Editoriale / La lezione del “caso” Bonanni: non facciamoci annebbiare


Radio Onda D’Urto ha messo a confronto Loris Campetti de Il Manifesto e Gianluca, del Centro Sociale Askatasuna di Torino, sulla contestazione a Bonanni. Il nostro commento.

09 settembre 2010 - 23:09

Un occasione rara, nel panorama mediatico che ha commentato i fatti di Torino, di rimettere in questione la politica e le sue forme e di ricostruire, seppur marginalmente, i fatti e soprattutto il clima e il sistema politico in cui questi si sono prodotti.
Innanzitutto riportando a realismo questo simulacro del “fumogeno”, creato giornalisticamente come un’arma pericolosissima, ad alto potenziale, in un’anticipazione di un “Autunno caldo” da prevenire come il peggiore dei mali.
Se Bonanni dichiara oggi (è su tutti i giornali):”Avrebbero potutto uccidermi con quel fumogeno”, viene sinceramente da ridere sul grado di serietà con il quale si raccontano le notizie.
Perchè se un fumogeno – che fa del fumo, non esplode, sia ben chiaro – diventa un’arma addirittura mortale, viene da chiedersi perchè nessuno gridi all’attentato sulle pagine dei quotidiani italiani quando altri soggetti istituzionalmente preposti ne fanno un uso ben più “spericolato”.
Un fumogeno al massimo bruciacchia. Già, per esempio, un lacrimogeno, soprattutto se tirato con pistole ad alta pressione e ad altezza uomo, può provocare – e, storicamente, ha provocato – dei danni ben maggiori.
E’ normale che Bonanni si sia preso una bella paura, ma se lui ha rischiato la vita per un fumogeno, che cosa dire di quello che rischiano gli operai costretti a turni massacranti su macchinari che fanno qualche tonnellata di peso?
Che cosa dire a chi lavora all’altoforno?
Se si restituisce realismo alla vicenda torinese, il primo dato, a margine per carità, è l’assoluta estraneità di questo soggetto – non Bonanni in sé, ma i vertici sindacali – alle condizioni di migliaia di persone che lavorano nelle fabbriche e che dovrebbero essere da essi rappresentati.

Anche lasciando perdere la logica del “chi ha cominciato” nella fattispecie, poichè politicamente irrilevante – anche se viene voglia di puntualizzare il fatto che le sedie sono state scagliate dal “democratico” Servizio d’Ordine della CISL presente, in maniera del tutto gratuita e stupida, perchè inutile.
E’ rilevante invece riportare nei termini del dibattito e della situazione politica italiana: in periodo di forte crisi economica, dopo l’accordo di Pomigliano che vorrebbe sancire di fatto la fine del sindacato e delle lotte lavorative, come ripetuto a più riprese poi da tutti i vertici imprenditoriali, Marcegaglia e Marchionne, dopo le esternazioni e la parte attiva che in questa opera di distruzione ha agito il segr. Bonanni e il suo sindacato, la CISL e la FIM, giunge l’ennesimo segnale – e non è stato il solo – di estremo rifiuto non solo delle proposte in sé, inaccettabili, ma dei termini del dibattito.
Non c’è nulla da fare: non c’è spazio per “alternative” o compromessi.
E non solo perchè, anche se ci fossero, esse vengono “democraticamente” escluse, ghettizzate, addittate qua e là di comunismo o di terrorismo.
Non c’è spazio perchè il discorso che viene oggi imposto ai lavoratori – “o come la polonia o la morte” – è semplicemente irricevibile.
Nessun “emendamento” è possibile sul fronte dei diritti.
E allora è normale che la lotta possa parlare solo il linguaggio del rifiuto totale, proprio perchè non si può accettare di divenire “totalmente rifiuti”, scarti.

In tutto questo il Pd, ancora una volta, riesce ad uscirne protagonista o, meglio, scenario non casuale del conflitto: l’invito, nella festa democratica, del rappresentante del sindacato dello sfascio in questo momento, non può che rappresentare una provocazione.
Provocazione creata o “subita”?Beh, potremmo ancora cercare di lasciare al partito di Bersani solo la tristezza dell’idiozia politica, indicare il “fiuto magistrale” nel tirarsi la zappa sui piedi, come ormai un po’ tutti fanno con il partito che fu di Fassino, Veltroni e D’Alema.
Ma, sinceramente, non da più soddisfazione neanche la presa per il culo, la satira che “velamente” apre gli armadi.
Perchè non c’è più nulla da nascondere: al partito che vorrebbe – in fondo in fondo, lo vorrebbe ancora, ma non può – candidare Montenzemolo, quale credibilità si può lasciare sul fronte della difesa dei diritti dei lavoratori?
Le posizioni sono chiare, e pertanto non è stata una “svista” quella di invitare Bonanni alla Festa: è stata una scelta politica, cercata e voluta proprio in questo momento di scontro sociale.

Un’ultima cosa, per i lettori di questo sito, fornisce il dibattito Campetti-Askatasuna: sembra un po’ la ripetizione di alcune vecchie formule del passato.
Si parla ancora di avanguardismo, contrapposto invece all’operato “di classe” che sarebbe quello della Fiom, secondo Il Manifesto.
Nuova riedizione di quello scontro sindacato-gruppi politici e sociali che fu negli anni ’70 emblema del cambiamento, della fine dell’epoca dell’egemonia del PCI sulla sinistra italiana e su una parte della società.
Quello a cui stiamo assistendo è un processo  di generalizzazione alla forza lavoro industriale di ciò che ormai  da anni è prassi consolidata in altri settori, un processo di individualizzazione del lavoro e dei diritti, che tenta di annichilire l’irriducibile conflitto tra capitale e lavoro, spostando la contrattazione su un piano sempre più territoriale e aziendale, che ha nella concorrenza (ovviamente al ribasso) tra i singoli lavoratori il dispositivo principale, costringendoli a negoziare diritti e salario in modo individuale e privatistico.
Proprio per questo le categorie utilizzate da Campetti mancano il bersaglio, questa è una  battaglia che tocca profondamente la società tutta e forse sarebbe il caso di mettere da parte vecchie velleità egemoniche e statiche e cominciare, in ogni luogo e in ogni fascia sociale, a praticare il conflitto in tutte le sue molteplici forme.

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