Casalecchio, lettera aperta degli educatori ai sindaci e all’Asc


“La nostra determinazione nella difesa dei Servizi nasce dalla consapevolezza della bontà del lavoro che abbiamo svolto e che vogliamo continuare a svolgere”.

15 marzo 2011 - 19:26

Lettera aperta ai sindaci dei Comuni del distretto di Casalecchio di Reno e al CdA di ASC InSieme

Gentilissimi e gentilissime,

abbiamo deciso di scrivervi questa lettera dopo la manifestazione che sabato scorso ha attraversato Casalecchio di Reno. Per noi è stata una esperienza straordinaria vedere centinaia di lavoratrici e lavoratori del sociale, genitori, utenti, insegnanti, cittadini qualunque sfilare per ribadire la necessità di difendere il nostro sistema di welfare.
Siamo consapevoli che i mancati trasferimenti dal governo centrale (in  particolare l’azzeramento del Fondo per la non autosufficienza), congiuntamente all’abolizione dell’ICI, abbiano inferto un colpo molto duro  i bilanci dei comuni. Le responsabilità del governo sono evidenti e in tutte le nostre comunicazioni lo abbiamo ribadito.
Il punto però è un altro.

Vorremmo ragionare su come viene gestito questo calo di risorse a livello locale. Lo scorso anno ASC InSieme ha rilevato la gestione di servizi prima in capo all’Ausl. La nascita di ASC è stata presentata come un salto qualitativo nella gestione e nella organizzazione dei servizi. Dopo un anno il bilancio che possiamo farne non è altrettanto positivo.
Contrariamente agli entusiastici annunci della vigilia, la sua creazione ha determinato uno sperpero di risorse economiche e umane. Per creare ASC è stato necessario affittare un piano della sede di Via Cimarosa dall’Ausl, per una spesa annuale che si aggira attorno ai 60.000 euro. E’ stato creato un Consiglio d’Amministrazione che costa 40.500 euro all’anno, la cui  presidente è Marilena Fabbri, ex sindaco di Sasso Marconi per due mandati consecutivi, attualmente consigliera provinciale del Partito Democratico e coordinatrice della Zona Valle del Reno per la stessa forza politica.

“ASC Insieme”, nessuno può ormai fare a meno di riconoscerlo, si è presentata fin dal principio con una gestione a dir poco approssimativa del personale preesistente, snobbando e accantonando saperi e competenze maturate in tantissimi anni di esperienza sul campo e privilegiando, per la definizione dei ruoli di responsabilità, il ricollocamento del personale in esubero dei due comuni più grossi del distretto. Questo ha portato ad un progressivo allontanamento dei lavoratori più esperti (soprattutto tra le Assistenti Sociali) e ad una inevitabile demotivazione di quelli rimasti, con una ricaduta negatia consistente in termini di efficacia organizzativa e progettuale, creando tra l’altro un malumore diffuso tra il personale. Il turn over eccessivo dei lavoratori è uno dei più importanti fattori di spreco di un’azienda: chi subentra “consuma” ore e ore di servizio solo per apprendere i nuovi compiti. Aggiungiamoci il danno che arreca alle relazioni con i cittadini destinatari dei Servizi in termini di perdita dei riferimenti storici e di fiducia per la gestione delle loro difficoltà. Si può definire questa una strategia di conduzione aziendale efficace? Veramente pensate che la conduzione dell’Ufficio di Piano, che è stato impegnato in modo prioritario nel processo di costituzione dell’ASC, sia stata all’altezza del compito di garantire la coerenza degli interventi e della gestione delle risorse?

Sia chiaro, non si mette qui in discussione la necessità di rispondere alle norme che prevedono la gestione dei Servizi da parte dei Comuni (o di un consorzio che li rappresenta), bensì l’opportunità di farlo, con queste modalità, in un momento storico come questo . Altre esperienze potevano essere considerate. Rileviamo inoltre che buona parte del personale e soprattutto la Dirigenza dell‘AUSL è rimasto al suo posto, in un distretto in buona parte svuotato di servizi. Da una parte si taglia, dall’altra si rischia di creare doppioni. Si parla anche troppo di meritocrazia, che spesso non è altro che accettazione del “mainstream”, e di mobilità sociale. Ma in tempi di crisi, la mobilità sociale dovrebbe dar conto non solo “di chi sale”, ma anche di “dovrebbe scendere”.

Non saremo certo noi a mettere in discussione il diritto alla salvaguardia del posto di lavoro, ma di fronte alle laute prebende di qualcuno, che peraltro ha contribuito attivamente all’affossamento di molti servizi, certe retribuzioni appaiono come degli inutili quanto dannosi privilegi. E siamo consapevoli dell’importanza della categoria del “simbolico” in politica. Perché è di politica che stiamo parlando. Cosa avremmo dovuto fare? Assistere in silenzio a questo scempio di risorse pubbliche e accettare di essere noi, e soltanto noi, a pagare gli errori politici altrui? E in quanto politici, noi cittadini e vostri elettori (alcuni di noi vivono su questo territorio e sono anche vostri elettori diretti), vi chiediamo di intervenire sulla gestione complessiva della cosa pubblica (ASC e AUSL) e non solo sul pezzetto che un amministratore è chiamato a gestire. Quando i soldi sono pochi si difende l’esistente, soprattutto se funziona ed è efficiente, non si inaugurano nuovi servizi dal vago sapore demagogico, non si indicono concorsi per assumere nuove persone mentre si lasciano a casa altre. Se non si vuole produrre una gestione familistica della cosa pubblica non ci si affida a consulenze esterne quando le competenze necessarie sono già presenti in azienda. Si ridefiniscono gli obiettivi per salvare il salvabile insieme alle persone che sono lì da anni e che quei servizi li hanno creati, ampliati e difesi. Questo è un atteggiamento corretto di relazione tra soggetti istituzionali e non anche in periodo di crisi.

Più volte, nelle discussioni più o meno ufficiali che ci è capitato di fare con i rappresentanti dei Comuni, ci è stato detto che il problema non siamo noi educatori, ma i passaggi intermedi fra l’ente locale e il lavoratore di cooperativa. L’argomentazione mai posta chiaramente ma sempre adombrata è che all’operatore arrivano in tasca 7,5 euro netti e i committenti ne paghiamo 20,40 lordi, dove finisce la differenza? Non  succederà magari che in mezzo qualche dirigente di cooperativa ci mangi o ci siano una serie di sprechi all’interno del privato sociale?

Lo diciamo così, nettamente, in modo da non girare attorno al problema. Non intendiamo difendere qualche cooperativa in particolare, anche se sappiamo che il terzo settore è multiforme e si va dalla piccola realtà in cui il presidente prende lo stesso stipendio (o nessuno stipendio) degli altri  lavoratori a grandi cooperative con migliaia di soci lavoratori, vere e proprie aziende i cui presidenti sono inseriti a pieno titolo nell’elite politica e sociale della nostra città.

Dall’altra parte, e questo ogni buon amministratore lo sa benissimo, i 20,40 euro (o i 19,28 che dir si voglia) corrispondono al costo orario da tabelle ministeriali di un educatore inquadrato al livello D2 o D1 del CCNL delle cooperative sociali. Sappiamo benissimo che ci arriva in tasca un terzo di quella cifra, ma su questo c’è molto poco da discutere, a meno che questa discussione non serva per chiedere un ritorno a qualcosa di simile al salario medio convenzionale (cioè una retribuzione con versamenti previdenziali ridotti).

Il nostro è un profilo professionale che prevede una formazione specifica di grado superiore alla scuola dell’obbligo e un corso di laurea almeno triennale. Quella degli educatori è una delle categorie più formate e meno pagate del mercato del lavoro. Ovviamente siamo disponibili a coinvolgere le centrali cooperative, il Ministro, i sindacati, in un confronto sul tema del rispetto delle regole contrattuali e del titolo di studio nelle gare d’appalto . Ma partiamo dalla constatazione che l’esternalizzazione dei servizi è voluta dagli enti pubblici per motivi di risparmio. Lo sanno bene tutti quei comuni che invece di gestire nidi comunali con operatori inquadrati nel CCNL degli
enti locali, preferiscono farlo gestire in convenzione dalle cooperative sociali. Una lavoratrice di cooperativa guadagna dai 300 ai 500 euro in meno di una pari mansione del pubblico.

Se domani potessimo arrivare ad una parificazione contrattuale o una internalizzazione, saremmo più che d’accordo. Provate a pagare 400, 500, 600 euro di affitto al mese, mantenere un figlio, pagare l’assicurazione della macchina, il telefono, le bollette con 1000 euro al mese. Un educatore in cassa integrazione poi ne guadagna il 30- 40 % in meno.

Ma il punto non è questo. Si parla degli sprechi gestionali delle cooperative, ma si agisce tagliando ore di lavoro con minori a rischio e ragazzi diversamente abili. Non si convocano le centrali cooperative ma gli insegnanti, i genitori, i neuropsichiatri per ragionare su quante ore tagliare sui singoli interventi individuali. Seguendo l’ipotesi di intervenire sugli sprechi vi invitiamo a fare chiarezza sui costi reali della gestione dei Servizi e a valutare alcuni dati.

Il Direttore generale del Comune di Casalecchio ha un compenso di circa 128.000 euro lordi l’anno. Le altre figure dirigenziali fra i 74.000 e gli 80.000. Quante sono queste figure nei Comuni, in ASC, in Ausl, in Ufficio di Piano? Sarebbe importante disegnare ed analizzare questa piramide in cui i compensi aumentano mano a mano che ci si allontana dal servizio dato al cittadino.

Vogliamo lanciare una provocazione? Il Direttore generale costa al Comune 4-5 volte lo stipendio lordo annuale di un educatore. Se questi dirigenti fossero inquadrati con il CCNL delle cooperative sociali, potremmo avere 5-6 educatori in più sul territorio del Distretto per ogni dirigente. Ci è stato ricordato da diversi amministratori che il tempo delle vacche grasse è finito. Permetteteci di offenderci un poco: per noi non è mai iniziato. Non è un problema solo nostro ovviamente: per l’educatore, come per l’impiegato comunale, per il vigile urbano, per la maestra di scuola materna non ci sono tante possibilità di arricchirsi con il proprio lavoro.

Per i dirigenti degli enti locali o dell’Ausl il problema della cassa integrazione o dell’esubero non si pone. Se non c’è più il lavoro di prima si fa altro, si creano nuovi ruoli, incarichi, progetti. Si può parlare invece con leggerezza di 15, 20 esuberi tra gli educatori difficilmente ricollocabili in un periodo di forte riduzione dei servizi. Certo, noi non ci chiamiamo fuori: siamo disposti a parlare della rimodulazione (ma non esiste un termine meno dissimulatore?) dei Servizi e a mettere in gioco le nostre competenze per progettare una nuova organizzazione degli interventi e reperire risorse. Chiediamo però di mostrare coerenza nel richiedere lo stesso a coloro che al momento ricoprono ruoli certamente più costosi e meno significativi per la collettività e di iniziare con onestà a combattere gli sprechi.

Una rassicurazione per il Sindaco Gamberini infine. Lei scrive “ciò che sinceramente mi amareggia è che non sia mai scattata quell’indignazione che adesso diversi educatori mostrano, anche in occasione dei tanti tagli subiti dai Comuni e dal welfare nazionale”. La vogliamo tranquillizzare: non può neppure immaginare le innumerevoli volte che molti di noi hanno manifestato in tutte le forme possibili e consentite contro le politiche e i tagli di questo governo, anche in altri settori cruciali della vita pubblica, in quante abbiamo parlato dei rischi che stava correndo il nostro welfare. In alcuni seminari e convegni era presente anche lei, purtroppo con il vezzo che ormai
contraddistingue politici di ogni colore, spesso l’abbiamo vista salutare i partecipanti, ricordare l’importanza dell’evento ma, una volta cominciata la discussione, andarsene per altri “sopraggiunti impegni improrogabili”.

Concludiamo invitandovi a venire di persona a visitare i servizi in cui lavoriamo, a scuola, ai gruppi socio-educativi, nelle strade, all’interno delle famiglie svantaggiate con bambini disabili o senza un lavoro per vedere la “sostanza” di ciò che si taglia, per toccare con mano il lavoro che ogni giorno forniamo a favore dei cittadini più esposti alla crisi del vostro territorio. Vi renderete conto che forse è il caso di cominciare a tagliare dai punti più lontani dal cittadino, salvando quelli che fanno un lavoro di prossimità,
permettendo di ridurre, se non evitare, ciò che spaventa tutti, ovvero l’emarginazione e la conflittualità.

La nostra determinazione nella difesa dei Servizi nasce dalla consapevolezza della bontà del lavoro che abbiamo svolto e che vogliamo continuare a svolgere. Vogliamo difendere ciò che abbiamo contribuito a costruire.
Molti di voi al nostro posto farebbero lo stesso.

Educatrici ed educatori contro i tagli

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on Tumblr


Articoli correlati