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	<title>Zic.it &#187; Guerre e conflitti</title>
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		<title>Per la Palestina, presidio contro gli scambi commerciali tra la Regione e Israele</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 17:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Comitato palestina di Bologna lancia un presidio per martedì 2 marzo, davanti alla Regione, per protestare contro gli scambi commerciali e politici che legano l'Emilia-Romagna con lo stato israeliano. Alle ore 16 in via Aldo Moro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PER LA PALESTINA BOICOTTA ISRAELE</p>
<p>Israele crea Apartheid agendo con metodi e mezzi, basati sulla logica sionista, finalizzati alla distruzione della Palestina, alla discriminazione dei palestinesi ed all&#8217;annichilimento del popolo palestinese anche mediante massacri. Fingere ipocritamente di mettere sullo stesso piano carnefici e vittime equivale unicamente a sostenere il più forte rendendosene complice.</p>
<p>La Regione Emilia Romagna in questi anni ha commerciato e avuto relazioni politiche con  lo stato occupante di Israele, addirittura aprendovi un proprio ufficio di rappresentanza. Si susseguono ormai da anni scambi legati allo sviluppo tecnologico,ambito in cui l’applicazione militare israeliana è tra le più efficienti e che prevede l&#8217;utilizzo dei palestinesi come cavie (vedi le armi “misteriose” basate su nano sistemi impiegate a Gaza durante l&#8217;operazione “Piombo Fuso”).Inoltre, l&#8217;Emilia Romagna e altre Regioni italiane supportano con ingenti contributi finanziari la fondazione Peres (The Peres Center for Peace) attraverso cui, tatticamente, Israele cerca di spacciarsi come stato di pace gestendo il progetto sanitario Saving Children – Medicine in the Service of Peace finalizzato a&#8230; curare i bambini palestinesi: il carnefice cura le sue vittime!!! Se questa è pace?</p>
<p>In particolare la sola Regione Emilia Romagna ormai dal 2005 contribuisce al progetto Saving Children con 400.000 euro all&#8217;anno spacciando questi contributi come cooperazione umanitaria e promozione all&#8217;incontro tra palestinesi e israeliani:</p>
<p>a) perché non finanziare direttamente le organizzazioni sanitarie palestinesi per curare i loro?</p>
<p>b) Perché, se si vuole promuovere il dialogo, l&#8217;accordo di programma non è firmato anche dai palestinesi?</p>
<p>Tra poche settimane si voterà il nuovo governo regionale, chiediamo a tutte le forze politiche che si dichiarano solidali con la Palestina, di adoperarsi affinché si annullino gli scambi commerciali tra la Regione Emilia Romagna e Israele, e che venga stralciato ogni rapporto politico a sostegno dell&#8217;occupazione, sottomissione e discriminazione del popolo palestinese.</p>
<p>Sostenere Israele vuol dire aiutare uno stato razzista che si è macchiato di innumerevoli stragi ai danni del popolo palestinese</p>
<p>BOICOTTARE DISINVESTIRE SANZIONARE ISRAELE</p>
<p>FERMIAMO GLI ACCORDI COMMERCIALI E POLITICI TRA ISRAELE E LA REGIONE EMILIA ROMAGNA</p>
<p>PRESIDIO MARTEDI 2 MARZO ORE 16.00</p>
<p>VIALE A.MORO SEDE REGIONE EMILIA ROMAGNA</p>
<p><em>Comitato Palestina Bologna</em></p>
<p>comitatopalestinabologna@gmail.com</p>
<p><a href="http://comitatopalestinabologna.blogspot.com/">http://comitatopalestinabologna.blogspot.com/</a></p>
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		<title>La Nuova Strategia di Israele: &#8220;sabotare&#8221; e &#8220;attaccare&#8221; il movimento per la Giustizia Globale.</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 15:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altre terre]]></category>
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		<description><![CDATA[Ripubblichiamo, tradotto in italiano, un articolo di Ali Abunimah, cofondatore della testata on-line ElectronicIntifada, sulle "nuove" strategie proposte al governo israeliano da parte dell'ennesimo think thank guerrafondaio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Nuova Strategia di Israele: &#8220;sabotare&#8221; e &#8220;attaccare&#8221; il movimento per la Giustizia Globale.</strong></p>
<p><em>Ali Abunimah, co-fondatore di Eletronic Intifada e autore del libro: One Country: A bold proposal to end the Israeli-Palestinian impasse</em></p>
<p><em>Trad. IT: Gattorosso<br />
</em></p>
<p><em>Fonte: <a title="Vai all'articolo originale in inglese" href="http://electronicintifada.net/v2/article11080.shtml" target="_blank">ElectronicIntifada</a></em></p>
<p>Una serie impressionante di articoli, report e presentazioni da parte del Reut Institute, un influente &#8220;think thank&#8221; israeliano, ha identificato nel movimento internazionale per la giustizia, l&#8217;eguaglianza e la pace una &#8220;minaccia esistenziale&#8221; per lo stato di Israele e richiesto direttamente al governo israeliano di stanziare &#8220;risorse sostanziali&#8221; per &#8220;attaccare&#8221; e, possibilmente, &#8220;sabotare&#8221; il movimento. Un movimento che, secondo il Reut Institute, ha diversi &#8220;hub&#8221; internazionali a Londra, Madrid, Toronto, nella Bay Area di San Francisco e altrove.</p>
<p>L&#8217;analisi del centro di ricerca si basa sulla constatazione che la tradizionale dottrina strategica di Israele &#8211; che vede come minacce all&#8217;esistenza dello stato principalmente se non esclusivamente in termini militari, a cui rispondere, di conseguenza, attraverso l&#8217;uso della forza &#8211; è ormai ampiamente superata. Piuttosto, Israele deve confrontarsi oggi ad una minaccia combinata tra una &#8220;Rete di Resistenza&#8221; e una &#8220;Rete di Delegittimazione&#8221;.</p>
<p>Nella &#8220;Rete di Resistenza&#8221; sono compresi gruppi politici e gruppi armati, come Hamas e Hezbollah, i quali &#8220;contano su mezzi militari per sabotare ogni passo diretto ad affermare la separazione tra Israele e i Palestinesi o a mettere in sicurezza la soluzione dei due Stati&#8221;.</p>
<p>Inoltre, la &#8220;Rete di Resistenza&#8221; si propone apertamente di causare l&#8217;&#8221;implosione&#8221; politica di Israele &#8211; come in Sud Africa, Germania Est o in Unione Sovietica &#8211; piuttosto che ricercare la vittoria militare tramite lo scontro sul campo di battaglia.</p>
<p>La &#8220;Rete di Deligittimazione&#8221; &#8211; che Gidi Grinstein, presidente del Reut Institute e consigliere ufficiale del governo israeliano, provocatoriamente chiama un &#8220;alleanza sconsacrata&#8221; (&#8221;unholy alliance&#8221;) con la Rete di Resistenza &#8211; è, invece, composta dagli attivisti dell&#8217;ampio, decentralizzato e informale Movimento per la Pace e la Giustizia, per i diritti umani e del BDS (Boicotta, Disinvesti e Sanziona), sparsi un po&#8217; per tutto il mondo. Le sue manifestazioni includono le proteste contro le visite ufficiali israeliane alle università, la Settimana dell&#8217;Apartheid Israeliano, attivismo religioso o sindacale, e il &#8220;lawfare&#8221;: l&#8217;uso della giurisdizione internazionale per perseguire legalmente i criminali di guerra israeliani. Il Reut Institute cita persino il mio discorso alla conferenza studentesca sulla campagna BDS, tenuto all&#8217;Hampshire College lo scorso Novembre, come un esempio di come funziona la strategia di &#8220;delegittimazione&#8221;.</p>
<p>L&#8217;&#8221;attacco&#8221; combinato di &#8220;resistenti&#8221; e &#8220;deligittimatori&#8221;, dice Reut, &#8220;possiede un significato strategico e può svilupparsi in una comprensibile minaccia esistenziale in pochi anni&#8221;. Più avanti mette in guardia sul fatto che &#8220;un segnale di questa minaccia potrebbe essere il collasso della soluzione dei &#8220;Due Stati&#8221; come quadro condiviso per la risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese, e l&#8217;unione intorno alla soluzione di &#8220;Un solo Stato per due popoli&#8221; come nuovo scenario alternativo&#8221;.</p>
<p>A un livello di base, le analisi del Reut Institute rappresentano un avanzamento rispetto al più primitivo e finora dominante livello del pensiero strategico israeliano; e riflette anche la comprensione, come ho detto nel mio discorso all&#8217;Hampshire, che &#8220;il Sionismo non può semplicemente bombardare, sequestrare, assassinare, espellere, demolire, impiantare e mentire così per ottenere legittimazione e accettazione&#8221;.</p>
<p>Ma, falsicando la realtà, l&#8217;analisi del Reut è assolutamente incapace di districarsi tra causa ed effetto. Sembra assumere come dato di fatto che la drammatica erosione del prestigio internazionale di Israele in seguito alla guerra in Libano del 2006 e al bombardamento di Gaza nel 2009 siano il risultato degli sforzi della &#8220;Rete di Delegittimazione&#8221;, alla quale imputa obiettivi totalmente nefasti, subdoli e malsani &#8212; in pratica la &#8220;distruzione di Israele&#8221;.</p>
<p>Il Reut indica la responsabilità di &#8220;delegittimatori&#8221; e &#8220;resistenti&#8221; nel rendere vana la soluzione dei Due Stati, ma ignora che il perseguimento senza rallentamenti e tuttora in atto nella costruzione di insediamenti da parte di Israele &#8211; supportato da ogni organo dello Stato &#8211; porta al fallimento calcolato e cosciente dell&#8217;accordo sulla West Bank.</p>
<p>Non considera nemmeno per un momento che le crescenti critiche alle azioni di Israele possano essere giustificate, o che i ranghi, in aumento,  delle persone disposte a impegnare il proprio tempo e i propri sforzi per opporsi all&#8217;azione israeliana possano essere motivati da uno sdegno genuino e dal desiderio di vedere giustizia, eguaglianza e fine degli spargimenti di sangue. In altre parole, Israele si sta deligittimando da solo.</p>
<p>Reut non raccomanda al gabinetto di governo israeliano &#8211; che ha recentemente tenuto una sessione speciale per ascoltare proprio la presentazione del rapporto Reut &#8211; che sarebe il caso di cambiare il comportamento dello Stato d&#8217;Israele nei confronti di Palestinesi e Libanesi. E si dimentica che anche l&#8217;apartheid in Sud Africa ha dovuto, al tempo, fare i conti con una &#8220;Rete di Delegittimazione&#8221; globale ma che ora questa è completamente sparita. Mentre il Sud Africa esiste ancora. Una volta che le cause che motivano il movimento spariscono &#8211; la sfilza di ingiustizie dell&#8217;apartheid formale &#8211; le persone ripiegano le loro bandiere e ripongono le loro campagne BDS in scatola e vanno a casa.</p>
<p>Invece, Reut invita il governo israeliano ad una contro-offensiva aggressiva e, potenzialmente, criminale. In una presentazione svoltasi di recente alla Herliya Conference sulla sicurezza nazionale d&#8217;Israele, Grinstein richiama le &#8220;forze d&#8217;intelligence israeliane a focalizzare i propri sforzi&#8221; sugli &#8220;nodi&#8221;, noti e meno noti, della &#8220;Rete di Delegittimazione&#8221; e di impegnarsi ad &#8220;attaccare i catalizzatori&#8221; di questa rete. Nel documento &#8220;The Delegitimization Challenge: Creating a political firewall&#8221;, Reut raccomanda: &#8220;Israele deve sabotare i catalizzatori di queste reti&#8221;.</p>
<p>L&#8217;uso del termine &#8220;sabotaggio&#8221; è particolarmente pungente e potrebbe attirare l&#8217;attenzione di governi, agenzie legali e rappresentanti di università, preoccupati per la sicurezza e la salute dei loro studenti o cittadini. La sola definizione di &#8220;sabotaggio&#8221; per la legge degli Stati Uniti è considerata un atto di guerra al pari del tradimento, quando utilizzata contro gli Stati Uniti stessi. In aggiunta, nell&#8217;uso comune del termine, l&#8217;American Heritage Dictionary definisce il sabotaggio come &#8220;Perfida azione per sconfiggere o ostacolare una causa o un tentativo; sovversione deliberata.&#8221;. E&#8217; difficile pensare ad un uso legittimo di questo termine in contesto politico o giudiziario.</p>
<p>Reut sembra chiamare le agenzie di spionaggio israeliane all&#8217;impegno in attività coperte per interferire con l&#8217;esercizio della libertà di parola, di associazione e dei diritti legali negli Stati Uniti, Canada e Paesi dell&#8217;Unione Europea, e, potenzialmente, per danneggiare individui e organizzazioni. Questi avvisi sugli intenti possibili di Israele &#8211; specialmente alla luce della sua lunga storia di attività criminali su suolo straniero &#8211; non devono essere presi alla leggera.</p>
<p>Il Reut Institute, con sede a Tel Aviv, raccoglie una parte significativa dei fondi esentasse negli Stati Uniti, attraverso un braccio non-profit chiamato &#8220;American Friends of the Reut Institute&#8221;(AFRI). In linea con la propria ragion d&#8217;essere, AFRI ha inviato circa 2 milioni di dollari al Reut Insitute nel 2006 e nel 2007.</p>
<p>In aggiunta alla campagna internazionale di sabotaggio sponsorizzata dalla Stato, Reut raccomanda anche una politica &#8220;soft&#8221;. Questa riguarda specificamente la propaganda di Stato per &#8220;rinverdire&#8221; (greenwash) l&#8217;immagine di Israele come un paradiso high tech per le tecnologie ambientali e la Cultura Alta &#8211; ciò che viene chiamato &#8220;Brand Israel&#8221;.</p>
<p>Altri elementi includono &#8220;il mantenimento di migliaia di relazioni personali con i membri influenti e le elite politiche, culturali, mediatiche e legate alla sicurezza&#8221; in giro per il mondo, e &#8220;sfruttando le comunità della diaspora ebraica e di Israele &#8220;, portandole ancora più strettamente a difesa della sua causa. Reut sottolinea anche che Israele dovrebbe usare &#8220;gli aiuti internazionali&#8221; per promuovere la sua immagine (la sua incursione nella macchina degli aiuti per il terremoto che ha devastato Haiti è stata un esempio di questa tattica).</p>
<p>Ciò che lega insieme tutte queste strategie è che sono votate a frustrare, ritardare e distogliere l&#8217;attenzione dalla questione fondamentale: cioè che Israele &#8211; nonostante le sue pretese di essere uno Stato liberale e democratico &#8211; è un etnocrazia ultranazionalista che si basa sulla repressione violenta dei più basilari diritti di milioni di palestinesi, che presto saranno la maggioranza demografica, per mantenere lo status quo. Non vi è alcun &#8220;cambio di gioco&#8221; nella nuova strategia di Reut.</p>
<p>Reut è evidentemente a conoscenza dell&#8217;ironia del tentativo di riformare il &#8220;Brand Israele&#8221; come qualcosa di tenero, mentre allo stesso tempo raccomanda pubblicamente che le famigerate spie di Israele &#8220;sabotino&#8221; i gruppi per la pace in terra straniera. Ma ci sono due lezioni alle quali dobbiamo prestare attenzione: l&#8217;analisi di Reut conferma l&#8217;efficacia della strategia di BDS, e che siccome le élite israeliane hanno sempre più paura per le prospettive a lungo termine del progetto sionista, è possibile che siano ancora più spietate, senza scrupoli e disperate che mai.</p>
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		<title>Contestazione al Green Social Festival: “Ccc – Cmc conoscete solo il verde militare”</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 18:17:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.zic.it/wp-content/uploads/verde4_2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6104" title="verde4_2" src="http://www.zic.it/wp-content/uploads/verde4_2.jpg" alt="verde4_2" width="134" height="89" /></a>Gli attivisti del Tpo a palazzo Re Enzo per contestare la partecipazione della Ccc e della Cmc. Dal <a href="http://www.zic.it/contestato-il-green-social-festival-ccc-cmc-conoscete-solo-il-verde-militare/">comunicato</a> del Tpo: &#8220;E&#8217; proprio carnevale! A che titolo due soggetti che fanno del cemento la propria ragione d’essere e che sono rispettivamente impegnati nei lavori della Tav in Val di susa e nella costruzione della nuova base americana a Vicenza, sono presenti all’interno di un congresso dedicato al &#8216;verde&#8217; e al &#8217;sociale&#8217;?&#8221;.  [foto <a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Bologna-CCC-e-Cmc-constestate-al-Green-Social-Festival/3933">GlobalProject</a>]</p>
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		<title>Contestazione al Green Social Festival: &#8220;Ccc &#8211; Cmc conoscete solo il verde militare&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 13:42:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acabnews Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente e territori]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli attivisti del Tpo hanno interrotto il dibattito su energia e ambiente a palazzo Re Enzo contestando la partecipazione di aziende coinvolte nei lavori della Tav in Val Susa e del Dal Molin a Vicenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; Il comunicato diffuso dal Tpo:</strong></p>
<p>Questa mattina una trentina di attivisti e attiviste del centro sociale Tpo hanno interrotto per pochi minuti il dibattito su Energia e Ambiente  che apriva il Green Social Festival a Palazzo Re Enzo per segnalare agli organizzatori, ai partecipanti al dibattito e al pubblico presente una grave contraddizione: tra le aziende partner del festival sono presenti la CCC di Bologna e la Cmc di Ravenna, due aziende che partecipano alla costruzione della Tav in Val di Susa e all&#8217;allargamento del Dal Molin a Vicenza. Due appalti che poco hanno a che fare con lo sviluppo sostenibile e a favore dell&#8217;ambiente, da una parte la devastazione della Val di Susa, dall&#8217;altra la distruzione della più grande falda acquifera veneta. Sul palco Patrizio Roversi, il vicedirettore de Il resto del Carlino, Pierluigi Masini e l&#8217;Assessore all&#8217;Ambiente della Regione Lino Zanichelli, che hanno ascoltato l&#8217;intervento dei manifestanti dal palco.</p>
<p>&#8220;Quando abbiamo appreso che queste due aziende sarebbero state tra gli sposor del Green Social Festival, abbiamo pensato: è proprio carnevale&#8221; &#8211; così si legge sul comunicato che viene distrubuito dai manifestanti, mentre viene esposto uno striscione a spiegare l&#8217;iniziativa che recita: &#8220;Ccc &#8211; Cmc conoscete solo il verde militare&#8221; .</p>
<p><strong>&gt; Il testo del volantino distribuito durante l&#8217;iniziativa: </strong></p>
<p>La CCC e la CMC al Gree Social Festival 2010!</p>
<p>Quando abbiamo appreso che la Cooperativa Muratori Cementisti (CMC) e il Consorzio Cooperative Costruttori (CCC) sarebbero stati fra gli sponsor del Green Social Festival, abbiamo pensato&#8230;bè, è proprio carnevale!A che titolo due soggetti che fanno del cemento la propria ragione d&#8217;essere e che sono rispettivamente impegnati nei lavori della Tav in Val di susa e nella costruzione della nuova base americana a Vicenza, sono presenti all&#8217;interno di un congresso dedicato al &#8220;verde&#8221; e al &#8220;sociale&#8221;?Cosa c&#8217;è di ecologico nel probabile futuro sventramento delle vallate piemontesi, in nome dell&#8217;alta velocità? E&#8217; necessario ricordare i brillanti precedenti della Tav sulla Bologna-Firenze? E cosa c&#8217;è di &#8220;Sociale&#8221; nel collaborare alla costruzione di una delle più grandi basi di guerra dell&#8217;esercito americano a Vicenza? Cosa c&#8217;è di ecologico nel compromettere una delle falde acquifere più importanti del nostro paese? Sono domande che poniamo, ai due soggetti cooperativi ma anche ai promotori di questo festival, che pure pone questioni e argomenti di assoluto interesse. In verità la risposta dei due colossi cooperativi già la conosciamo&#8230;in questi anni ci hanno detto in più riprese che il loro obiettivo è il benessere della propria azienda, al di sopra di tutto, e che la Tav e la Base di Vicenza &#8220;&#8230;se non la facciamo noi, tanto la farà qualcun altro&#8230;&#8221;. E allora perché no il Ponte sullo Stretto? o una bella proposta di collaborazione con la Nuova protezione Civile di Bertolaso &amp; Company! roba da far rivoltare nelle tombe i vecchi &#8220;muratori e cementisti&#8221; che svariati decenni or sono fondarono queste cooperative, crediamo con ben altri ideali di libertà e benessere sociale!Per quanto ci riguarda siamo dalla parte, senza se e ma, delle popolazione della Val di Susa che si oppongono all&#8217;ennesimo scempio del proprio territorio, così come dei No dal Molin vicentini che sognano e lottano per un futuro di pace e non di guerra, senza basi militari a devastare il territorio e presumibilmente costruite per fare di tutto tranne che la &#8220;pace&#8221;!</p>
<p><em>Tpo</em></p>
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		<title>Vicenza, blitz al cantiere DalMolin: «Sarà lònga!»</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 13:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altre terre]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente e territori]]></category>
		<category><![CDATA[Guerre e conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[base usa]]></category>
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		<category><![CDATA[vicenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Cinquanta persone fanno irruzione nell'area dove sono in corso i lavori di allargamento della base americana: «Vogliamo salute, sicurezza, storia». Il comunicato stampa del Presidio Permanente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Un documento con il quale spiegare le  ragioni della propria azione non violenta: è quanto hanno diffuso le 50  persone entrate pochi minuti fa all’interno del cantiere per la  costruzione della nuova base militare al Dal Molin. E uno slogan, “sarà  lònga!”, che ricorda il “sarà dura!” dei NoTav e sottolinea la  determinazione dei vicentini a continuare la propria mobilitazione.</p>
<p>Nel documento  si ricostruiscono la vicenda  vicentina e, soprattutto, le ultime allarmanti notizie che giungono dal  cantiere. Nelle promesse del commissario Costa, scrivono i NoDalMolin,  quello della base Usa «doveva essere un cantiere perfetto,  all’avanguardia nella tutela del territorio; e, invece, dopo pochi mesi ,  mostra già i devastanti segni del suo operare». Il riferimento è allo  stato della falda acquifera, inspiegabilmente alto in alcune zone, agli  alberi distrutti e ai reperti archeologici recentemente scoperti.</p>
<p>«Quest’oggi siamo entrati – spiegano i cinquanta attivisti – per  incatenarci alle gru e alle macchine da lavoro. Vogliamo salute,  sicurezza, storia». Nel documento i NoDalMolin si chiedono cosa sarebbe  avvenuto se la Valutazione di Impatto Ambientale, impedita dal  commissario Costa, fosse stata eseguita e fanno notare che tutte le  ragioni che hanno motivato 4 anni di protesta stanno trovando riscontri  nel cantiere.</p>
<p>«Oggi – concludono i NoDalMolin – il cantiere si deve fermare.  Vogliamo che, prima di procedere nei lavori, venga realizzato uno studio  approfondito sullo stato attuale della falda acquifera che conivolga  tecnici comunali, delegati dell’autorità di bacino e personalità  indipendenti».</p>
<p><em><strong>Presidio Permanente, Vicenza, 31 gennaio 2010</strong></em></div>
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		<title>Nei campi profughi in Libano, &#8220;l&#8217;hip hop è una scuola&#8221; (di vita)</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 22:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altre terre]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo una nostra traduzione dell'articolo di Rasmus Bogeskov Larsen per Electronic Intifada. Rasmus Bogeskov Larsen è un giornalista freelance di stanza a Beirut.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è apparso per la prima volta in Danimarca sulla rivista musicale &#8220;Soundvenue&#8221;</em></p>
<p>(trad. in italiano di da.gagl.)</p>
<p>Non c&#8217;è voluto molto, dal suo piccolo, ingegnoso studio, per raggiungere il suo obiettivo.<br />
Tre teenagers passeggiano in un vicolo stretto, cellulari in mano, scambiandosi dei beat scratchati.</p>
<p>&#8220;Quella è una delle nostre canzoni&#8221;, ricorda Yasin.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 493px"><img title="Yasin di I-voice (di Rasmus Bogeskov Larsen)" src="http://electronicintifada.net/artman2/uploads/2/100115-hiphop-barajne-1.jpg" alt="Yasin di I-voice (di Rasmus Bogeskov Larsen)" width="483" height="362" /><p class="wp-caption-text">Yasin di I-voice (di Rasmus Bogeskov Larsen)</p></div>
<p>All&#8217;interno dello scantinato da 10 m² al piano terra della casa di famiglia, mi stava giusto raccontando di come sia diventata un esperienza comune per lui scovare la sua musica dal soundscape del campo profughi palestinese di Burj al-Barajne, periferia di Beirut.</p>
<p>Quando Yasin cominciò a scrivere i suoi pensieri in forma di liriche rap, qualcosa come 8 anni fa, l&#8217;Hip Hop per molti era il regno del &#8220;bling-bling&#8221;, video pieni di donne e macchine veloci &#8212; un mondo lontanissimo dalla realtà della vita del campo. Yasin, però, ha viaggiato indietro fino alle origini del genere, nei sobborghi neri poveri delle metropoli americane in cui ha scoperto le rabbiose voci della disillusione che suonavano bene con la sua vita.</p>
<p>All&#8217;età di 12 anni, quando la maggior parte dei ragazzini sono ancora ragazzini, &#8220;ma non nel campo&#8221; come dice Yasin, ha iniziato a canalizzare le sue frustrazioni attraverso il rap.<br />
E&#8217; così entrato in quella che lui stesso definisce una scuola, un sentiero musicale che gli ha dato importanti lezioni riguardo la vita vissuta in condizioni di privazione e a come non soccomberle.</p>
<p>Più avanti per strada, un altro gruppo di ragazzini, più grandi dei precedenti, siede su sedie di plastica sul marciapiede, fumando argileh, una pipa ad acqua per tabacco. Se non fosse stato per l&#8217;Hip Hop, Yasin immagina che sarebbe stato seduto in parte a loro. Oggi, a 20 anni, è parte del duo &#8220;I-Voice&#8221;, che sta lavorando al secondo album e appena rientrato da un tour di concerti in Spagna.</p>
<p>&#8220;Se non avessi avuto l&#8217;Hip Hop, starei pensando solo a come divertirmi e qui nel campo, dove spesso manca l&#8217;elettricità, dove non ci sono librerie o biblioteche e soprattutto soldi per andare da qualche altra parte, sarei stato molto probabilmente seduto con i miei amici per la strada, fumando argileh e perdendo tempo tutta la giornata. L&#8217;Hip Hop mi ha cresciuto. Se vuoi essere un buon rapper, devi scrivere buone liriche, quindi hai bisogno di leggere e di avere un&#8217;educazione. Se conosco così tante cose riguardo alla vita è perchè ho potuto esprimere me stesso e scrivere.<br />
L&#8217;Hip Hop è una scuola&#8221; spiega.</p>
<p>La musica rap continua a rimanere in uno stato &#8220;d&#8217;infanzia&#8221;, nei campi del Libano. Ma seguendo i suoi pionieri sta lentamente dando prova di avere sui giovani di qui lo stesso &#8220;appeal&#8221; che ha avuto sui Palestinesi nella West Bank e nella Striscia di Gaza e perfino in Israele, dove il rap sta guadagnando popolarità da qualche tempo a questa parte.</p>
<p>Il rap Palestinese spesso esprime il tema forte della Resistenza, una &#8220;intifada verbale&#8221; infiammata dalla repressione e dalla discriminazione, dalla corruzione e dal tradimento.</p>
<p>Nei campi il flusso di parole prende di mira chiunque, dai leaders politici, supposti rappresentanti del loro popolo, alle organizzazioni umanitarie, che si suppone provvedano alla maggior parte dell&#8217;assistenza di cui c&#8217;è bisogno, fino ai Libanesi, supposti accoglienti e fratelli dei Palestinesi.</p>
<p>In uno dei loro pezzi di maggior impatto, gli &#8220;I-voice&#8221; parlano della costante promessa di rivoluzione, inqilab, rimproverato di essere inkilab, che si potrebbe tradurre come qualcosa di simile al delirio di un cane rabbioso.<br />
In un&#8217;altra canzone, i Katibe 5, un&#8217;altra crew di Burj al-Barejneh, accusano le Nazioni Unite di intascarsi i fondi lavorando nei campi, mentre pretende di essere la mano benevola del mondo per i Palestinesi sradicati dalla loro terra.</p>
<p>&#8220;Ascoltando la nostra musica, molti potrebbero trovarla rumorosa e aggressiva, ma per noi è normale, è fatta coi suoni e con l&#8217;oppressione che esistono intorno a noi. Puoi sentirne l&#8217;anima in ogni parola, i sentimenti di povertà e di lotta e di essere chiuso in una scatola&#8221;, spiega Osloub dei Katibe 5, che significa &#8220;Battaglione 5&#8243;.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 493px"><img title="Il gruppo Katibe 5 - Battaglione 5 (Per cortesia degli artisti e di Electronic Intifada)" src="http://electronicintifada.net/artman2/uploads/2/100115-hiphop-barajne-2.jpg" alt="Il gruppo Katibe 5 - Battaglione 5 (Per cortesia degli artisti e di Electronic Intifada)" width="483" height="322" /><p class="wp-caption-text">Il gruppo &quot;Katibe 5&quot; - &quot;Battaglione 5&quot; (Per cortesia degli artisti e di Electronic Intifada)</p></div>
<p>Ma come sottolineano i rappers stessi, l&#8217;Hip Hop è molto di più che l&#8217;espressione della rabbia e della frustrazione. La Resistenza può prendere moltissime forme nei campi in cui l&#8217;apatia e la sottomissione rappresentano il nemico più potente. Una di queste forme è insinuare la speranza.</p>
<p>&#8220;Posso dire che ormai tutto è perduto, perchè è così. Posso parlare dei 70 tipi di lavoro che i Palestinesi non possono intraprendere, posso parlare dell&#8217;elettricità che va e viene, posso parlare di come i nostri politici siano tutti corrotti. Ed è ciò che abbiamo fatto nel nostro primo album. Ma io non voglio suonare solo come un notiziario. Voglio che le mie liriche riflettano la mia esperienza di vita, e capisci, se vai nei campi puoi vedere la miserabile condizione in cui vive la gente, ma puoi anche vedere persone che sorridono e che si divertono. I Palestinesi sono stati piazzati in giro per tutto il mondo e hanno sempre trovato la maniera di essere felici. Non possiamo resistere senza la speranza&#8221;, spiega Yasin che, insieme a TNT, l&#8217;altro pezzo del duo &#8220;I-voice&#8221;, ci tiene ad enfatizzare il ruolo dell&#8217;educazione.</p>
<p>&#8220;Quando mi sono diplomato, sono usciti solo 12 su 40 dei ragazzi con cui ho cominciato il primo grado. TNT ha dovuto lasciare la scuola a 13 anni per aiutare la sua famiglia dato che era il più grande dei figli e oggi lo rimpiange davvero e sta provando a far restare i suoi fratellini a scuola. Noi cerchiamo di dire ai ragazzi che non sono solo Israele o gli Stati Uniti il nemico. L&#8217;ignoranza è il tuo nemico&#8221;.</p>
<p>E i giovani sembrano ascoltare i desideri di Yasin, che spesso è fermato da ragazzi che vogliono entrare nel mondo dell&#8217;Hip Hop. Parlando di temi molto a cuore per i loro coetanei e introducendo strumenti e suoni della tradizione araba, i due rappers sono riusciti a superare il sospetto iniziale che la gente nutriva per l&#8217;Hip Hop.</p>
<p>Oggi suonano in scuole ed eventi pubblici, e sono diventati profondamente consapevoli di avere un&#8217;occasione unica per promuovere il cambiamento attraverso la loro musica.</p>
<p>&#8220;I ragazzi ci ascoltano perchè parliamo dritti ai loro cuori. E così noi sentiamo di avere la responsabilità di riportare la fede nel nostro popolo, per continuare a resistere all&#8217;oppressione e non mollare&#8221;, dice Osloub (Katibe 5).</p>
<p>Per lui, l&#8217;Hip Hop è quindi più che solo musica.</p>
<p>&#8220;Non ci vediamo solo come rappers ma più come una comunità di attivisti. Se fossimo solo musicisti, non potremo aiutare a risolvere i problemi. La musica classica è grandiosa, sai, ed è ancora meglio con una bella casa e un bicchiere di vino rosso. Ma noi abbiamo bisogno di portare il pianoforte per strada, stare con le persone e fare in modo che il piano parli alle persone&#8221;, continua con un grosso sorriso.</p>
<p><strong>Link:</strong></p>
<p><a title="Vai alla pagine di Katibe 5 su MySpace" href="http://www.myspace.com/katiebe5" target="_blank">MySpace di Katibe 5</a><strong></strong></p>
<p><a title="Vai alla pagine di I-voice su MySpace" href="http://www.myspace.com/theivoicee" target="_blank">MySpace di I-voice</a><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Buon 2010, Vicenza</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 15:23:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Calpestata l'opposizione alla nuova base USA, il cantiere è aperto. Ma il movimento No Dal Molin è ancora attivo, e la notte di capodanno ha sfilato nella città del Palladio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>(<a href="http://www.nodalmolin.it/spip.php?article708">da Nodalmolin.it</a>)</strong></em></p>
<p>Si è chiuso l’anno forse più triste, negli ultimi tempi, per la  città del Palladio. <strong>C’è il <a href="http://www.nodalmolin.it/spip.php?article685" target="_blank">cantiere  che avanza</a></strong>, dentro al Dal Molin, quando in tanti – la grande  maggioranza degli abitanti di questo territorio – chiedevano di non  commettere questo scempio. C’è stata <strong>la democrazia calpestata</strong>,  più volte nel corso dell’ultimo anno, per imporre l’avvio dei lavori e  mettere a tacere l’opposizione civica. E’ iniziata – e la viviamo tutti i  giorni – una nuova <em>escalation</em> nella militarizzazione del  territorio, che si concretizza in cantieri aperti in tutte le strutture  militari presenti, ma anche in una presenza soffocante delle forze  dell’ordine in città.</p>
<div>
<p>Insomma, dopo il 2007 –  l’anno delle grandi manifestazioni democratiche che hanno portato  nelle strade di Vicenza centinaia di migliaia di persone – e il 2008 –  l’anno dell’occupazione della Prefettura e della consultazione  popolare – <strong>quello  appena concluso è l’anno delle ruspe</strong>. Che hanno <a href="http://www.nodalmolin.it/spip.php?article611" target="_blank">calpestato  con arroganza</a> la grande partecipazione civica che aveva fatto di  Vicenza un punto di riferimento per quanti si battono per la pace e la  democrazia e stanno devastando, metro dopo metro, l’ultimo angolo verde  di questo territorio, compromettendone per sempre la <a href="http://www.nodalmolin.it/spip.php?article687" target="_blank">falda  acquifera</a> che si estende nel suo sottosuolo.</p>
<p>E che dire dei colpi di genio del questore  Sarlo che, nel 2009, ha pensato bene di definire la mobilitazione  di tante donne e uomini «un’associazione  per delinquere» e di applicare contro di essi un <a href="http://www.nodalmolin.it/spip.php?article49" target="_blank">dispositivo  militare</a> degno di un territorio in guerra? Fatti due conti, ce n’è  abbastanza per dire che<strong> il 2009 rappresenta l’anno in cui la  bandiera della democrazia è stata stracciata</strong> più ancora che nel  2007, quando un governo codardo disse di «non opporsi alla volontà  statunitense» di trasformare la terra berica in un grande avamposto di  guerra.</p>
<p><strong>Eppure, di quella bandiera ci sono ancora tanti brandelli</strong>;  come quelli che, illuminati da circa 200 fiaccole, hanno sfilato <a href="http://www.nodalmolin.it/spip.php?article691" target="_blank">la  notte di capodanno</a> lungo la recinzione del Dal Molin, di fronte a  quelle gru che devastano la terra e a quegli uomini in elmetto mandati  per garantire e difendere questo scempio. E’ stata, quella di ieri sera,  l’ultima fiaccolata del 2009: <strong>un anno in cui tante piccole  donne e tanti piccoli uomini hanno cercato di non cedere il passo al  gigante caterpillar a stelle e strisce, mettendoci cuore e corpo,  determinazione e paure, illusioni e disillusioni</strong>.</p>
<p><strong>Ma è stata, anche, la prima fiaccolata del 2010: un modo per  aprire il nuovo anno con rinnovate speranze, con nuova determinazione.</strong> Perché quei brandelli potrebbero, un giorno, essere ricuciti assieme e  tornare a sventolare sulla città che fu Patrimonio Unesco: dipende,  ancora una volta, non dal suo sindaco o dai suoi politici; non da acuti  intellettuali o ambiziosi imprenditori; <strong>dipende da coloro che  questa città la vivono e le abitano</strong>: da tante piccole donne e  tanti piccoli uomini che, con il cuore e il corpo, la determinazione e  le paure, le illusioni e le disillusioni, possono ancora regalare un  sogno condiviso da un’intera comunità: quello di riprendersi la propria  terra, e con essa la propria dignità. Sarà un anno migliore di quello  appena concluso? Starà a noi renderlo tale.</p>
<p><strong>E’ iniziato il 2010: buon anno di lotta e mobilitazioni.</strong></div>
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		<title>Aggrediti i manifestanti della Gaza Freedom March</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 14:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altre terre]]></category>
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		<category><![CDATA[Gaza freedom march]]></category>
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		<category><![CDATA[radio città aperta]]></category>

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		<description><![CDATA[Aggiornamenti dal Cairo dove i manifestanti della Gaza Freedom March sono ancora bloccati. Da Radio Città Aperta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Marco Santopadre</em>, Radio Città Aperta</p>
<p>Dopo i divieti opposti dal regime egiziano e l’impossibilità quindi per i 1400 attivisti di raggiungere la striscia di Gaza per manifestare oggi insieme ai palestinesi in occasione del primo anniversario del massacro di Piombo Fuso, l’obiettivo delle 42 delegazioni internazionali era quella di manifestare al centro del Cairo: per chiedere la fine dell’assedio israeliano – sostenuto dai governi occidentali – alla popolazione di Gaza; per denunciare l’atteggiamento complice del regime egiziano con le politiche israeliane; per ricordare i 1400 cittadini palestinesi, per la maggior parte civili, massacrati sotto le bombe israeliane esattamente un anno fa. L’indicazione venuta dalla riunione plenaria della Gaza Freedom March di ieri era di radunarsi davanti al Museo Egizio, nel centro della capitale, per dare forte visibilità alla protesta approfittando della presenza di decine di migliaia di turisti. Ma verso le 9,30, quando i vari gruppi di manifestanti si sono concentrati nel piazzale antistante al Museo Egizio, sono stati immediatamente aggrediti da uno schieramento enorme di forze di sicurezza in assetto antisommossa che ha diviso i manifestanti in piccoli gruppi, spingendoli violentemente contro un muro. Gli agenti hanno per lungo tempo schiacciato col loro peso i manifestanti inermi contro i muri, in molti casi li hanno picchiati con i bastoni, presi a calci e a pugni. Secondo le testimonianze dei manifestanti i poliziotti egiziani si sono accaniti soprattutto contro le donne che aprivano la manifestazione, alla quale non è stato permesso neanche di iniziare a sfilare in corteo.</p>
<p>&#8220;I poliziotti egiziani si sono scagliati contro di noi con bastoni e picchiando alla cieca&#8221; ci ha  riferito Mila Pernice, del Forum Palestina, con la voce rotta dall&#8217;emozione. “nonostante il nostro atteggiamento pacifico ci hanno violentemente impedito di manifestare. Ci hanno prese a calci, trascinato per i capelli, prese a pugni e bastonate con i manganelli. Ci sono diversi feriti e ora siamo chiusi in un angolo della piazza completamente circondati da cordoni fittissimi di poliziotti in assetto antisommossa”</p>
<p>“Per ora gli italiani feriti sono almeno due, per fortuna in modo non grave. Ho visto donne anziane picchiate senza pietà. Nella nostra delegazione ci sono diversi medici che ora stanno cercando di allestire una postazione di primo soccorso qui nella piazza, ma è molto difficile perché i poliziotti continuano a spingerci e non gli interessa che ci sia gente a terra. Mentre parlo cerchiamo di tenere i poliziotti ad almeno un metro di distanza da una donna sdraiata a terra che ha perso conoscenza durante la prima carica. Avevamo scelto di far aprire la manifestazione alle nostre compagne per tranquillizzare le forze di sicurezza sui nostri intenti pacifici ma non è servito a nulla…” racconta in diretta su Radio Città Aperta Germano Monti del Forum Palestina.</p>
<p>Anche Maurizio Musolino del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila denuncia ai nostri microfoni la violentissima e ingiustificata repressione: “la situazione è difficilissima, stiamo cercando di raggruppare tutti gli italiani ma è complicato. Volevamo solo protestare affinché venga rimosso l’assedio a Gaza e per ricordare le responsabilità della comunità internazionale nel fatto che la Striscia da tre anni è diventato un immenso carcere a cielo aperto ma non ce lo stanno permettendo. Siamo circondati da una marea di agenti che continuano ad essere molto aggressivi.”</p>
<p>Dai manifestanti italiani al Cairo arrivano in continuazione sms in cui si dice &#8220;siamo circondati dalla polizia egiziana al museo egizio temiamo nuove cariche. Fate sentire la nostra voce telefonate a tv, giornali, politici e mobilitatevi noi vogliamo raggiungere Gaza.&#8221;</p>
<p>I manifestanti nonostante la pressione e le minacce delle forze di sicurezza hanno deciso di rimanere in piazza e di cercare in qualche modo di continuare la protesta attraverso slogan, l&#8217;esposizione di striscioni, i contatti con i media arabi ed internazionali. Poco fa una donna italiana che era svenuta dopo le cariche ed era rimasta a terra per circa 40 minuti è stata portata via da un&#8217;automobile messa a disposizione dall&#8217;ambasciata italiana.</p>
<p>Dall’Italia i coordinatori del Forum Palestina stanno protestando veementemente con l’Unità di Crisi della Farnesina e chiedendo l’immediato intervento del nostro personale diplomatico in Egitto a tutela dei 140 cittadini italiani la cui incolumità è seriamente a rischio.</p>
<p>Oggi pomeriggio a Roma il Forum Palestina ed altre organizzazioni hanno convocato una manifestazione di protesta davanti all’ambasciata dell’Egitto in via Salaria 267 a partire dalle 16 e fino alle 18. Anche a Londra oggi si terrà una manifestazione nei pressi dell’ambasciata egiziana mentre in Francia, a Parigi, le organizzazioni internazionaliste e pacifiste protesteranno oggi pomeriggio davanti al Ministero degli Esteri. Ieri pomeriggio alcuni attivisti francesi sono riusciti a calare una grande bandiera palestinese da una delle Piramidi, nella zona più frequentata dai turisti della città, e questa mattina hanno portato in piazza una grande foto del gesto di ieri ricevendo il plauso delle altre delegazioni.</p>
<p>Tra i partecipanti c’è anche Alice Walker, scrittrice e vincitrice del Premio Pulitzer, Walden Bello, membro del Parlamento Filippino, Luisa Morgantini, ex membro del Palamento Europeo per l’Italia. Più di 20 partecipanti alla marcia, tra cui l’ 85enne sopravvissuta all’Olocausto, Hedy Epstein, che hanno intrapreso uno sciopero della fame contro il pesante ostruzionismo Egiziano, oggi entrano nel quarto giorno.</p>
<p>Intanto questa mattina centinaia di attivisti hanno manifestato sui due lati del confine tra la striscia di Gaza e l&#8217;Egitto contro l&#8217;assedio israelo-egiziano imposto al territorio palestinese. Tra loro c&#8217;erano anche degli stranieri. Manifestazioni contro l&#8217;assedio hanno avuto luogo anche nel nord della striscia di Gaza e sul versante israeliano del confine.</p>
<p>Le autorità di gestione dei valichi del governo palestinese nella Striscia di Gaza, hanno dichiarato che il governo egiziano ha autorizzato l&#8217;ingresso nella Striscia soltanto a qualche decina di attivisti internazionali. 86 persone su oltre 1500 hanno dunque attraversato ieri sera il valico di Rafah diretti a Gaza. Ghazi Hamad, direttore dei passaggi palestinesi, in un collegamento telefonico con il nostro corrispondente a Gaza, ha confermato la notizia dell&#8217;arrivo nella Striscia di 86 membri della vasta delegazione del Gaza Freedom March, e ha spiegato che sono entrati in due gruppi, il primo composto di 50 e il secondo di 36. Secondo le dichiarazioni dei pacifisti appena arrivati nella parte palestinese del valico di Rafah, le autorità egiziane hanno impedito loro di portare con sé gli aiuti materiali raccolti da tutto il mondo e trasportati per migliaia di chilometri. L&#8217;Egitto ha anche trattenuto i veicoli.</p>
<p>Spiega all&#8217;agenzia di stampa Infopal l&#8217;avvocato Vainer Burani (Giuristi democratici &#8211; Reggio Emilia): &#8220;Dal punto di vista giuridico, siamo di fronte a un assurdo: il governo egiziano impedisce a 1500 attivisti di lasciare l&#8217;Egitto, non di entrarvi (come potrebbe essere suo diritto). A rigor di logica, dovrebbe essere il legittimo governo di Gaza a non autorizzare l&#8217;ingresso nella Striscia, non l&#8217;Egitto. Questo sta infatti compiendo un&#8217;illegalità, una violazione di un diritto. E&#8217; un paradosso del diritto internazionale. Come si potrebbe affrontare il problema? Rivolgendosi, come stanno facendo gli attivisti, alle proprie ambasciate al Cairo, per chiedere loro di essere protetti e &#8216;accompagnati&#8217; a Gaza. E&#8217; un loro diritto. Inoltre, si potrebbe fare causa al governo egiziano, in quanto viola i diritti dei cittadini stranieri di uscire dall&#8217;Egitto, tenendoli sequestrati. Tuttavia, ancora una volta constatiamo che il diritto internazionale è sostanzialmente inesistente. E&#8217; il diritto dei più forti: gli Usa e Israele&#8221;.</p>
<p><strong>(da <a href="http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=3038&amp;Itemid=9">Radio Città Aperta</a>)</strong></p>
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		<title>Striscioni in solidarietà alla Gaza Freedom March</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 14:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella notte azione di solidarietà del Laboratorio Crash! ai manifestanti della Gaza Freedom March. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Azione in solidarietà alla Gaza Freedom March da parte degli attivisti del Laboratorio Crash!, che questa notte hanno appeso uno striscioni in alcune delle porte della città. Gli striscioni riportavano tutti il medesimo messaggio: &#8220;Gaza Freedom March &#8211; Al fianco della resistenza palestinese&#8221;. Un grande Tazebao è stato inoltre posizionato sotto il ponte di Stalingrado. Al momento i manifestanti della Gaza Freedom March sono ancora <a href="http://www.zic.it/aggrediti-i-manifestanti-della-gaza-freedom-march/">bloccati</a> al Cairo dal governo egiziano.</p>
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		<title>Bloccati al Cairo gli attivisti della Freedom March</title>
		<link>http://www.zic.it/bloccati-al-cairo-gli-attivisti-della-freedom-march/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 16:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione-zeroincondotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli attivisti della Fredom March, tra cui anche molti italiani, sono stati bloccati dalla polizia al Cairo. Già nei giorni scorsi l'Egitto si era rifiutato di aprire le frontiere per consentire agli attivisti di raggiungere Gaza. Da Global Project.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da Global Project</em></p>
<p>Situazione tesa al Cairo per la delegazione della Freedom March.</p>
<p>Nella mattinata la polizia egiziana ha sequestrato i pullman della delegazione francese e italiana e ha impedito loro  di prendere i taxi per arrivare all&#8217;ambasciata italiana al Cairo.</p>
<p>In questo momento la delegazione francese e italiana della Gaza Freedom March sta facendo un presidio davanti alle rispettive ambasciate mentre davanti  alla sede Onu è in atto un presidio permanente</p>
<p>Ieri pomeriggio un gruppo di cittadini americani, britannici, spagnoli, giapponesi e greci sono stati arrestati alla stazione dei bus di Al Arish dalla polizia egiziana.</p>
<p>Nel frattempo un&#8217;altra operazione di polizia ha interrotto la commemorazione che stava avvenendo a Al Kasr Nil, principale ponte di collegamento con Zamalek,  contro l’invasione israeliana a Gaza. Lo scorso 27 dicembre iniziava a Gaza l’operazione piombo fuso. Con un’ azione simbolica e non violenta la delegazione della Freedom March ha voluto ricordare queste morti legando centinaia di lacci con i nomi delle persone uccise nell’operazione militare dello sorso anno.</p>
<p>Intorno alle 17.00 di ieri diversi attivisti si sono incontrati sul Lungo Nilo. L&#8217;idea era quella di noleggiare alcune feluche e andare sul fiume e ricordare gli oltre 1400 morti dell&#8217;Operazione Piombo Fuso mettendo delle candele in acqua per ognuna delle vittime. La solerte polizia egiziana era già sul posto. Prima ha proibito l&#8217;accesso agli imbarchi e poi ha circondato con numerosi agenti in borghese gli attivisti impedendo loro di muoversi.</p>
<p>Sul marciapiede sono state accese candele e si è iniziato a fare slogan.</p>
<p>La polizia ha chiuso il Presidio con le transenne facendo aumentare intanto il numero dei poliziotti presenti. A chi guardava, fossero giornalisti, fotografi o curiosi, è stato detto di allontanarsi o di stare nello spazio “delimitato”. I manifestanti si ono un poco alla volta allargati sul marciapiede continuamente circondati dalle forze dell&#8217;ordine. L&#8217;iniziativa è dura un paio d&#8217;ore.</p>
<p>Nel fattempo un nutrito gruppo di partecipanti francesi alla Marcia si è dato appuntamento davanti all&#8217;Ambasciata francese per aspettare invano le corriere prenotate.</p>
<p>I promotori dell’iniziativa si sono detti rattristati e sconcertati per l’atteggiamento della polizia egiziana e continuano a chiedere che la delegazione possa raggiungere Gaza.</p>
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