi, speriamo di aver comunque fatto qualcosa di utile per “sostenere le lotte, connetterle- così scrivevamo- diffonderle come virus potenti nel corpo della società”. Non lotte che raccontiamo a distanza, ma lotte che sentiamo anche nostre perchè sono anche le nostre. Con la speranza di fornire un esempio testardo che magari ricordi, ogni tanto, che tra uno “scazzo di movimento” e l’altro in fondo si calpesta sempre un terreno comune.

Forse ci stiamo sopravvalutando, possibile. Però i nostri limiti e difetti cerchiamo di riconoscerli. Sappiamo che si può fare di più e meglio, per quanto possibile ci proviamo perfino. Così come sappiamo che i meriti, se ce ne sono, sono sempre frutto di una cooperazione che sarebbe impossibile rinchiudere dentro i confini troppo rigidi e stretti di una, seppur orizzontale, redazione giornalistica. E’ per questo che un grazie di cuore va a tutti quell@ che hanno scritto, fotografato, registrato, aggiornato, programmato, sostenuto, suggerito e messo al suo posto ogni piccolo tassello di questa storia. Grazie anche alle compagne e ai compagni di Vag61 che, chissà dove, trovano le energie per alimentare anche questo progetto. Grazie alle/ai nostre/i lettrici e lettori e grazie anche, se ce ne sono, a quelli a cui stiamo antipatici: un pizzico di motivazione in più, in fondo, non guasta mai.

Così la storia continua, come prima e più di prima, nel pieno di questi tempi bastardi di austerity e fiscal compact, di macelleria sociale e di professori che bacchettano sempre più forte sulle dita di precar@ e precarizzat@, migranti, sfruttat@ e ricattat@. Tempi in cui abbiamo ancora il bisogno urgente, forse mai come ora, di “un’altra storia da raccontare”.

E ora? Ora la sfida continua. Ora basta guardarsi indietro che bisogna correre in avanti. La strada è sempre quella e sempre uno l’avvertimento: non rovinarsi la media, mai prendere più di ZERO IN CONDOTTA.

Zic.it

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