Dublino / L’Irlanda in crisi ripudia l’Austerity


Centomila in piazza a Dublino contro le misure “lacrime e sangue” che fanno pagare ai lavoratori le follie del sistema bancario

28 novembre 2010 - 23:50

(da MilanoX)

Centomila in marcia contro il salvataggio lacrime e sangue: imponente corteo a Dublino, mentre il (traballante) premier Cowen negoziava il prestito con Fmi e Ue

Tutti si chiedevano perché gli irlandesi non si ribellassero al tentativo di far pagare ai lavoratori le follie del sistema bancario. Ieri dall’isola veLrde smeraldo è arrivato il primo segnale di risveglio, quando in più di 100.000 (in un paese di 4 milioni e mezzo di persone) hanno marciato per le strade di Dublino per protestare contro il «piano di rigore» messo a punto dal governo di Brian Cowen come contropartita al prestito da 85 miliardi promesso dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca centrale europea (Bce).
La manifestazione, indetta dalla confederazione dei sindacati irlandesi (Ictu), ha costeggiato il fiume Liffey che attraversa la capitale, per arrivare davanti all’ufficio centrale delle poste in O’ Connell Street, dove nel 1916 fu dichiarata l’indipendenza dell’Irlanda. Nel corteo, lavoratori, studenti, pensionati, uniti contro il piano di austerità da 15 miliardi del governo che prevede l’eliminazione di 25.000 posti di lavoro nel settore pubblico, tagli a sussidi per la disoccupazione e assegni familiari, con il rischio di ridurre il prodotto interno lordo del 4%. Il tutto per accontentare Fmi e Bce, pronte a fornire 50 miliardi per consolidare il debito pubblico e 35 miliardi per stabilizzare i bilanci delle grandi banche dell’isola, sull’orlo del fallimento a causa dei mutui spazzatura.
«C’è una via migliore e più giusta» rispetto a quella proposta dal governo, affermavano centinaiai di cartelli gialli agitati tra il risuonare delle cornamuse da una folla da cui sono piovuti insulti contro l’impopolare premier Cowen ed il ministro delle finanze Lenihan. Nonostante il freddo pungente, la manifestazione ha superato le previsioni della vigilia in un paese non abituato alla politica di piazza. Uno spezzone di circa 500 persone ha raggiunto il Dail, la camera dei deputati, dove ci sono state alcune scaramucce della polizia e un’immagine di Cowen è stata data alle fiamme.
«Diverse generazioni di irlandesi pagheranno le conseguenze del debito» contratto dal governo, ha dichiarato il presidente della Ictu Jack O’ Connor, nel comizio finale in cui diversi rappresentanti dei sindacati sono stati fischiati dalla folla, per non aver fatto abbastanza contro la politica del governo. Il segretario David Begg ha paragonato il governo a Dick Turpin, il celebre bandito inglese del ’700. «Almeno Turpin quando rubava si copriva il volto», ha ironizzato Begg.
Mentre i manifestanti inondavano le strade della capitale, Cowen era in trattative con una delegazione del Fmi e della Bce per ultimare i dettagli del piano di salvataggio. Stando a indiscrezioni, al megaprestito, che verrà presentato la prossima settimana, verrebbe applicato un tasso d’interesse di oltre il 6%, ben superiore al 5,5% previsto in partenza. Se così fosse sarebbe l’ennesima umiliazione per Cowen, la cui maggioranza al Dail si è ridotta a due deputati, dopo che venerdì il Sinn Fein ha vinto le elezioni suppletive a West Donegal.

IN FUGA DALLA CRISI

Gli immigrati arrivati ai tempi del boom se ne tornano a casa e gli abitanti dell’isola, disposti ormai a fare qualsiasi lavoro, emigrano in massa a causa della disoccupazione. Ad andarsene sono, nel 2010, 70.000, e saranno almeno 50.000 l’anno prossimo

«Prima venivano tutti qui, da Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa ed Europa dell’est. Ora il flusso ha preso il verso contrario. Gli immigrati se ne sono già tornati a casa e a seguirli in massa ora sono gli irlandesi disposti a fare qualsiasi lavoro». Albert ha ventun’anni e la scorsa settimana è stato licenziato in tronco insieme a dieci colleghi da un negozio della catena Laura Ashley, che vende arredamento e abbigliamento femminile, sulla opulenta Grafton Street nel centro di Dublino.
«Molti miei amici sono già partiti per l’estero – racconta -. Io me ne vado in Nuova Zelanda, ho già comprato il visto. Sono disposto a fare qualsiasi cosa. Gli irlandesi non si possono più permettere di scegliere il lavoro che gli piace».
In giro per la capitale e per le strade delle città e dei paesi dell’isola «verde smeraldo» di gente come Albert, che si prepara a lasciare un paese vittima della catastrofe economica provocata dalle banche dai mutui facili, ce ne sono a fiumi. Secondo uno studio condotto dall’Economic and social research institute (Esri), ogni mese 5.000 cittadini irlandesi abbandonano il paese per cercare lavoro all’estero. A fine 2010, 70.000 persone avranno lasciato l’Irlanda. Nel 2011 saranno almeno 50.000. Così, mentre gli effetti sociali della crisi diventano sempre più evidenti, sul paese del quadrifoglio incombe minaccioso uno spettro che ha da queste parti ha sempre accompagnato i periodi di povertà: l’emigrazione di massa.
Nel 2008 e nel 2009, dopo lo choc iniziale dell’esplosione della crisi delle banche e del settore immobiliare, ad abbandonare il paese erano soprattutto i lavoratori stranieri venuti in Irlanda durante il periodo delle vacche grasse. Secondo l’Esri 100.000 lavoratori stranieri, tra cui molti dell’Europa dell’Est, hanno abbandonato il paese nel biennio. Ma ora sono soprattutto gli irlandesi a fare la valigia, per evitare di andare ad allungare le fila dei disoccupati, che negli ultimi mesi hanno raggiunto quota 640.000 persone.
«Ormai per i giovani irlandesi ci sono solo due possibilità lasciare il paese o diventare disoccupati» afferma Gary Redmond, presidente del sindacato studentesco Union of Students (Usi). «Sembra di rivedere quello che succedeva durante i periodi di grande povertà, come alla fine degli anni ’80». Uno studio condotto dall’organizzazione prevede che nei prossimi cinque anni 150.000 laureati abbandoneranno l’Irlanda. «Stiamo creando una generazione perduta. Il nostro paese ha speso tanti soldi per formare queste persone. Molte non torneranno mai a casa».
La fuga in massa dei lavoratori, e in particolare dei giovani da quel paese che fino a tre anni fa si fregiava del titolo di «tigre celtica» non è solo una fuga di cervelli, di laureati, ma anche una fuga di braccia, di tecnici e manovali. In partenza, verso i paesi del Commonwealth, dove l’economia va meglio, ci sono anche schiere di carpentieri, muratori, meccanici, saldatori, agenti immobiliari rimasti a secco, dopo che la bolla immobiliare è scoppiata, e più della metà delle imprese legate all’edilizia sono fallite.
«Molti miei amici che facevano i muratori se ne sono andati in Australia e Canada» racconta Mark, 23 anni, e un passato come lavoratore edile. «Io sono appena tornato dal Canada, dove sono stato alcuni mesi. Lavoravo in un cinema a staccare i biglietti, ma poi mi è venuta nostalgia. Sono sei mesi che cerco lavoro e non trovo niente. Mi sa che presto devo ripartire».
Il timore è che la fuga dei lavoratori e in particolare dei più giovani rallenti ulteriormente l’uscita dal disastro economico. «Molti se ne vanno dall’Irlanda con l’idea di trovare un lavoro temporaneo all’estero per qualche mese. E quando tornano hanno solo pochi euro messi da parte e vedono che nel frattempo il paese è peggiorato ulteriormente» afferma Karen, una studentessa di 19 anni.
Ma per molti non sembra esserci alternativa alla fuga. «Io gliel’ho detto a mio figlio di andarsene» afferma infuriato Rob, un taxista di 49 anni. «Ha 70.000 euro di debito con le banche e fa fatica a pagare. Vattene in Nuova Zelanda, gli ho detto. Lì i banchieri non ti trovano più al telefono. Così la smettono di chiederti perché non hai pagato l’ultima rata del mutuo».

Paolo Gerbaudo

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