Capitalism: A love story


La recensione dell’ultimo film di Michael Moore

09 novembre 2009 - 18:27

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di Giovanni Calio

E’ un po’  come se Moore avesse voluto chiudere un cerchio. E’ la prima sensazione che si prova analizzando con calma la sua filmografia. Dal suo primo documentario del 1989 Roger & Me (dove cercava inutilmente di intervistare il presidente della General Motors, Roger Smith e di mostrargli gli effetti disastrosi che aveva avuto sulla sua città natale Flint, la decisione del taglio di 35.000 posti di lavoro), per Bowling for Columbine (sull’ uso incontrollato e sull’ossessione delle armi negli Stati Uniti), passando per Farehenheit 9/11 (sull’inefficienza di George W. Bush e sugli interessi economici che ruotavano attorno l’11 settembre), continuando con il recente Sicko (su come ormai la salute degli americani sia da tempo gestita in base a logiche di mercato), per arrivare finalmente al suo ultimo film Capitalism:a love story (consigliabile la visione in originale con sottotitoli alla Cineteca Lumière, per evitare l’ennesimo orribile doppiaggio in italiano). Le conseguenze dell’equazione capitalismo=democrazia, la gestione del welfare seguendo le regole del libero mercato, sono il filo rosso che ha accompagnato negli ultimi vent’anni l’attività documentaria del regista americano. E come si è detto prima, con la crisi Michael Moore ha avuto l’opportunità di chiudere il cerchio. Capitalism: a love story è un film sulla crisi economica mondiale, su come già tempo il sistema capitalista americano mostrasse segni di cedimento, su come fosse inevitabile una caduta così rovinosa dopo una salita così alta, su come a favore del mercato si calpestino i diritti dei cittadini (incredibile il caso mostrato nel film di un carcere minorile, che per far accrescere le sue entrate corrompeva giudici per far condannare minorenni a mesi di carcere per reati inesistenti, come ad esempio lanciare una bistecca al padre durante una litigio, punibile fino a sei mesi di reclusione), sulle tragedie quotidiane di chi non riesce a pagare il mutuo o un’assicurazione sanitaria decente e su come il livello di democrazia in America si sia assottigliato sempre di più a favore delle grandi corporation, a partire dall’era Reaganiana in poi. E’ un Moore sinceramente arrabbiato, che spesso lascia da parte l’ironia tipica dei suoi film (la chicca questa volta è un Gesù di Zeffirelli doppiato in chiave capitalista) a favore di una rabbia sincera e commossa davanti alle storture e alle ingiustizie sociali che hanno accompagnato la crisi. Il tema è così complesso che delle volte si avverta uno spaesamento del regista stesso davanti a parole incomprensibili come derivati o stagflazione, e il tipico sguardo superficiale e a volte demagogico di Moore (che arriva quasi a definire Barack Obama un socialista) può delle volte infastidire, ma finisce sempre col coinvolgere emotivamente lo spettatore. E’ anche per la prima volta un Michael Moore più ottimista rispetto al passato (“colpa” dell’amministrazione Obama, ma come dargli torto vedendo una deputata del senato americano che invita gli inquilini sfrattati ad occupare case che gli spettano di diritto?), che per la prima volta intravede uno spiraglio concreto di poter cambiare le cose, e che mai come prima invita lo spettatore ad alzarsi dalla poltrona e unirsi a lui nella lotta per un cambiamento. Perché <<loro avranno i soldi, ma noi abbiamo i voti>>.

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