Chiuso il Drop In di via Paolo Fabbri


Nel silenzio più assoluto, ha cessato l’attività il servizio comunale rivolto ai tossicodipendenti che si trovano in condizione di grave disagio sociale.

03 settembre 2010 - 11:05

drSul cancello verde sono attaccati due cartoncini quasi dello stesso colore dell’inferriata, uno in italiano e uno in arabo. Il messaggio è lapidario: “Dal giorno 26 luglio 2010 il Drop In è chiuso… fino a data da destinarsi”. L’unica altra informazione che si può leggere è l’indirizzo a cui rivolgersi per i programmi di somministrazione del metadone, poi niente più. Siamo di fronte al numero 127/2 di via Paolo Fabbri (l’immobile non ha un numero civico definito), qui, per circa quattro anni c’è stata la sede di un servizio per tossicodipendenti, quelli “tosti” che nessuno vuole a mano.

La scelta della chiusura a tempo indeterminato di questa attività non solo non ha creato dibattito, meno che mai scandalo; in città non se n’è parlato per nulla… forse perché si tratta di un servizio rivolto a individui considerati dai più come “non persone” e, quindi, senza il diritto di avere una qualche attenzione.

I tempi e le ragioni di questa interruzione (chiusura) di servizio non si conoscono, l’amministrazione comunale (oggi comissariata) si è guardata bene dal comunicarlo. Se si fa un giro tra gli “addetti ai lavori” non c’è nessuno disposto a parlare. Qualcuno però si lascia scappare una “sbisciata”: la causa dipenderebbe dal contratto di servizio tra Comune e ASP Poveri Vergognosi, a cui è stata trasferità la responsabilità degli interventi sulle tossicodipendenze, prima in carico a Palazzo d’Accursio. Il protocollo prevederebbe maggiori interventi nell’ambito del sociale, a fronte di un taglio consistente delle risorse. Del resto, questa “diatriba” tra il Comune e un’azienda di cui è azionista al 96% (l’altro 4% è della Provincia), è già stata usata come causale delle sopressione o della diminuzione di altri interventi, guarda caso, sempre rivolti alle fasce più deboli della popolazione.

Il Drop In era un servizio istituito dal Comune di Bologna alla fine del 2006 che si poneva come luogo intermedio tra i servizi socio-assistenziali e sanitari da una parte e la strada dall’altra: era un luogo di accoglienza a bassa soglia di accesso (senza necessità di appuntamento, senza richiesta di documenti). Si rivolgeva a persone che si trovano in condizione di grave disagio sociale e con gravi esperienze di fallimenti terapeutici alle spalle (quindi non presi in carico dai Ser.T. cittadini).
Gli obiettivi principali del Servizio erano l’accoglienza, l’ascolto e l’accompagnamento delle persone che vivevano il disagio verso un percorso di cura. Tra i compiti del Drop In c’erano anche quelli di aiutare all’accesso al programma cittadino di somministrazione del metadone,  di mettere in contatto gli utenti con la rete dei servizi socio-sanitari del territorio (per i non residenti quelli di provenienza) e di prevenire gravi deterioramenti fisici, psichici, sociali e morali dei tossicodipendenti che si rivolgevano al Servizio.

Al Drop In venivano distribuiti kit alimentari (acqua, tè, caffè, succhi di frutta, merendine, biscotti),  venivano scambiate siringhe, veniva distribuito materiale sterile di profilassi (acqua distillata, tamponcini disinfettanti).
Gli utenti potevano fare la doccia tre giorni la settimana; il sabato venivano proiettati film; era in funzione un internet point.
Un gruppo di operatori aiutava gli utenti nell’analisi del bisogno e svolgeva un’attività di orientamento e di invio ai laboratori cittadini a bassa soglia di accesso; gli stessi operatori svolgevano anche attività di segretariato sociale.

Per la tipologia dei locali che venivano utilizzati (a dire il vero, certo non tra i più idonei) il numero massimo di utenti che potevano accedere contemporaneamente al Servizio era fissato a 20 unità. Al raggiungimento della capienza prevista veniva esposto sul cancello di accesso un cartello con il quale si invitavano gli utenti a tornare in un momento successivo della giornata o in un altro giorno.

Paradossalmente, fu l’alto numero degli utenti che si rivolgeva al Drop In a “causarne” una prima chiusura nel 2008. Gli assessori della giunta Cofferati sostennero che il Servizio era stato predisposto per una quarantina di persone mentre ce ne andavano più di 120 al giorno.
Era uno strano modo di ragionare: il Servizio aveva avuto drammaticamente “troppo successo” e, quindi, non andava rafforzato o sdoppiato, ma chiuso.
Ci furono proteste degli operatori, delle associazioni di volontariato, di “Bologna città libera” (allora qualche politico che si occupasse dei problemi delle persone più deboli c’era ancora, razza oggi completamente scomparsa)… Dopo alcuni mesi il Drop In riaprì.

Per aiutare a togliere la struttura dall’isolamento, il centro sociale Vag61 mise a disposizione per due volte gli spazi di via Paolo Fabbri 110 per feste e iniziative di intrattenimento per gli utenti del Drop In. Tra i ragazzi del centro sociale, gli operatori del vicino dormitorio pubblico di via Sabatucci e gli operatori del Drop In iniziò un lavoro di confronto e scambio di esperienze. In un documento in cui veniva presentata l’iniziativa “Porte Aperte”, si parlava di “un modo di interagire tra realtà impegnate quotidianamente su un terreno sociale che a Bologna si fa ogni giorno più accidentato, con storie di vita individuali che spesso hanno molto da raccontare e poche occasioni per farlo, con realtà che sono parte integrante di un quartiere che non sfugge alla contraddizioni di una città in trasformazione (involutiva) e di una crisi che da finanziaria è diventata economica e da economica si fa sempre più sociale”.

Con la chiusura del Drop In quel “ponte di passaggio per diversi frammenti di fragilità metropolitane” è stato raso al suolo… e si era ancora era in fase di costruzione.
Questo avviene in un momento in cui Bologna ha perso completamente i “riferimenti” della propria storia e della propria cultura, per tanti anni intrise di accoglienza e di solidarietà. Oggi sotto le Due Torri vanno per la maggiore i pregiudizi verso la parte più debole della popolazione, i cui bisogni la “città ufficiale” negli anni di Guazzaloca e Cofferati, nei mesi di Delbono e dell’attuale commissario prefettizio, ha completamente rimosso.

La chiusura del Drop In di via Paolo Fabbri spingerà i tossicodipendenti a nascondersi nei parchi pubblici e nelle zone dismesse mettendo a repentaglio la vivibilità e la salute pubblica di tutti i residenti.
In diversi paesi d’Europa sono attive da anni le “stanze del consumo sicuro” dove i consumatori possono incontrare personale medico preparato per evitare overdose e infezioni pericolose e magari iniziare percorsi di uscita dalla dipendenza. Ovunque nel mondo siano state aperte queste strutture sono diminuiti enormemente i reati di microcriminalità legati all’uso delle sostanze psicotrope, sono praticamente sparite le siringhe abbandonate nei giardini o negli spazi pubblici e si sono abbassati sensibilmente i livelli di infezione da HIV ed epatite tra i consumatori.
Questi dati scientifici sono a disposizione da anni dei sindaci, dei politici e degli amministratori delle ASL, ma si può essere certi che per l’imminente campagna elettorale, le forze politiche e i candidati sindaci preferiranno investire politicamente sulla richiesta di un aumento delle forze dell’ordine e del controllo “repressivo” del territorio. Dicono che queste “scorciatoie” facciano prendere più voti… anche se di problemi non ne risolvono nessuno.

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