Da “Poveri Vergognosi” a “Distratti Vergognati”


Un’inchiesta sulle tante sbavature nella gestione della più grande ASP bolognese che, dopo la riforma del welfare municipale del 2008, svolge molti compiti che prima erano dell’assessorato alle Politiche Sociali.

30 giugno 2011 - 10:26

La storia dei Poveri Vergognosi inizia il 25 marzo 1495

Negli anni a cavallo tra il 1410 e il 1428, tra i maestri della facoltà teologica di Bologna, andava per la maggiore un tal Fra’ Gasparino da Venezia, dell’Ordine dei Servi di Maria. Le sue specialità erano la predicazione, le trattazioni di temi filosofici e morali e le discussioni pubbliche, ma si cimentava anche in versi, tramite canti in terzine dantesche. Gli effetti della sua eloquenza predicatoria (paragonabili a quelli dello Stefano Bonaga dei giorni nostri) non risultarono però fondamentali rispetto a un avvenimento che segnò la storia della nostra città. Infatti, quando all’interno del Convento di San Domenico, il 25 marzo 1495, venne fondata, presso la chiesetta di San Nicolò delle Vigne, la Compagnia de’ Poveri Vergognosi, di Fra’ Gasparino non c’era traccia.

Lo scopo dei dieci che diedero vita alla nuova Istituzione era di “provvedere ai poveri, ai quali era vergogna il mendicare per essere caduti in povertà per disgrazie ed infortuni dei loro stati e condizioni”. Insomma, si trattava di interventi e aiuti ai più poveri e ai più soli, a quel ceto di umilissimi che, nel Medioevo, veniva chiamato “dei poveri vergognosi”. Quel fine statutario fece testo per cinque secoli, fino all’inizio dei mai troppo criticati anni ’80, gli anni del disimpegno, dell’individualismo, del bene personale anteposto al bene comune.

Ma, in quei cinque secoli, l’Opera Pia dei Poveri Vergognosi, accumulò anche un importante e cospicuo patrimonio immobiliare (oggi ancora costituito prevalentemente da fabbricati urbani e da fondi agricoli), derivante per lo più da lasciti ed eredità. Gli atti di donazione avvenivano quando, per mancanza di successore diretto, l’ultimo esponente di una famiglia lasciava in testamento, a favore dell’Ente, il suo patrimonio. Tra i fabbricati urbani, figurano alcuni edifici storici come il Palazzo Rossi Poggi Marsili (Via Marsala 7, già sede dell’Opera Pia ed oggi dell’ASP Poveri Vergognosi), l’ex Conservatorio di Santa Marta (Strada Maggiore 74) ed il Palazzo Salaroli (Strada Maggiore 80), ma la maggior parte degli immobili è costituita da appartamenti destinati ad abitazione civile, da uffici e da locali ad uso commerciale, per una superficie di circa 55 mila metri quadrati. I fondi agricoli sono invece insediati nei Comuni di Anzola dell’Emilia, Baricella, Bologna, Budrio, Castelfranco Emilia, Castel Guelfo, Castel S. Pietro Terme, Castenaso, Crevalcore, Granarolo dell’Emilia, Malalbergo, Medicina, Minerbio, Ozzano dell’Emilia, S. Giorgio di Piano, S. Giovanni in Persicelo, S. Pietro in Casale e S. Agata Bolognese.

La trasformazione degli indirizzi statutari dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi avvenne agli inizi degli anni ’80, quando l’Ente decise di trasformarsi da Istituto di beneficenza per persone indigeste in Ente di Assistenza, principalmente per persone anziane. Occuparsi di anziani e di residenze protette fu dunque lo scopo prioritario dei Poveri Vergognosi per più di 25 anni, anche quando le Opere Pie vennero trasformate in IPAB (Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza, a controllo pubblico, volute dalla legge di riforma dell’assistenza n. 328 dell’8/11/2000 che superava l’antica legge Crispi).

Nel 2003 è poi arrivata la legge regionale n. 2, che ha trasformato le IPAB in ASP (Aziende Servizi alla Persona, aziende di diritto pubblico, dotate di personalità giuridica, di autonomia statutaria, gestionale, patrimoniale, contabile e finanziaria, senza fini di lucro). La Regione Emilia-Romagna, costituendo le ASP e approvandone gli statuti, ha predisposto anche gli strumenti per la valorizzazione dei loro patrimoni immobiliari. A Bologna, le diverse IPAB sono state raggruppate in tre ASP: Giovanni XXIII, Poveri Vergognosi e Irides, con un patrimonio complessivo delle tre Aziende di 139 milioni di euro, con una rendita annuale di circa 9,6 milioni, comprendente palazzi storici, appartamenti, aziende agricole, negozi.

Per quanto riguarda gli scopi: l’ASP Giovanni XXIII continua ad occuparsi di anziani e strutture residenziali protette, l’ASP Irides si occupa di adolescenti ed handicap, l’ASP Poveri Vergognosi, oltre a continuare ad occuparsi di assistenza delle persone anziane e di produzione di servizi residenziali e semiresidenziali per gli anziani, dovrà occuparsi anche di persone adulte in difficoltà, attraverso la gestione dei servizi che prima facevano capo al Settore Disagio Adulti del Comune di Bologna: dormitori pubblici, asili notturni, mense, centri diurni, centri di accoglienza per immigrati, alberghi popolari, servizi per tossicodipendenti, senza fissa dimora e migranti, servizi residenziali, semiresidenziali e territoriali, servizi di assistenza economica e di transizione. Insomma, buona parte delle competenze che erano a capo dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Bologna, con la riforma del welfare municipale del 2008 (quella del trasferimento delle deleghe ai quartieri), sono passate all’ASP Poveri Vergognosi.

Con la sottoscrizione del Contratto di Servizio nel marzo 2009, il Comune di Bologna assegna all’ASP l’obiettivo “di rafforzare la cultura della coesione sociale e di analizzare, contrastare e ridurre i fattori determinanti l’esclusione sociale, attraverso politiche e strategie attive capaci di promuovere i diritti di cittadinanza sociale. L’Azienda contribuisce all’obiettivo in modo attivo attraverso la gestione di servizi di accoglienza (alloggi) a bassa soglia, primo e secondo livello per persone adulte; gruppi appartamento per persone adulte; servizi diurni e residenziali per persone adulte; Pronto intervento sociale (PRIS); sportello protezioni internazionali; centri di accoglienza per cittadini stranieri immigrati; interventi all’interno della casa circondariale; albergo popolare; residenze per lavoratori fuori sede”.

Chi c’è’ attualmente a capo dell’ASP Poveri Vergognosi?

In questi giorni, sul sito di Palazzo d’Accursio, è stata aperta una sezione per gli aspiranti candidati alle nomine dei rappresentanti del Comune di Bologna presso le Società partecipate, gli Enti, le Aziende, le Istituzioni e le Fondazioni, sulla base degli indirizzi che il Consiglio comunale ha deliberato il 20 giugno 2011 (PG 138332/2011). In questa prima tornata non ci sono cariche riguardanti le ASP, noi comunque ci vogliamo portare avanti col lavoro e intendiamo parlare di quello che hanno promesso e non fatto (o fatto male) i vertici della Poveri Vergognosi. Vogliamo verificare la loro propensione, la loro sensibilità e la loro competenza a dirigere un’entità complessa che ha il compito di “trattare” soprattutto il “disagio umano”.

Il Consiglio di Amministrazione dell’ASP di via Marsala è stato composto in questi anni da consiglieri provenienti, in massima parte, dalle seconde fila della politica bolognese, mezze calzette che hanno avuto l’unico scopo di racimolare i gettoni di presenza per le sedute del Consiglio. Degli yes men che, prima di essere nominati, forse hanno partecipato a un seminario sulle tecniche dell’accucciarsi o su come raggiungere l’autostima, attraverso la chiave di volta del “sì” incondizionato a ogni cosa proposta dal Presidente dell’ASP. I due nocchieri di questa “livida palude” di dantesca memoria, anche se hanno traghettato il passaggio della Poveri Vergognosi da IPAB ad ASP, più che dei Caronti dei giorni nostri, hanno le sembianze del “gatto e la volpe”. Qualcuno, un po’ perfidamente, li chiama “Gianni & Pinotto”: per la loro capacità di giocare di sponda e di essere campioni al “gioco della finta scaramuccia”, la loro è una vera e propria comicità da “compromesso storico”. Si tratta del direttore generale Alessandro Montaperto e del presidente Paolo Ceccardi.

Del giovane Montaperto (classe 1971) qualcuno dice che sia di CL (ma i ciellini negano), qualcun altro dice che sia dell’UDC, lui si definisce “uno degli ultimi democristiani”, anche se, quando la “balena bianca” cominciò a boccheggiare, lui era ancora giovanissimo. Diploma di ragioneria e Laurea in Economia e Commercio, conseguita presso l’Università degli Studi di Bologna, le sue esperienze professionali sono avvenute principalmente nell’ambito delle cosiddette “cooperative bianche”: Responsabile relazioni sindacali e industriali della Cooperativa l’Operosa, Consulente aziendale di società del settore immobiliare, Revisore/Ispettore di cooperative, dirigente provinciale di Confcooperative.

Di se stesso dice che, se lo lasciassero fare, avrebbe i numeri per dare “quella svolta di modernità di cui tanto necessita il welfare municipale”. E sì perché lui lo sa che “c’è stato uno spostamento dell’asse da una società industriale a una società dei consumi”, anche senza avere mai sentito Zygmunt Bauman.

Anche Paolo Ceccardi non si ispira alla “società liquido-moderna” di Bauman, ma, dall’alto della sua pluriennale esperienza, recita, nel gioco di coppia, il ruolo del presidente ex comunista, un po’ severo ma in fondo comprensivo (se non orgoglioso) dell’esuberanza manageriale del suo “figliol/direttore”. La sua biografia dice che è nato a Bologna nel 1948, che è diplomato all’Istituto Tecnico-professionale e ha fatto un master di organizzazione aziendale alla Renault-Italia, ma dice anche che ha ricoperto diverse cariche societarie: dirigente dell’Immobiliare Porta Castello, amministratore unico della Capuana srl, vicepresidente della Coop Edile Bastia e amministratore unico della Società Esercizi Pubblici – GEP srl.

La cosa curiosa è che la sede legale delle prime tre società era “via Rivani 35 Bologna”, dove ha sede la Federazione provinciale del PD e dove prima stava la PASS con i suoi magazzini per gli allestimenti e le strutture delle Feste dell’Unità; mentre la GEP srl è una società che stata incorporata dalla Immobiliare Porta Castello.

De resto, l’Immobiliare Porta Castello ha sempre gestito gli immobili di proprietà dei DS (e prima del PDS, e prima ancora del PCI) e ha come oggetto sociale “‘acquisto, la vendita , la permuta e la gestione di beni immobili, nonchè la costruzione e /o ristrutturazione di fabbricati civili ed industriali, sia urbani che rustici, ed inoltre la gestione di pubblici esercizi e quindi, fra gli altri, di bar, ristoranti, sale da ballo, cinema, pizzerie e paninoteche; la gestione di negozi di generi alimentari, frutta e verdura, carni, casalinghi e giocattoli; nonchè la locazione o sublocazione a terzi di pubblici esercizi, di negozi, sia di proprietà della società, sia da essa assunti in locazione. Rientrano altresì nell’oggetto sociale le seguenti attività, che la società potrà svolgere nel rispetto e con le limitazioni delle disposizioni di legge in materia e precisamente: a) la progettazione , organizzazione e gestione di manifestazioni politiche, culturali, popolari, sportive e similari, nonché di spettacoli di ogni genere; b) la progettazione , produzione, noleggio e vendita di allestimenti per manifestazioni e fiere; c) l’attiità di marketing, la realizzazione ed ideazione di progetti promozionali; d) la raccolta , produzione e distribuzione di pubblicità, operando anche quale concessionaria per conto terzi”.

Tracce della Coop. Edile Bastia, si trovano nelle dichiarazioni dei partiti depositate alla Camera, sulle donazioni ricevute nel 2006: la Cooperativa edile Bastia era donatrice di 100 mila euro all’allora partito della Quercia bolognese, lo stesso importo aveva donato anche nel 2004.

Quindi, non c’è nessuno azzardo ad affermare che Paolo Ceccardi ha svolto la maggior parte della sua carriera professionale nelle aziende di proprietà del Pci/Pds/DS/PD ed è sempre stato uno degli “economi” di fiducia del partitone bolognese.

Però il super-impegnato Ceccardi, non ha fatto solo il manager, dal 1985 al 1999, è stato sindaco di Baricella e, per svolgere al meglio l’incarico, ha frequentato pure un corso di perfezionamento per amministratori pubblici in collaborazione con l’Università SDA Bocconi di Milano.

Nel 1999, il nostro Paolone non ha avuto il tempo di alzarsi dalla poltrona di sindaco, che già era pronto per lui uno scranno al Centro Agricoltura e Ambiente “Giorgio Nicoli” srl, un’azienda di cui sono soci i comuni di Anzola Emilia, San Giorgio di Piano, Argelato, Baricella, Bazzano, Bentivoglio, Calderara di Reno, Castenaso, Crespellano, Crevalcore, Galliera, Pianoro, Sala Bolognese, San Giovanni in Persiceto, San LAzzaro di Savena, San Pietro in Casale, Sant’Agata Bolognese, Zola Pedrosa. Il suo obiettivo era “di favorire la collaborazione tra gli enti locali attraverso la definizione di progetti comuni in materia ambientale in una logica di area vasta”. I suoi principali settori d’intervento erano “il controllo di zanzare, mosche e altri artropodi e invertebrati”.

Ceccardi sarà a capo del Centro Agricoltura e Ambiente dal 1999 al 2006, ma, dal 2005, è già a sua disposizione la prestigiosa poltrona intarsiata dell’ex Opera Pia Poveri Vergognosi, che rimarrà attaccata ai suoi glutei anche quando, a seguito della legge regionale, ci sarà la trasformazione in ASP.

L’impegnativa carica non gli impedirà di mantenere anche un gettoncino di presenza (da 150 euro a seduta nel Consiglio di Amministrazione, in questa circostanza da consigliere semplice) nel Centro Agricoltura e Ambiente. Ad affermarlo sono i siti del Comune di Crevalcore (Misure di trasparenza – Incarichi di amministratore confereiti dalle Società partecipate del Comune – secondo semestre 2009) e del Comune di Argelato (aggiornato al 30 aprile 2011, alla voce “Incarichi e relativi compensi amministratori società partecipate”).

Guardando il corposo curriculum verrebbe da porsi una domanda (forse un po’ ingenua): “Ma cosa c’entra Ceccardi con un’Azienda Servizi alla Persona come la Poveri Vergognosi che, ormai, ha i compiti di un vero e proprio Assessorato alle Politiche Sociali?”.

La risposta la si può leggere in un libro, pubblicato a cura del Settore Residenze Anziani della coop. CADIAI, dal titolo “Comunità, politiche sociali e servizi di cura: relazioni che crescono”. Nel prestigioso volume, Ceccardi viene descritto come “il sindaco di Baricella che ha garantito la continuità sfruttando l’innovazione”. Imperdibili sono le sue parole sul welfare recuperate da una straordinaria intervista.

“Oggi lei è Presidente della ASP Poveri Vergognosi. L’esperienza di welfare locale che lei ha vissuto ha influito sul suo ruolo attuale?”

– È stata fondamentale! Se io non avessi avuto questa esperienza da3sindaco e con CADIAI, con questa struttura, non dico che non avrei fatto il presidente della “Poveri Vergognosi”, ma mi sarei trovato molto più in difficoltà sotto questo punto di vista. Conoscere questa realtà e aver vissuto tutti gli anni della riforma sanitaria come amministratore, ovviamente mi ha dato una grande mano.

“Cosa farebbe lei se tornasse ad essere sindaco, per affrontare il welfare in questo periodo di crisi?”

– “Adesso c’è una difficoltà molto molto più forte rispetto al passato, e determinata dalle carenze economiche. Credo che occorra anche un “dimagrimento” dei servizi, ma deve essere fatto in maniera razionale. Le faccio un esempio: adesso a Bologna si sta parlando di “tagliare”, perché non ci sono soldi, ma noi abbiamo portato un’immagine molto importante in risposta. Facciamo finta che io sia un quintale, se mi dicono che devo calare di peso non mi taglio una gamba, un braccio e così via, devo dimagrire! Perciò, forse dobbiamo diminuire il numero dei servizi, ma non tagliarli totalmente. Probabilmente occorre andare a ripensare tutti i servizi, vedendo quali sono le esigenze della nuova realtà, e poi da lì ripartire”.

Queste perle di saggezza ceccardiana ci hanno fatto finalmente capire perché l’hanno messo a fare il presidente della Poveri Vergognosi… dove lo potevano trovare un altro così?

Il campo dei miracoli del Santa Marta

Vi ricordate il libro di Collodi, quando il Gatto e la Volpe cercavano di convincere Pinocchio ad andare nel campo dei Miracoli, dove, secondo loro, sarebbe cresciuto un albero colmo di zecchini d’oro?

Bene, il Santa Marta è un po’ il “campo dei Miracoli” del duo Montaperto/Ceccardi. La sua ristrutturazione, più volte annunciata e promessa, ha subito rinvii su rinvii, alle risibili giustificazioni dei vertici della Poveri Vergognosi ormai non crede più nessuno. Fa comunque molta tristezza, vedere le ragnatele ben insediate sul portone dello storico edificio, in Strada Maggiore 74. Sono il segnale che lì, da tempo, non si fa nulla. Del resto, tracce di cantiere, con cartelli di inizio e consegna lavori, non se ne vedono.

Ve la vogliamo raccontare tutta la storia del Santa Marta, a testimonianza che il termine molto bolognese di “cioccapiatti” (colui che dice e non fa, portandosi dietro un’ineluttabile scia di disastrose conseguenze) si adatta perfettamente ai “Gianni & Pinotto” che siedono a Palazzo Rossi Poggi Marsili, in via Marsala 7.

E’ nel 1989 che, nella sede dell’ex conservatorio di Santa Marta, in Strada Maggiore 74, inizia l’attività di erogazione dei servizi socio-assistenziali rivolti agli anziani dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi. In quegli spazi vengono, infatti, aperti la Casa protetta Santa Marta e il centro diurno “Riccardo Ballotta”. Dopo appena 17 anni di attività, la struttura viene chiusa nel mese di marzo del 2006, per la ristrutturazione dei locali che devono essere adeguati alle nuove norme di sicurezza.

Il 24 giugno 2006, sul quotidiano l’Unità, viene fatta l’ipotesi della realizzazione di una albergo popolare al posto della struttura residenziale per anziani. Il 5 dicembre 2006, in Consiglio Provinciale, c’è un dibattito sulla chiusura della casa protetta di Strada Maggiore 74.

Il 17 settembre 2007, davanti alla Commissione Sanità e Politiche Sociali del Comune di Bologna, il presidente dell’ASP, Paolo Ceccardi, dichiara che entro l’anno verrà presentato un bando per la ristrutturazione di Santa Marta, che verranno investiti 5 milioni di euro, che si realizzeranno 24 appartamenti (“un ambiente domestico con assistenza di base; 39 posti per anziani”) e si ricaveranno anche 25 posti in un centro diurno, di cui 8 saranno destinati alla riabilitazione delle patologie motorie dei pazienti. “Sarà un caso unico in città, fino ad ora non esistono strutture pubbliche e bisogna rivolgersi al privato a all’assistenza fornita dall’Asl a domicilio”, sono sempre parole del “comandante in capo” della Poveri Vergognosi.

L’obiettivo è di completare la ristrutturazione per la metà del 2009.

Il 9 giugno 2008, il settore Patrimonio dell’ASP aggiudica il Bando di gara per “Adeguamento Normativo della Struttura per la terza età, comprendente un Centro Diurno e appartamenti per Anziani Autosufficienti, nell’edificio sito in Bologna, Strada Maggiore N. 74, denominato Santa Marta – Importo complessivo stimato delle opere (compresi oneri sicurezza): € 4.955.075,04 Iva esclusa”. La provvisoria aggiudicazione pronunciata in sede di gara, e dichiarata aggiudicazione definitiva è a favore della costituenda ATI SPINOSA COSTRUZIONI GENERALI S.R.L. (capogruppo mandataria) – PUNTO IMPIANTI S.R.L. (mandante). Il termine di esecuzione dei lavori è fissato in “giorni 365 (trecentosessantacinque) naturali e consecutivi decorrenti dalla data di consegna dei lavori”.

Nel mese di agosto del 2008, su “la SPINTA”, giornale dello SPI, il sindacato pensionati della CGIL, Monica Minelli, dirigente dirigente del Settore Anziani dell’ASP dichiara: “Entro il 2009 riapriremo il S. Marta, con 25 nuovi appartamenti protetti e un centro diurno con 25 posti. In progetto, inoltre, c’è la realizzazione di altri 50 posti in casa protetta o Rsa, come chiede il Comune per rispondere a quella che ormai è un’urgenza”.

Il 7 settembre 2008, viene annunciato che è pronto il piano di ristrutturazione e messa norma della Casa di Riposo.

Passano altri 10 mesi e la vicenda viene presentata da Ceccardi, il 22 luglio 2009, in questo modo: “è in corso la ristrutturazione di casa Santa Marta in Strada Maggiore, sarà pronta nel 2010. In cantiere c’è pure la realizzazione di una nuova struttura protetta nell’ex centro Galileo, in via Caduti Casteldebole”.

Il 10 marzo 2010, la vicenda si fa sempre più kafkiana e sulla stampa arriva la denuncia che i lavori di ritrutturazione sono fermi.

Il 15 marzo 2010, in un’intervista al Resto del Carlino, a chi gli chiede le ragioni per le quali i cantieri sono fermi dall’ottobre 2007, il presidente dell’ASP risponde: “I Poveri Vergognosi sono un’azienda di proprietà del Comune. Per statuto dobbiamo fare quello che stabilisce l’assemblea dei soci. Un organo che, a differenza delle altre ASP, è sempre stato presieduto dal sindaco, prima Sergio Cofferati e poi Flavio Delbono. L’immobile è vincolato. Prima abbiamo dovuto attendere l’autorizzazione della Soprintendenza, poi il parere dell’ASL, e, infine, quello di Palazzo d’Accursio. Il bando di gara è stato pubblicato il 5 marzo 2008. Purtroppo, la ditta Spinosa di Isernia che si è giudicata la gara, nell’agosto dello stesso anno, ci ha creato molti problemi. Ora siamo in tribunale. Il contenzioso dovrebbe rivolgersi a maggio. Appena rientriamo in possesso della struttura facciamo subito un nuovo bando di gara”.

Seguendo il filo del ragionamento di Ceccardi, a proposito del Comune di Bologna proprietario, è bene ricordare che negli obiettivi del Piano di Zona per il triennio 2005/2007 c’è scritto: “Ristrutturazione da parte dell’IPAB Opera Pia Poveri Vergognosi della struttura Santa Marta per la realizzazione di un centro polifunzionale. Ridefinito il Progetto di utilizzo della struttura Santa Marta e avvio della ristrutturazione nel 2007, che porterà ad ospitare un Centro Diurno a valenza riabilitativa per anziani con una capienza di 16/18 posti ed appartamenti protetti per un numero di ospiti di circa 25 unità”.

Il 22 marzo 2010 l’Asp rimette la decisione del caso Santa Marta nelle mani del Commissario Prefettizio Anna Maria Cancellieri.

Nella Relazione Previsionale e Programmatica 2010/2012 del Comune di Bologna, dal titolo “Gli obiettivi e gli interventi delle Società Partecipate e degli altri Enti Strumentali”, al capitolo ASP Poveri Vergognosi si legge: “Ulteriori obiettivi che l’ASP punta a realizzare nei prossimi anni riguardano la ristrutturazione del complesso Santa Marta, in Strada Maggiore, che erogherà servizi a circa 80 anziani attraverso appartamenti protetti e un centro diurno; la creazione di sedi logistiche e unità abitative nuove a favore del disagio adulto e delle nuove povertà; l’avvio dei lavori di una nuova casa protetta a favore di anziani non autosufficienti gravi”.

Nel Bilancio Sociale 2010 dell’ASP si legge: “E’ in fase di ristrutturazione l’immobile di Strada Maggiore 74, denominato Santa Marta, dove saranno realizzati 25 appartamenti protetti ed un centro diurno”.

Nello stesso documento, alla voce “Impegni e progetti per il futuro” legge ancora: “Relativamente a tale tipologia di servizio il Settore anziani è impegnato a consolidare e migliorare la qualità dei servizi erogati e potenziare l’offerta con la realizzazione di 24 nuovi appartamenti presso il complesso ex Casa Protetta Santa Marta”.

Le ragnatele sul portone di Strada Maggiore 74 sono il commento più efficace a questa vicenda inverosimile.

Quegli alloggi di Via De’ Castagnoli

In via de’ Castagnoli 10, la Poveri Vergognosi aveva destinato un immobile di sua proprietà a una residenza che prevedeva una comunità di anziani dotata di appartamenti autonomi e di spazi comuni destinati alla socializzazione e all’intrattenimento (due pianerottoli con il televisore, tavoli e divani).

Il 5 giugno 2003, la dirigente del settore anziani Monica Minelli, in un’intervista a Bandiera Gialla, parlava di via de’ Castagnoli come di una sperimentazione di tipo assistenziale e abitativo. Con un servizio di ambulatorio al piano terra, a cui gli anziani potevano accedere in caso di necessità.

Il 14 marzo 2005, il consigliere comunale Serafino D’Onofrio presentava a Palazzo d’Accursio una domanda di attualità in cui si denunciava “il preoccupante e graduale piano di espulsione degli anziani dalla comunità istituita, in pompa magna, qualche anno prima dall’Opera Pia dei Poveri Vergognosi nello stabile, come primo modello sociale di appartamenti protetti”. Il consigliere dell’Altra Sinistra domandava perché era stata modificata la destinazione originaria, prediligendo la locazione commerciale di alcune unità immobiliari.

Ancora il 14 marzo, ma di due anni dopo, nel 2007, la consigliera comunale de “La Tua Bologna”, Maria Cristina Marri, in un’interpellanza, chiedeva al sindaco di fare chiarezza su un appartemento di via de’ Castagnoli, di proprietà della Poveri Vergognosi che era stato affittato alla signora Eugenia De Paolis, ex candidata nei DS alle elezioni regionali del 2000. La De Paolis aveva regolarmente partecipato, e vinto, l’asta per l’assegnazione dell’alloggio, ma non l’aveva mai abitato, come avevano confermato i vicini, che l’avevano pure segnalato all’ex Opera Pia. L’appartamento, dopo essere passato tra le mani di una sua parente, era abitato da alcuni ragazzi. La signora De Paolis risultava residente da un’altra parte e in via De’ Castagnoli non aveva mai passato una notte.

Alla stessa asta del 2005, per l’assegnazione due alloggi di via de’ Castagnoli (quello della De Paolis più un altro), aveva partecipato anche un altro politico che vi aveva abitato per quasi un anno e poi si era trasferito. La posizione dei vertici della Poveri Vergognosi, all’epoca, non fu molto chiara. Anche in quell’occasione un progetto, presentato come campione di innovazione, veniva abbandonato cammin facendo. Oggi quegli alloggi a chi sono affittati?

Un’officina sociale quasi sempre chiusa

Quando il 19 novembre 2008, fu inaugurata, in via del Millario 26, la nuova sede del Settore Inclusione Sociale e Nuove Povertà dell’ASP Poveri Vergognosi, un mitico trio di tagliatori di nastri (Sergio Cofferati, Flavio Delbono e monsignor Ernesto Vecchi, tre uomini che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della nostra città) attraversò anche l’altro lato della piccola strada che si trova nelle vicinanze del fiume Reno.

Di fronte alla sede, era stato ristrutturato un ex capannone industriale che sarebbe stato destinato ad Officina Sociale.

Se qualcuno si prendesse la briga di contare i giorni in cui quella struttura è stata utilizzata sarebbero necessari non più di 15 secondi. Quell’ex capannone è stato quasi sempre vuoto.

Noi vogliamo prendere ancora le parole del direttore Montaperto e del presidente Ceccardi che annunciarono che lo spazio ristrutturato sarebbe stato utilizzato per organizzare corsi per persone svantaggiate e per ospitare temporaneamente, in caso di emergenze particolari (in inverno o di fronte a un aumento di flussi migratori) delle persone che altrimenti dormivano per strada.

I soldi per acquistare il capannone e per ristrutturarlo sono stati spesi, qualche corso si è tenuto, di persone non ne sono state mai ospitate e l’immobile è stato quasi sempre vuoto.

Che qualcuno abbia pagato dazio per questo spreco?… Non ci risulta.

La chiusura del Drop In

Un’altra vicenda paradossale è quella del Drop In per tossicodipendenti di via Paolo Fabbri, chiuso il 26 luglio 2010. Il blocco dell’attività fu comunicato con un semplice cartoncino appeso al cancello di entrata: “Dal giorno 26 luglio 2010 il Drop In è chiuso… fino a data da destinarsi”.

Nessuno mai ha spiegato le ragioni di questa scelta demenziale.

Il Drop In era un servizio istituito dal Comune di Bologna alla fine del 2006 che si poneva come luogo intermedio tra i servizi socio-assistenziali e sanitari da una parte e la strada dall’altra: era un luogo di accoglienza a bassa soglia di accesso (senza necessità di appuntamento, senza richiesta di documenti). Si rivolgeva a persone che si trovano in condizione di grave disagio sociale e con gravi esperienze di fallimenti terapeutici alle spalle (quindi non presi in carico dai Ser.T. Cittadini). Con il contratto di servizio del 2009, tra Comune e ASP, alla Poveri Vergognosi venne trasferita la responsabilità degli interventi sulle tossicodipendenze, prima in carico a Palazzo d’Accursio.

Dopo la denuncia da parte di ZIC, l’ASP Poveri Vergognosi si affrettò a dichiarare che il nostro allarmismo era esagerato e strumentale, assicurando che la chiusura del Drop In era solo temporanea e che il servizio avrebbe riaperto il 1° ottobre 2010. Era in corso una riorganizzazione dei locali. Il Comune e l’Azienda pubblica di Servizi alla Persona avrebbero ripristinato il servizio, trasferendolo dai locali originari negli ex uffici del Servizio sociale per adulti di via Sabatucci, nella sede del Dormitorio Beltrame.

Ma il 29 Settembre 2010, con una laconica comunicazione, l’ASP Poveri Vergognosi riferiva alle cooperative sociali che lo gestivano che il servizio del Drop In era sospeso e la riapertura, prevista il primo ottobre in un’altra sede, non ci sarebbe più stata.

Ancora una volta la dirigenza dell’ASP si rimangiava quello che aveva detto poco prima, ormai era una caratteristica distintiva.

Le tanto sbandierate “prossimità” e “capacità di coordinare i servizi sociali” che escono dalle bocche dei direttori e dei coordinatori nelle conferenze, nei convegni e nelle cabine di regia, nella pratica diventano carta straccia. Poi fa veramente inviperire leggere che, nel “Rapporto sociale sulle giovani genarazioni”, presentato dal Comune di Bologna nel mese di Aprile di quest’anno, il servizio Drop In viene ancora dato per attivo, quando da mesi è stato sbarrato.

Annullato il bando per la gestione dei dormitori

Anche a livello amministrativo, nell’ambito in cui dovrebbero eccedere, i dirigenti della Poveri Vergognosi hanno avuto delle grane.

Infatti, quando a gennaio di quest’anno, l’ASP mette a bando, per 3 milioni e 300 mila euro, la gestione delle residenze sociali Irnerio e Rivani, del centro diurno Beltrame, dei ripari notturni Zaccarelli, Madre Teresa di Calcutta e di via del Gomito, oltre a quattro gruppi appartamento, si verifica una situazione che non era mai accaduta.

Dal 2002 è la prima volta che le strutture di accoglienza vengono riassegnate con l’ASP che si trova a gestire il bando. La Poveri Vergognosi decide di assegnare tutte le strutture che, in precedenza, erano gestite da soggetti diversi, a un unico fornitore, “per raggiungere un risparmio economico ma anche gestionale“.

A partire da questa scelta, parte una vera e propria guerra di ricorsi, ne esce un groviglio burocratico, fatto di bandi annullati e di ricorsi al Tar. Alla gara partecipano due cordate di cooperative: una composta dai consorzi Indaco e Arcolaio, l’altra da Nuova Sanità, Fondazione Fomal e Consorzio Cedas. Sono i primi ad aggiudicarsi il bando, ma la cordata guidata da Nuova Sanità fa ricorso al Tar.

A fine aprile, l’Asp corre ai ripari e annulla il bando. Nel dettaglio, l’annullamento riguarda solo metà del bando, che era diviso in quattro parti.

Il ricorso si concentrava sulla prima parte, quella per la gestione delle strutture di accoglienza, ma è stato annullato anche il secondo, quello che riguardava la gestione del servizio di unità di strada per i tossicodipendenti e il servizio mobile di sostegno per i senza dimora. A questo punto, la situazione si complica ancora di più: la cordata guidata da Nuova Sanità fa ricorso al Tar contro l’annullamento del bando.

Così, il 31 maggio scorso, l’ASP Poveri Vergognosi pubblica un nuovo bando e rimette a gara le strutture di accoglienza. In questo caso il valore è di circa 2 milioni e 400 mila euro.

Nel frattempo, in questi mesi, la gestione delle strutture è stata prorogata, fino al primo ottobre. Questo particolare ha, di fatto, annullato tutto il risparmio economico che l’ASP voleva ottenere con le nuove modalità di bando. E, in più, c’è anche l’aspetto che la nuova gara potrebbe rivelarsi inutile. Tutto dipenderà dal Tar, che dovrebbe decidere, a breve, sull’annullamento del primo bando.

Insomma, un bel pasticcio che si va a sommare ai tanti altri che i vertici della Poveri Vergognosi hanno prodotto in questi anni.

Ce ne sarebbe abbastanza per mandarli a casa al più presto.

Al tempo stesso, sarebbe necessario aprire in città, tra i lavoratori del sociale, gli utenti, le associazioni di volontariato, le reti per la difesa del welfare, un dibattito sul ruolo delle ASP e su un bilancio della loro attività. Il cambiamento reale della città passa anche da questo snodo.

E, soprattutto, dovremmo impedire ai nostri “boiardi di provincia”, a quei “traghettatori” che cascano sempre in piedi, di far passare la massima del Caronte dantesco: “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente…”.



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