Difendersi dalla sicurezza


Benvenuti in Italia, vecchia Europa, patria del diritto. Un commento di Gianmarco De Pieri sul recente caso Cucchi e sulle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine.

29 ottobre 2009 - 15:33

di Gianmarco De Pieri

Giovedì 22 muore all’Ospedale Pertini di Roma Stefano Cucchi. Il volto ed il corpo sono martoriati di ferite, lesioni e fratture, tante prove di percosse che, su un soggetto prigioniero, in tutto il mondo si chiamano con una sola parola: tortura.

Stefano era stato arrestato, portato nella Stazione dei Carabinieri ed al Centro di Identificazione, in ospedale nel reparto medico carcerario, dove neppure nessuno dei familiari riesce a vederlo. Stefano muore da solo, peggio di un cane, come ultima tappa di un calvario nel quale il Giusto ha picchiato il Deviante, il Forte ha approfittato del Debole, l’Armato ha abusato dell’Indifeso.

Stefano è morto perché è stato arrestato. Se se non avesse incrociato i Carabinieri la notte di giovedì 15 al Parco dell’Acquedotto Stefano lavorerebbe ancora con il padre, avrebbe i suoi amici, abiterebbe il suo quartiere a Roma.

La mente va e ricorda Aldo, impiccato in carcere a Perugia, Aldro, percosso a morte da comuni volanti della Polizia di Stato (letteralmente 113 Pronto Killers leggendo gli atti), Emanuel, stuprato nella sua identità di libero cittadino a Parma, e ci appartiene la memoria di tutti coloro che non abbiamo conosciuto, le cui storie non sono andate sui giornali, e che hanno imparato a loro spese negli arresti extra legem, nelle camere di sicurezza di Questure e Caserme, nelle Case Circondariali degli Istituti Carcerari come l’applicazione della legge e la giustizia siano universi distanti milioni di anni luce.

Storie diverse, biografie differenti, certo; nessuno di essi ha mai deciso di volere diventare un caso di cronaca o una bandiera radicale da agitare. Ma qualcosa unisce le maledette tragedie che abbiamo citato e le centinaia di vessazioni estreme che avvengono continuamente nelle nostre città e di cui neppure veniamo a conoscenza: sono compiute nel nome della sicurezza.

In Italia pattuglie, reparti e ronde sono liberi ed impuniti, non processabili. Il cameratismo ed il corporativismo protegge e depista, la Polizia Giudiziaria annaspa se indaga tra i colleghi, le Procure attenuano, gli “Stati di Servizio” assolvono. E i TG distinguono. Non riconoscere questo filo nero vuol dire mentire sapendo di farlo.

Noi no. Noi rifiutiamo che si possa essere assassinati a margine di un controllo documenti, per avere bevuto due birre di troppo o fumato un porro al parco, coltivato due piante di ganja. O semplicemente non avere il permesso di soggiorno o essere rom in un comune leghista.

La Legge è uguale per tutti, lo Stato di diritto, il rispetto delle regole, le garanzie, i tre gradi di giudizio, la protezione legale di un avvocato, il giusto processo, sono categorie valide solo, e peraltro non sempre, per maschi, bianchi, ricchi e possibilmente figli di potenti. E per le divise di cui parliamo queste categorie sono cazzate da giornalisti, alla faccia dell’habeas corpus.

Basta. Davvero basta.

Fare verità vuol dire portare a pubblica evidenza ogni singolo evento e tutte, anche le più piccole, responsabilità. Ma fare verità significa anche auto-garantirci difesa e protezione dai Protettori. E dare una mano a tutta quell’umanità che dopo queste “sicure violenze” paga il quotidiano altissimo prezzo del dolore.

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