“Da oggi siamo ancora di più uniti contro la crisi”


L’intervento di Gian Marco (Tpo), per Uniti contro la crisi, dal palco della manifestazione per lo sciopero generale della Fiom. Riceviamo e pubblichiamo il testo.

27 gennaio 2011 - 16:47

Un saluto, complice e ribelle, a tutti gli operai in sciopero. Ma anche ai precari, ai non occupati, ai disoccupati, agli studenti, ai lavoratori della formazione, ai lavoratori in formazione. Ai migranti sulle gru e ai migranti detenuti solo perchè sono venuti in Europa attraverso le coste italiane per sognare una vita migliore, in fuga da guerre, da crisi climatiche generate proprio qui in Europa da un folle paradigma produttivo.

Siamo decine di migliaia di lavoratori e cittadini in questa piazza.

E che domani saremo a Torino, Padova, Roma, Massa, Ancona, Pomigliano, Termini Imerese, Cassino ed in molte altre piazze.

Noi siamo l’uscita dalla crisi.

Noi siamo il comune che viene, la via d’uscita ad un presente fatto di precarietà, disoccupazione, inquinamento ed assenza di democrazia, primo trai beni comuni.

La crisi è stata prodotta dai Marchionne, uso il cognome al plurale perchè sono tanti i Marchionne. Sono ad esempio buona parte del parlamento italiano, pochi esclusi.

La crisi viene usata dai Marchionne. E’ usata per ristrutturare le imprese e per cambiare lo statuto materiale del lavoro, contro il diritto esistente, contro anche la costituzione italiana.

I Marchionne vogliono un lavoro qualunque: senza valore, senza diritti e senza contrattazione sociale.

I Marchionne vogliono cittadini qualunque, formati come docili ed obbedienti nuovi servi dall’Università di Mariastella Gelmini e che, come nelle promesse di Sacconi, devono essere umili precari abituati a lavori senza qualità.

I Marchionne lucrano sullo sfruttamento e sulla povertà indotta nei dipendenti. Chi specula sulla crisi, chi si è arricchito sulla crescita del valore azionario, che avviene quando si annunciano licenziamenti e si riconosce una perdita di fatturato, è semplicemente la causa della crisi.

Non può esserne la soluzione.

Così come è simbolo e causa della crisi della democrazia chi compra, con uguale denaro, deputati, ministri e donne, anche minorenni.

Il 14 dicembre in Piazza del Popolo a Roma abbiamo sfiduciato tanto il bunga bunga quanto Marchionne. Abbiamo detto che l’uscita dalla crisi deve avvenire a sinistra, voltando la rotta verso i diritti e la democrazia.

Siamo decine di migliaia oggi, centinaia di migliaia già domani. Possiamo riconoscerci come simili in un comune cammino perchè tutti noi abbiamo votato no a Pomigliano e a Mirafiori, tutti noi vogliamo chiudere i lager dove vengono deportati i lavoratori migranti quando perdono il posto di lavoro e non viene loro rinnovato il permesso di soggiorno, tutti noi pensiamo che sia possibile un mondo diverso, migliore, fatto di diritti e dignità, con una democrazia nuova, certamente diversa, assolutamente migliore.

Un mondo che abbia uno stato sociale che accolga tutti e che sia estensivo dei diritti esistenti.

Reddito e salario, lavoro degno e non precarietà imposta, cittadinanza aperta e non leghismo da straccioni.

Vogliamo Europa e non frontiere.

Siamo noi, tutti insieme, che dobbiamo trasformare il modo di produzione per cercarne altri ecologici e socialmente equi. E soprattutto cominciare a costruirli.

A Parigi prima, poi a Londra, quindi a Roma, oggi in Tunisia, ad Alessandria, al Cairo: ovunque i nuovi europei reclamano un’altra europa politica che non sia sotto lo scacco dell’austerità della Banca centrale europea.

Siamo nuovi. Siamo ciò che siamo stati, ma anche e soprattutto ciò che saremo.

Oggi è solo il primo giorno. Non ci dobbiamo fermare. Dobbiamo essere uniticontrolacrisi.

Dobbiamo conoscerci: fare assemblee, unire le assemblee.

C’è molto in comune tra un attivista del centro sociale TPO ed un lavoratore delle carrozzerie di Mirafiori, tra un migrante sulla gru a Brescia e chi raccoglie le firme per difendere l’acqua pubblica, tra uno studente in lotta ed un ricercatore senza assegno di ricerca, tra le donne che si indignano per una politica sessuofoba e maschilista e chi difende il proprio territorio come bene comune.

Insomma dobbiamo unire laddove la crisi separa ed isola. E tutti uniti dobbiamo reclamare lo sciopero generale.

Vogliamo uno sciopero sociale che nasca come ribellione reale a questa crisi, ed allo schifo che è diventato il governo di questo paese. Uno sciopero di donne ed uomini indignati.

Vogliamo, e chiudo, uno sciopero generale che divenga generalizzato e che sia nuovo nelle forme e nella partecipazione. Uno sciopero che si ponga l’obbiettivo di bloccare il paese, i padroni, le loro merci, il loro comando.

Noi da oggi siamo ancora più uniticontrolacrisi. Un abbraccio fortissimo a tutti e tutte voi. Grazie per aver svuotato le fabbriche e riempito questa piazza. Facciamo che non sia che l’inizio.

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on Tumblr


Articoli correlati