Cevenini, il socialismo dal finestrino della Mercedes


La storia di Maurizio Cevenini, pronto per la poltrona di sindaco di Bologna, in un articolo tratto dall’archivio storico di Zero in condotta. Oggi non si smentisce: no a moschea e matrimoni gay, sì alle privatizzazioni.

07 settembre 2010 - 18:44

Oggi Maurizio Cevenini, ormai candidato-sindaco di Bologna per il Pd, si muove con una Smart dai colori rossoblù. Fino a pochi anni fa privilegiava un altro mezzo di trasporto. La vera storia del “più amato dei bolognesi” in un articolo recuperato dall’archivio storico di Zero in condotta, del 1999, che riproponiamo qui sotto.

Intanto, proprio questa mattina, Cevenini ha confermato che quell’articolo di oltre dieci anni fa c’aveva visto lungo. Nella prime dichiarazioni da candidato in pectore, infatti, l’attuale consigliere regionale ha infilato questa tripletta: no ad una grande moschea a Bologna, no alla celebrazione simbolica di matrimoni gay, sì alla vendita delle azioni delle aziende partecipate dal Comune, più sostegno alla scuola e alla sanità privata.

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> L’articolo  che potete leggere di seguito è stato recuperato dall’archivio storico di Zero in condotta; è del 1999 e racconta le gesta, fin dalla tenera età, del “compagno” Cevenini, all’epoca famoso nell’apparire sempre alle spalle (a volte anche di fianco) a personaggi importanti. Di strada ne ha fatta il Cev, ma conoscere bene le sue origini permetterà a chi vuole fare la “scelta giusta” di farla consapevolmente.

La storia comincia nel 1997 fa quando, in redazione a Zero in condotta, arrivò un “compagno disperato” che si dichiarava reduce del ‘77. In effetti, del reduce, per di più disperato, aveva tutte le sembianze: barba incolta con molti peli bianchi, cappello arruffato con forte rischio di stempiatura, panzotta alcolica strappa bottoni, e un paio di pantaloni a campana, retaggio non pentito dei mitici anni settanta. Ci travolse in dieci minuti con tutto il suo carico di sfighe, rimpianti, occasioni perdute, tragedie sentimentali, l’abbandono per la seconda volta del paesello natio, il ritorno per la seconda volta a Bologna (dove aveva trascorso gli anni più belli e coinvolgenti della sua vita). Il fiume di parole mirava a un obiettivo preciso: era venuto da noi perché gli trovassimo un lavoro, anche qualsiasi… era senza un becco di quattrino.

Di fronte alla nostra risposta non proprio piena di prospettive e, con il groppo dell’angoscia che lo stava quasi per affogare, si fece uscire, flebili, le ultime, definitive parole: «E il compagno Cevenini?… che fine ha fatto il compagno Cevenini?».

Rimanemmo stupiti, attoniti, da quell’estremo gesto di sconforto: si parlava dello stesso Cevenini? Il mezze maniche ulivista, nemico giurato dei rifondaroli, piccolo boss della sanità privata bolognese, eletto in Consiglio Comunale nel ‘95? Che c’entrava il campione dei proibizionisti, l’adoratore di tutte le privatizzazioni con la “compagneria” (anche se di formato anni settanta)?
L’ultimo appello del reduce produsse in noi, comunque, molta curiosità, iniziammo a ricostruire con calma e dovizia di particolari la storia passata, politica e non, del signor Maurizio. Ci vollero quasi due anni a mettere insieme indiscrezioni, notizie “particolari” su facili carriere, forse anche pettegolezzi, tutti però di comprovata origine controllata. Le fonti, le gole profonde, facevano capo tutte al suo partito, il PDS  o DS che dir si voglia. Ne è uscita una storia gustosa che potrebbe essere utilizzata per un serial dal titolo “La Dallas emiliana”.

Correva l’anno 1974, il movimento degli studenti medi si batteva pro o contro i famosi decreti delegati: a favore c’erano i giovani comunisti della FGCI, contro gli estremisti di Lotta Continua e Potere Operaio. In quell’anno, durante la festa nazionale dell’Unità, sfilando sotto il palco, dove erano schierati insieme a Enrico Berlinguer molti degli attuali parlamentari dei DS, di Rifondazione e degli ultimi arrivati Comunisti Italiani, i figiciotti bolognesi scandivano lo slogan: «pace sociale vince il capitale, lotta di classe vincono le masse». Tra loro, Maurizio Cevenini, anche allora, come oggi, in seconda fila, ma con il suo volto furbo che sbucava tra le spalle di due robusti compagni.
L’ITIS (Istituto Tecnico Industriale Statale) di via Saragozza era una delle scuole più vivaci del movimento studentesco bolognese. Pochi mesi prima della Festa dell’Unità, in primavera, davanti alla scuola c’erano stati violenti scontri tra polizia e studenti, a seguito dei quali erano finiti in carcere i leader Minghini e Raffa (della FGCI), Benecchi e Ruggeri (di Lotta Continua) e il giovane Garotti, accusato, in ragione della sua altezza, di aver morso un dito al preside (l’autoritario Genco).

In quel clima, le “seconde file” della FGCI, tra cui Cevenini, partivano dalle scuole più politicizzate e andavano a “portare il verbo” negli istituti politicamente più difficili. Maurizio, loden blu e pantaloni di gabardine, si distingueva comunque dagli “eskimi”, dai giubboni in pelle nera da tranviere e dalle “sciarpe rosse”. In occasione di un volantinaggio fascista davanti al Liceo Minghetti, il “presidio democratico” dei giovani comunisti venne attaccato da una squadraccia appostata e Cevenini, che anche allora non brillava per prestanza fisica (lungo sì, ma troppo asciutto) fu centrato in pieno all’occhio sinistro da una potente castagna che lo fece rimbalzare contro la vetrina di un bar, sfondandola.
Nulla di gravissimo, per fortuna, ma il bendaggio all’occhio per circa un mese creò un clima pesante e dalla mitica sezione del Pci Fergnani di via Santo Stefano partì la rappresaglia alla sede MSI di Vicolo Pusterla.
Qualche maligno, ai giorni nostri, imputa il persistente strabismo politico verso destra del Cevenini a quel bendaggio prolungato del bulbo oculare sinistro.

Arriviamo così al 1976, al ritorno dal militare (fatto sul confine jugoslavo), il padre gli trovò lavoro come centralinista alla Casa di Cura Villalba. E’ qui iniziò la sua “arrampicata”. I rudimenti di politica e di lotta sociale appresi all’ITIS, gli furono utili per diventare, dopo pochi mesi dall’assunzione, rappresentante sindacale dei lavoratori della clinica. Il contatto quasi quotidiano con le controparti, gli permise di apprezzare i lati positivi dell’impresa e di dare spazio a tutti quegli ambiti della sua personalità che erano stati compressi dalla militanza politica giovanile. Infatti, dopo tre anni dal suo arrivo a Villalba, diventò capo del personale: eravamo al salto della prima staccionata ma la corsa continuava (e gli ostacoli non erano un problema).
L’assenza, per “forza maggiore”, di un alto dirigente della Clinica, lo fece catapultare, dopo un altro breve periodo, nel Consiglio di Amministrazione, ed essendo l’unico consigliere a tempo pieno, di lì a poco, diventò amministratore delegato (carica che tutt’ora ricopre).
Nel frattempo, a livello politico, diventò capogruppo Pci al Quartiere Colli e membro della direzione comunista di Bologna.

CEVENINI + D'AlemaMa il “barrage” nel mondo della sanità privata lo vide primeggiare. Nel 1990 diventò Presidente dell’Associazione delle Case di cura private di Bologna (aderente alla Confindustria) e, successivamente, venne nominato vice-presidente regionale della stessa associazione. Nel frattempo, valicò l’ingresso del Consiglio Nazionale dell’AIOP, diventandone segretario.
Di pari passo, la sua carriera politica non ebbe intoppi: dal 1990 al ‘95 fu, prima, assessore al Bilancio del Comune di San Lazzaro, poi capogruppo PCI-PDS dello stesso Comune.
C’era un dubbio nella sua vita politica, ma fu prontamente chiarito. Infatti, nel passaggio dal PCI al PDS, lui fece parte della componente ingraiana, ma le sue motivazioni erano molto particolari: «Da 15 anni lavoro nel settore privato e ho sempre sostenuto che i comunisti italiani sono diversi, perché dobbiamo mettere la maschera, a noi non è caduto il muro addosso?… E quando li avevo ormai quasi tutti convinti, Occhetto mi va a cambiare il nome…».

CEVENINI + ProdiAl sorgere dell’Ulivo, il nostro (che intanto era entrato anche negli organismi direttivi della Confindustria locale), pur veltroniano, al partito vide meglio D’Alema, prefigurando per Veltroni una poltrona importante a Palazzo Chigi.
Gli anni Novanta per il “Cev” (come lo chiamano ancora gli amici di quartiere) furono importanti: cominciò infatti a caratterizzarsi per le sue posizioni “autonome”. A chi gli rivolgeva critiche sul piano della coerenza, a chi lo biasimava per l’ambiguità dei troppi incarichi che svolgeva (anche in aperta contraddizione tra loro), rispondeva: «E’ solo vivendo da dentro le contraddizioni del sistema che lo si può capire e migliorare».
Nel 1995 fu candidato nella Lista Due Torri – PDS al Comune di Bologna e, pur provenendo da San Lazzaro, ottenne un risultato “non annunciato” (tra i primi sei) e venne nominato vice-capogruppo a Palazzo d’Accursio. Intanto, si mantenne ben saldo su tutte le sedie che il partito gli lasciò disponibili: responsabile PDS del Quartiere Santo Stefano, riferimento per la Pesca Gigante della Festa dell’Unità (sotto la sua gestione ci fu la memorabile estrazione di 12 biglietti falsi per vincere l’auto che era in premio).
Primo per le presenze in Consiglio Comunale, terrore dei consiglieri e degli assessori fumatori (le campagne anti-fumo sono uno dei suoi cavalli di battaglia), proibizionista convinto, non sopporta eccessi e passioni.

CEVENINI soloDi Cevenini fu anche l’idea di rendere innocua una destra, spesso scalpitante a Palazzo d’Accursio, attraverso una palla rotonda. Grande appassionato di calcio, fece uscire dal cilindro la squadra del Consiglio Comunale. Nudi insieme nello spogliatoio, pensò, difficilmente si potrà venire alle mani o insultarsi a Palazzo d’Accursio. Nel giro di qualche settimana dalla prima partita, la destra scomparve, in Comune si parlò solo di calcio. Ovviamente Cevenini diventò il capitano della squadra e prese il via una sorta di campionato delle squadre dei consigli comunali.
Pensate, Cevenini riuscì ad inserire, nella convenzione per la gestione dello Stadio Dall’Ara tra il Comune di Bologna e Gazzoni, un articolo che prevedeva: «i consiglieri comunali giocheranno allo stadio per 30 anni, prima delle partite di serie A».

La sua ciliegina sulla torta? La campagna elettorale dell’Ulivo del 1996: Prodi venne candidato nel Collegio di Cevenini, il numero 12. Prodi aveva poco tempo, doveva girare l’Italia, aveva quindi bisogno di una campagna mirata, a chi non affidarla se non alla macchina organizzativa del Pds bolognese? Cevenini, responsabile dei diessini del Quartiere S. Stefano, prese per mano Romano e via… per i centri anziani, le sezioni e mercatini. Un vero trionfo… Maurizio diventò l’ombra “snella” di Romano, il suo Richelieu.
Quell’anno, alla Festa Nazionale dell’Unità, Cevenini girava per gli stands come fosse D’Alema. Sfidando le ire degli “ortodossi”, aggiunse la tessera del Movimento dell’Ulivo, ma guai a definirlo un ulivista dei DS. E quando il governo Prodi cadde, fu sua l’idea di andare in stazione ad accogliere il buon Romano, scappato in fretta e furia da Roma.

CEVENINI ecumenicoPoco prima delle elezioni amministrative del ‘99, se qualcuno gli chiedeva chi era il miglior candidato alla sostituzione di Walter Vitali, lui rispose: «Io».
Quando spuntò la storia delle “primarie” per dare autorevolezza alla candidatura di Silvia Bartolini, fu lui l’unico candidato Ds che si contrapponeva alla “ragazza dai capelli ramati”. Arrivò secondo, ma tutti i voti che gli erano arrivati erano farina del suo sacco.
Sconfitti clamorosamente al ballottaggio, gli esponenti del centro-sinistra non si presentarono in sala stampa a commentare il clamoroso risultato elettorale, il solo ad avere coraggio fu l’impassibile Cev.
Il suo cruccio principale dopo il 27 giugno: lui uomo di governo dalla nascita, come avrebbe fatto a trascorrere cinque anni all’opposizione (anche se forzata)?

Per fortuna ha avuto accesso a una carica istituzionale (vicepresidenza del Consiglio Comunale) e quindi dovrà svolgere il ruolo di garante al di sopra delle parti.
Ha un cospicuo modello 740, gira in Mercedes metallizzata e in giacca-cravatta anche quando il termometro supera i 40 gradi. Il sogno della sua vita? La risposta è sua: «Fare il consigliere del Bologna Football Club senza tirare fuori una lira».

(di Valerio Monteventi)

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A più di 10 anni di distanza da quell’articolo il “sogno della vita” del Cev ha avuto un’evoluzione, prima sindaco dello stadio, poi sindaco della città… staremo a vedere quale faccina sbucherà ora dietro le sue spalle.

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