Carne da macello


Riceviamo e pubblichiamo il commento di Valerio Guizzardi dell’Associazione Papilllon di Bologna sulla prassi di violenza e impunità che avvolge l’operato delle forze dell’ordine nel nostro paese, lasciando una scia di morti che raramente trovano giustizia.

10 novembre 2009 - 19:31

Il pestaggio dei prigionieri è una prassi normale e consolidata da sempre in ogni parte del mondo, e l’Italia non fa eccezione. Si esercita violenza sugli arrestati per estorcere una confessione, per la fastidiosa richiesta di un diritto legittimato dalla legge, per far smettere il lamento di un tossicodipendente in crisi di astinenza o per semplice attitudine congenita all’efferatezza.

Alle volte al pestaggio segue la morte causata delle fratture e dai traumi agli organi interni prodotti “dall’eccesso colposo” dell’agente. Il virgolettato fa riferimento al reato che preferibilmente il magistrato giudicante indica in sentenza. Ciò nei casi in cui egli, pur di malavoglia, non può farne proprio a meno quando il delitto è oltremodo mediatizzato. Quindi per chi non ha ancora gettato il cervello all’ammasso si dice – eccesso colposo – ma si legge – ammazzato a pugni calci e bastonate senza motivo – come nel caso eclatante di Federico Aldrovandi. Per altri morti ammazzati con le stesse crudeli modalità come Marcello Lonzi, Aldo Bianzino e Stefano Cucchi, per citare gli ultimi in ordine di tempo, che grazie al coraggio delle famiglie non si è potuto insabbiarli, siamo in attesa della conclusione delle indagini. Forse tra dieci anni se tutto va bene. Vi è poi la lunga lista degli ammazzati codificati nell’atto di morte come “caduto dalle scale”, ovvero prigionieri senza famiglia e privi di relazioni sociali come spesso sono le condizioni di migranti e tossicodipendenti. Cadaveri che nessuno, quindi, andrà a cercare e destinati all’oblio.

Segue il capitolo dell’impunità, prima evocata da certa politica a scopo preventivo strombazzata a più non posso sui media, poi regolarmente applicata da certi magistrati nelle sentenze. Qui la narrazione potrebbe annoiare anche il più intrepido e volenteroso lettore. Una per tutte, e senza andare troppo a ritroso, alcune sentenze per le torture a Bolzaneto e alla Diaz (Genova G8): assolti poi promossi ai massimi livelli i dirigenti e condannati a pene ridicole alcuni sottoposti sacrificati per salvare la faccia. Ancora oggi ci rimbombano nelle orecchie le allora dichiarazioni di Gianfranco Fini e dei suoi sodali, e la pronuncia seguente di sentenze scandalose a carico dei torturatori. Alle quali si accodano altre sentenze sui malcapitati manifestanti: dieci o dodici anni di carcere comminati per aver lanciato una sassata contro la vetrina di una banca certificano il noto detto – due pesi, due misure -.

Se la giustizia viene raffigurata come una signora bendata una ragione c’è, ed è per evitare che essa veda lo scempio che gli umani ne fanno.

Altre dichiarazioni preventive di politici udite in questi giorni sull’orribile morte di Stefano Cucchi, quelle di Ignazio La Russa, della Uil Penitenziari e quelle ancora più ignobili di Carlo Giovanardi, ci danno il senso di quello che, probabilmente, avverrà. A meno che, per una volta, i magistrati incaricati del caso opteranno per un atto di grande coraggio. Che poi sarebbe semplicemente applicare correttamente la legge.

Valerio Guizzardi – Associazione Papillon Bologna

10 novembre 2009

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