Cella 211


La recensione del film spagnolo in uscita in Italia il 16 aprile. Condizione carceraria e repressione delle istituzioni condensati in un noir carico di tensione.

07 aprile 2010 - 16:30

celda 211

Il film di genere sembra essere scomparso ormai da anni in Italia. La Spagna sembra essere l’unico paese europeo (oltre alla Francia) che creda ancora in questo filone cinematografico, come mostra la filmografia iberica degli ultimi anni.  Gli spagnoli sono forse gli unici a ricordare come questo tipo di film (dalla commedia al dramma, ma soprattutto nella variante più “nera”), siano in grado (anche involontariamente) di catturare le paure, le ansie, le tensioni e i temi che più agitano le coscienze degli spettatori, e quindi anche quelle di un’intera società. E’ il caso di Cella 211 di Daniel Monzòn (vincitore di otto premi Goya, “gli Oscar spagnoli”, fra cui miglior film), in uscita in Italia il prossimo 16 aprile.

Il giovane Juan (Alberto Ammann), ottiene un posto come guardia penitenziaria nel carcere di Zamora, anche se non sia esattamente il lavoro dei suoi sogni, garantirà un futuro stabile al figlio che sua moglie (Marta Etura) aspetta da lui.  Il giorno prima del suo inizio ufficiale, decide di visitare il carcere per rendersi conto di dove lavorerà per il resto della sua vita. Durante la visita, un pezzo d’intonaco del tetto della prigione fatiscente crolla, colpendo alla testa Juan. Svenuto, il giovane viene portato da due guardie all’interno della cella 211, vuota in quel momento, e corrono ad avvertire i medici del carcere. Caso vuole che nello stesso giorno, il pericoloso detenuto “Malamadre” (un bravissimo Luis Tosar), decida di provocare una rivolta per protestare contro le penose condizioni in cui si ritrovano a vivere i suoi compagni di detenzione. Juan si ritroverà nel mezzo della rivolta, e sarà costretto a fingersi un carcerato per avere salva la vita.

Aldilà di tutti i suoi pregi (il ritmo incalzante, la bravura degli attori), e difetti (la mancata costruzione di alcuni personaggi) e la sua invitabile connotazione da film di botteghino, Cella 211 (come un altro recente film di ambientazione carceraria, Il Profeta) può essere letto soprattutto attraverso il suo valore sociale. Aprendosi con un suicidio all’interno del carcere (la miccia che farà esplodere la rivolta), fin dall’inizio il regista ci mostra quali siano le sue intenzioni: non tanto focalizzare l’attenzione sulla spettacolarizzazione della protesta, ma sulle sue cause.  Disperazione, violenza subita dai detenuti da parte delle istituzioni, e perpetrata dai detenuti sui propri compagni, condizioni igieniche penose, carceri fatiscenti e sovraffollate, tutto questo darà inizio alla rivolta.  La risposta data dalle istituzioni è solo repressione e cinismo, visto che Juan verrà prima utilizzato e poi abbandonato dai negoziatori, e tre detenuti dell’ETA (spettro mai esorcizzato dalla società spagnola) saranno trattati come fossero merce di scambio.  Non c’è spazio né per la comprensione o per la pietà se non fra i detenuti (Malamadre è forse l’unico personaggio “positivo” di tutto il film) e Juan, nonostante entri nel carcere da innocente (ma in fondo tutti i detenuti non si dichiarano tali?), finirà per scontare la stessa pena e lo stesso destino dei suoi compagni di cella.

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