Editoriale / Il commissario cala la maschera


La reggente di Palazzo d’Accursio smette di nascondere le sue ambizioni. Una nuova luce su un anno all’insegna di legalitarismo spinto e smantellamento del welfare.

08 febbraio 2011 - 14:33

Una città governata da ormai un’anno da una lady di ferro calata dall’alto dal padanissimo inquilino del Viminale, quello dei pacchetti sicurezza e del divieto di manifestare nei centri storici. Il Partito egemone in città dalla notte dei tempi che sembra prossimo a riconquistare il palazzo, nonostante la colossale figuraccia rimediata quando si scoprì che in città c’era… Delmarcio.
Un anno di amministrazione tutt’altro che ordinaria, annunciata da un discorso che era tutto un programma: «La linea della legalità è la linea del bene della città». Abbiamo sorriso quando la commissaria annunciò la via ginnica alla lotta ai graffiti, e pazienza se le priorità parevano altre. Meno quando ha condiviso il divieto di fare banchetti, presidi e cortei in centro nei fine settimana. Ci siamo incazzati quando, novella Attila, ha iniziato a fare a pezzi i servizi sociali, quel poco che rimaneva a connotare Bologna come una città un poco più solidale della media. Abbiamo reagito, e resistito, quando ha provato a mettere in discussione gli spazi sociali.
Fin lì la maschera dell’amministratore rigoroso ma imparziale poteva reggere. O almeno potevano credere che, da dipendente del Ministero degli Interni, applicasse con troppa solerzia gli spietati paradigmi nazionali della sicurezza e dell’austerità.

Negli ultimi quindici giorni, però, mentre le elezioni iniziavano ad apparire imminenti, abbiamo cominciato ad assistere ad uno spettacolo diverso.
23 gennaio. Virginio Merola vince le primarie del centrosinistra che, dopo aver camminati per mesi sull’orlo del ridicolo, è riuscito a convergere su un nome da presentare alle urne. Il centrodestra appare ancora confuso, le ipotesi si moltiplicano, ma nessuna pare in grado di impensierire il Gran Partito.
26 gennaio. E’ noto che, da tempo, candidare la commissaria è il sogno proibito di molti, a destra. Ma lei resiste, a fiera difesa della sua imparzialità prefettizia: «Tranquilli, io sono sempre sulla mia linea. Comunque non metterei mai una giacca politica».
1 febbraio. Il furore del Commissario si abbatte sulla città. Il Regolamento di Polizia Urbana diventa più repressivo di quanto Vitali, Guazzaloca e Cofferati avessero mai ipotizzato nelle loro fantasie sicuritarie più feroci. Da chi mangia per strada ai writers, passando per lavavetri e mendicanti, Cancellieri ne ha per tutti. Multe salatissime fin dentro la propria casa.
E’ una nota stonata. Non c’è ordinaria amministrazione che tenga. Non c’è diktat nazionale che regga. La questione è prettamente locale, e politica. Perché mai un commissario alla scadenza del suo mandato dovrebbe prodursi in un simile giro di vite, anziché lasciare una questione così delicata e controversa alla prossima giunta? Non si spiega. A meno che…
6 febbraio. Mentre la città si gode una domenica inaspettatamente primaverile, sui giornali si rende conto, senza troppo clamore, di un iniziativa del guazzalochiano Alberto Vannini: un comitato e quattrocento manifesti per convincere la reggente comunale a fare il grande passo e presentarsi alle comunali. Una boutade, tra le mille del montante clima elettorale? Sembrerebbe.
Invece no.
8 febbraio, scoop del cronista politico del Corriere di Bologna, che raccoglie questa dichiarazione del Commissario: «L’iniziativa dei manifesti di Alberto Vannini e dei commercianti mi fa piacere. Se la richiesta di una mia candidatura venisse dai cittadini ad ampio raggio ci rifletterei». Pone la pregiudiziale del civismo, ma è puro politichese: la sostanza è che l’amministratore prefettizio che doveva traghettare la città in quest’anno di vuoto amministrativo è da oggi, concretamente, un papabile sindaco. Un anno di governo di Bologna, l’imperativo del taglio alla spesa, la mannaia sul welfare, i colpi inferti alla vita sociale della città, assumono tutta un’altra tonalità: quella della lunga campagna elettorale di una donna elettoralmente pronta a calare le carte (truccate) della lotta al “degrado” e dei conti “a posto”. Parole d’ordine pienamente in linea con l’assillo legalitario dei cinque anni del Cinese, ma anche con le politiche economiche del governo in carica, con l’imperativo di scaricare i costi della crisi sulle fasce basse della società. Insomma, siamo già nel vivo della campagna elettorale del Commissario CoffeMonti.

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