Culture / Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta


Recensione del libro di Marco Capoccetti Boccia

21 marzo 2011 - 12:39

Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta
di Marco Capoccetti Boccia
Castelvecchio, Roma 2011

Sull’omicidio di Valerio Verbano, a 31 anni dall’assassinio, non
esiste una verità giudiziaria. E non esiste perché la magistratura non
ha mai condotto le indagini fino in fondo, non ha utilizzato tutti i
documenti e le testimonianze e le confessioni, non ha fatto altro, in
poche parole, che coprire qualcuno o molti perché da questo omicidio
si dipartono molte altre storie di sangue. Valerio Verbano, militante
comunista dell’area autonoma romana, viene assassinato dai fascisti il
22 febbraio 1980, pochi giorni prima del suo diciannovesimo
compleanno. La dinamica dell’omicidio è definita “assurda”, poiché
anomala rispetto alle pratiche di provocazioni, punizioni e vendette
che i gruppi dell’estrema sinistra e dell’estrema destra portavano
avanti affiancandole alla politica vera e propria. Proprio per
dimostrare l’anomalia e l’assurdità di questo omicidio di chiara
matrice fascista, Capoccetti Boccia ricostruisce in maniera esemplare
l’ambiente romano dell’autonomia (con le sue varie anime) e quello dei
gruppi neofascisti, cercando di sottolineare un aspetto che la
storiografia più popolare oggi e sicuramente più “politicamente
corretta” cerca di far passare come interpretazione di quegli anni,
ovvero che i due opposti estremismi fossero entrambi terroristici,
entrambi cioè portatori di valori tesi soltanto all’eversione dello
Stato democratico. Una tesi del genere tende a mettere questi opposti
estremismi sullo stesso piano e la stessa politica di quegli anni,
così come anche la magistratura, si distingueranno in questi tentativi
per poi giustificare amnistie, mancanze nelle indagini o non luoghi a
procedere di vario genere. Il rischio di una simile interpretazione è
di perdere la memoria di quegli anni, di esimersi dal cogliere nei
loro aspetti oserei dire precisi e puntuali, non solo le storie di
singoli personaggi, ma anche gli aspetti e le pratiche della politica
di quegli anni, tutto questo in base ad una necessaria pacificazione
per evitare il trascinarsi di contrasti, vendette o peggio. Quello che
il libro di Boccia riesce a fare incredibilmente bene è invece
mostrare la diversità di intenti e di finalità che distinguono gli
autonomi dai neofascisti ricostruendo la nascita dei movimenti e
quella dei gruppi neri senza dimenticare gli episodi più gravi, in
qualche modo anche gli errori grossolani di gruppi di sinistra che si
sono macchiati di delitti se non assurdi almeno inutili, come per
esempio quello di Stefano Cecchetti che non era nemmeno fascista e che venne ucciso per sbaglio poiché il bar che frequentava era frequentato da fascisti.
Ad assurdo si mischierà assurdo quando tra le tante
rivendicazioni dell’omicidio Verbano ce ne sarà una che indicherà tra
i moventi una vendetta per l’omicidio del “camerata” Cecchetti. Boccia
ricostruisce con dovizia di particolari che già a ridosso
dell’omicidio Cecchetti persino Verbano si era mosso per evitare che
gli autonomi si rendessero conto di non aver ucciso un fascista.
L’altro aspetto magistrale di questo libro dal punto di vista
storiografico è ricostruire la nascita dei gruppi neofascisti nella
loro cornice naturale e nel loro momento storico preciso, ovvero
subito dopo la proclamazione della repubblica e l’altrettanto
immediata nascita dell’MSI. Attentati, pestaggi e intimidazioni dei
fascisti o neofascisti che dir si voglia sono una normalità nella Roma
degli anni cinquanta e sessanta. I gruppi, soprattutto di autonomi che
si rifanno alla sede di via dei Volsci, sono cioè una risposta ai
tentativi dei neofascisti, sia istituzionali, sia eversivi, di
ripristinare il vecchio regime, di tornare cioè ad un fascismo vecchio
stampo, sono cioè una risposta (in alcuni casi violenta, in altri casi
essenzialmente politica) al tentativo di intimidire e impedire
politica attiva e sindacale di chi si sentiva di sinistra. È
naturalmente dopo Piazza Fontana che il PCI e gli altri partiti di
sinistra, ma ancora di più gli autonomi, mettono in pratica azioni di
difesa e di presidio del territorio per difendersi dagli attentati, i
ferimenti, le uccisioni, le provocazioni e le intimidazione dei gruppi
neri, i quali sembrano essere costituiti non solo da giovani che
possiedono un ideale totalmente opposto a quello della sinistra e
delle sue diverse anime, ma guidati o ispirati (anzi clamorosamente
difesi, protetti, finanziati e coadiuvati) da gruppi di persone senza
una precisa etichetta che vorrebbero il sovvertimento dello stato in
senso autoritario e l’eliminazione fisica degli avversari. Magistrati,
ufficiali dell’esercito, esponenti politici e (dietro la facciata
istituzionale) deputati del MSI, sono tutti coinvolti in questa
sottorranea lotta per abbattere la democrazia in Italia. Queste
ricostruzioni sono state fatte già negli anni ’70 (come per esempio
con il libro “La strage di Stato”) all’indomani della strage di Piazza
Fontana, ma il caso di Verbano, alla luce dei non luoghi a procedere,
delle incredibili lungaggini, dell’archiviazione del 1987 e della
riapertura del fascicolo proprio in questi giorni, danno proprio
l’idea che quello che le aule di giustizia non sono riuscite a fare,
la storia e la memoria possano e devono fare.

Tre uomini si fanno passare per amici di Valerio Verbano al citofono
della sua abitazione. La madre, Carla Verbano, li fa salire. Quando
arrivano su i tre hanno dei passamontagna, la aggrediscono, la
imbavagliano insieme al marito e dicendo che devono chiedere al figlio
dei “nomi” si mettono ad aspettarlo poiché in quel momento è ancora a
scuola. Uno dei tre perquisirà anche la stanza di Valerio. Quando
questi rientra in casa ha il tempo di sorprenderli, poiché aprirà la
porta di casa con le proprie chiavi. Quello che successe lo sappiamo
dal racconto dei genitori, che purtroppo non videro, ma udirono
soltanto. Nemmeno la polizia scientifica chiarirà esattamente la
dinamica dei fatti. Purtroppo gli stessi saranno fatali a Valerio
Verbano. Sicuramente Verbano avrà aggredito il primo assassino, poiché
sarà ritrovato un passamontagna sporco di sangue che non apparteneva a
nessuno della famiglia. Incredibilmente su questo reperto non sarà
svolto nessun accertamento e successivamente all’archiviazione sarà
distrutto. Ad un certo punto verranno esplosi due colpi di pistola
calibro 7,65. Il secondo rimarrà incastrato nel silenziatore
artigianale della pistola, il primo si conficca in una parete. I
rumori che i coniugi Verbano sentono sono di una colluttazione
violentissima, ma sentiranno un colpo di pistola, questo senza
silenziatore, che colpisce Verbano alla schiena, poiché evidentemente
alla vista delle armi Valerio cerca di fuggire. I tre assassini
scappano immediatamente. I genitori accorrono. Una vicina entra, li
libera, ma la madre fa capire che prima deve occuparsi del giovane
figlio. L’autoambulanza arriva in un quarto d’ora e nel viaggio verso
il policlinico Verbano morirà.

L’anomalia, l’assurdità di questo delitto non stanno solo nella
dinamica. Persone aspettano o cercano la vittima (evidentemente
designata) direttamente nella sua casa, in un’operazione che
evidentemente non è improvvisata, non è una spedizione punitiva, una
semplice vendetta, un’intimidazione o un omicidio commesso “sparando
nel mucchio”. L’altra anomalia verrà subito ricordata dalla stampa: il
movente potrebbe essere il cosiddetto Dossier Verbano.

Valerio Verbano era stato arrestato più di anno prima e aveva scontato
sette mesi per vari reati come costruzione di materiale esplodente e
il possesso illegale di armi da fuoco (arma che verrà provato non
abbia mai sparato e che passava di mano in mano tra i compagni per
semplice difesa. I fatti hanno dimostrato quanto Verbano ne avesse
bisogno). Dopo l’arresto la sua stanza fu perquisita e furono
sequestrati molti fogli e un diario redatti da Verbano che
costituivano una sua opera di controinformazione, ovvero un proprio e
vero dossier in cui erano presenti nomi, cognomi, fotografie (Verbano
era un ottimo fotografo) e altre informazioni di natura mai chiarita
(e vedremo perché) di neofascisti membri dei vari gruppi romani. Un
dossier che non è una novità né un’anomalia o una sorpresa in sé,
poiché tutti i gruppi autonomi e il PCI stesso, nonché i servizi
segreti e i gruppi neofascisti facevano dossier di questo genere per
“schedare” il nemico. Lo scandalo di questo omicidio è la scomparsa
clamorosa del Dossier Verbano da tutti gli archivi in cui doveva
essere custodito, anche se alcuni dubbi rimangono su una copia
eseguita dalla Digos all’indomani dell’arresto (per tutti i
particolari e i retroscena la storia di questo dossier sembra davvero
un romanzo giallo, purtroppo è la realtà, e vi rimando al libro). Si
parla anche di una sua distruzione del 1987 nonostante ai familiari,
che avevano fatta esplicita richiesta di restituzione dopo l’omicidio,
era stato risposto che il dossier Verbano era elemento importante
dell’indagine e su cui rimaneva il segreto istruttorio. Quello che è
certo è che anche il magistrato Amato verrà ucciso qualche mese dopo
Verbano. Non ci sono prove che avesse preso visione “ufficiale” del
dossier, ma è certo che stava indagando sull’eversione di destra, sui
gruppi neofascisti, su persone che erano state probabilmente schedate
da Verbano.

La ricostruzione di quello che è avvenuto fino ad oggi sul versante
delle indagini per la cattura degli assassini di Verbano è molto
precisa, ma quello che viene raccontato nella sua nudità è a dir poco
raccapricciante. Il dossier o non viene preso in considerazione oppure
è importante per le indagini, ma né gli avvocati né altri potranno mai
prenderne visione, i pentiti neri dicono che questo o quello è
l’assassino di Verbano, ma si aspettano anni per un interrogatorio. Le
analisi sui molti oggetti lasciati dagli assassini durante la fuga non
vengono compiute e per di più i reperti vengono distrutti. Inoltre,
come abbiamo già detto, nonostante il ruolo attivo di Verbano e il
fatto che ci fosse un elemento così importante e probante come il suo
dossier, non esulerà la procura di Roma dall’indagare anche
all’interno del movimento stesso, con l’idea che il movente
dell’omicidio fosse una qualche ritorsione “da sinistra”. Naturalmente
non c’erano elementi e nulla fu trovato, nemmeno di lontanamente
vicino ad un indizio perché tutto faceva pensare ad un’azione dei
neri.

Per concludere, anche se i particolari che il libro racconta sono così
interessanti e diversi che dovrei elencarli tutti per poter
trasmettere l’idea di ingiustizia che trapela da questa storia, il
libro su Valerio Verbano ci dice che l’Italia non ha fatto i conti con
la sua storia. Non solo con quella di 30 anni fa, ma persino con la
storia del fascismo e i motivi che hanno portato al regime. Il
fascismo è un momento storico di cui ci siamo liberati, ma solo sulla
carta, evidentemente, se è vero che a tutt’oggi nessuno sembra voler
sapere chi ha ucciso e guadagnato dalla morte di Verbano, ma anche di
tanti altri che sono incappati sulla strada dell’eversione nera.

In poche parole la storia la stiamo facendo adesso e coloro che non
vogliono dimenticare, loro malgrado e in ogni caso, rendono giustizia
non solo a Verbano, ma anche alla storia partigiana, alle lotte
operaie e sindacali che ancora oggi infiammano questo paese e in cui
ancor oggi e ben più di ieri altre sottili (e nemmeno tanto) e
sotterranee forze lavorano con le cosiddette istituzioni per tenere a
bada chi crede in un altro tipo di giustizia, in un altro tipo di
società e in un altro tipo di convivenza. Verbano era uno di quelli
che si riteneva un comunista. E non si accontentava degli espropri
proletari e delle autoriduzioni, ma aveva iniziato a lottare contro il
lavoro nero che era una piaga per i giovani di allora come di quelli
di oggi. Verbano è stato ucciso non solo per le sue idee, ma
sicuramente per le sue indagini, per chissà cosa aveva scoperto dei
legami tra l’eversione neofascista, i gruppi criminali e le
istituzioni. Alla luce di risultanze testimoniali, di processi che
vedranno una conclusione soltanto dopo decine di anni, su eventi
delittuosi commessi prima e dopo l’omicidio di Valerio Verbano e che
hanno visto la partecipazione sicura di gruppi dell’eversione nera
(basti pensare al delitto Pasolini o alla strage di Bologna) risulta
quanto mai plausibile che quel dossier dovesse essere molto
pericoloso, ma non solo per quello che c’era scritto, ma in quanto il
suo autore era libero di ricostruirlo, di ampliarlo, di capire cose
che dal momento del suo arresto aveva sicuramente maturato nel suo
animo, per questo era pericoloso. La ricostruzione degli ultimi giorni
di vita testimoniano come un presagio di quello che sappiamo avverrà.

Un’altra lezione del libro è che soltanto recuperando la complessità e
la verità di quei fatti storici, di quei movimenti, dei lati bui e
delle tante luci, si potrà evitare di mettere sullo stesso piano i
morti e i combattenti ancora prima che la storia o una sentenza ci
dicano come sono andate le cose. Questo non sarebbe giusto nei
confronti di nessuno dei morti delle due parti, ma una cosa è certa:
voler sapere da che parte si stava significa capire per cosa si
lottava e in cosa si credeva. Se si era per la giustizia sociale, per
il diritto al lavoro e al reddito, per un’università di tutti oppure
per il ristabilimento di un regime autoritario e reazionario basato
sulla violenza e la sopraffazione. C’è chi ha scelto e chi ha pagato
per le sue scelte, almeno che si racconti chi era e per cosa lottava.

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